di Nadeia De Gasperis – Da qualche giorno, una ragazza, facendo leva sulle sue stampelle, percorre il perimetro del quartiere popolare, a Sora, dove risiedo. Un posto che vi sembrerà più o meno ospitale, in virtù dello spirito che dimori in voi nel momento in cui una circostanza periferica vi conduca fin qui.
Alla stessa ora, con movimenti impercettibili, piccoli passi per una donna, grandi passi per l’umanità, lei attraversa il marciapiedi alberato, nella sua elegante tenuta di coraggio e forza di volontà. Attende le ore propizie, consapevole delle zone d’ombra che non fanno riparo, persuasa delle zone d’ombra, che non portano traccia del brutto skyline dei palazzacci di cemento, ma ottundono la forma così come la sensibilità dei loro abitanti. Lei, è una donna sudafricana, del gruppo dei rifugiati. Io a volte mi chiedo, a guardarle così fiere, percorrere le strade del pregiudizio, come si possa stare sulle proprie gambe in quel modo, a schiena dritta, con un peso così gravoso nel petto. Io stessa, a volte, ho provato una grande fatica a superare l’attrito con cui fa resistenza la grettezza.
Mi chiedo ora che la guardo, quanto sia faticoso, riabilitarsi a camminare, mentre si percorre una strada trafficata da indifferenza e ottusità e altri mezzi di dissuasione guidati da mezzi uomini e mezze donne. Anche quando l’attenzione morbosa scema, nella tregua tra un tempo a un altro della violenza con cui vengono scagliate ignobili invettive, la strada è comunque lastricata di indifferenza, che crea cedimenti e avvallamenti, in cui sedimenta il razzismo. Non posso che augurarle una pronta guarigione, e augurare a noi una veloce riablitazione civile, etica e morale, una rapida riabilitazione ai sentimenti, che ci riporti al passo con il nostro essere (e sentire) umani.
Lei è stato il primo pensiero, quando hanno sradicato la fila di alberelli, che iniziavano appena a muovere la chioma come primo impeto di orgoglio di essere vivente. Ho pensato, le mancherà il riparo, l’ombra che allunga la sua figura fiera, una donna e due stampelle, che proiettano la forza di tre. Poi hanno divelto il manto stradale, e ho pensato che le sarebbe venuta a “mancare la terra sotto i piedi”. Hanno iniziato a trivellare, come cercatori di oro nero su una piattaforma petrolifera, così, per darvi la misura di spessore della profonda inutilità di questi cantieri di cui è costellata la via lattea dell’universo città in cui vivo.
Era sulla strada della guarigione, che avrei rinominato da via Ferri a via volontà di ferro, in suo onore, quando mattoncino dopo mattoncino, hanno smantellato il suo percorso di recupero. Non l’ho vista per giorni e questa idea mi martellava in testa, al ritmo dello strumento pneumatico che batteva il tempo delle giornate del quartiere.
I lavori si sono fermati e temo che di quel progetto fantasma, rimarrà a battere solo questa lingua di sabbia, che avrebbe accolto la cattedrale nel deserto, della religiosa dedizione che tiene fede alla promesse di niente, di questa amministrazione. Dopo qualche giorno, con profonda meraviglia, con immensa gioia, ho scorto la ragazza all’orizzonte, senza stampelle, saltellava su una gamba mentre le faceva da spalla un giovane uomo. Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, deve mettere in conto di incrociare anche la sua fortuna. Questi due ragazzi, i sorrisi che riesco a scorgere per il riflesso luminoso che rimandano, anche alla distanza che ci divide, mi raccontano di una storia senza tempo e senza spazio, stravolge le leggi della fisica, le capovolge e tiene salde solo le forze del bene. Non esiste la città, non esistono le strade, ma i cammini condivisi, esiste la fortuna di ritrovarsi insieme alla distanza che ti divide da una guerra o da una battaglia personale.
“Basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo.”Barca di Antonio Boffa – Illustrazione
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