di Ermisio Mazzocchi – Dove è la sinistra nel momento in cui sembra giungere a esaurimento. La crisi economica in atto ormai da diversi anni ha confermato la sua complessità, la sua durata, le sue dimensioni, la sua criticità strutturale. Condizioni che si sono manifestate nel territorio provinciale con una gravità di alto livello. Il mondo globalizzato ha profondamente cambiato i processi lavorativi che oggi richiedono qualità e specifiche competenze. E sul lavoro ha prodotto ampie aree di lavoro nero, una accentuazione dello sfruttamento, le disuguaglianze, un ridimensionamento dei diritti.
La disoccupazione è al 12,6% e un giovane su due non ha lavoro. Abbiamo perso 25 punti di produzione industriale, 19 punti di capacità produttiva, c’è crisi aziendale ovunque. Un intera generazione è divenuta adulta restando precaria. Aumenta l’espulsione di cinquantenni – Videocon, Marangoni, ne sono la testimonianza più evidente e drammatica – che con la perdita del lavoro si riduce la loro fiducia nel sistema democratico volto a un riconoscere il diritto al lavoro. Una questione centrale per lo sviluppo di un paese e per una sinistra rivolta sul fronte delle uguaglianze, dei nuovi bisogni. Non c’è dubbio che oggi la crisi del lavoro produce disuguaglianze con la conseguenza di permanenti espulsioni, creando di fatto una società spaccata in due e con una conflittualità permanente.
I poteri forti della globalizzazione. Quelli finanziari in cui i gruppi industriali multinazionali si trasformano in imprese transnazionali con una produzione integrata a livello internazionale. La ex FIAT (oggi FCA) è il modello più evidente di questa scelta, in cui il lavoro è una variabile che non costituisce più un collante di identità sociale e di una nazione, ma si proietta sull’intero globo, aprendo conflitti e diversi interessi come potrebbe essere tra gli operai di Cassino e quelli di Detroit. Quelli informatici decisivi per la crescita dei mercati finanziari globali.
Il PD aderisce al Partito socialista europeo. Ne consegue per ovvietà, ma non tanto, che siamo socialisti. Le ragioni di una sinistra non sono venute meno per un ideale di lotta per l’emancipazione degli uomini e delle donne dalle disuguaglianze della globalizzazione e per un mondo più eguale e vivibile, tale da costituire ancora una idea regolativa del movimento storico della democrazia.
La sinistra ha il dovere di riposizionare il suo ruolo nella società italiana con una caratura moderna, europea, riformista. Sul tema del mercato è aperta la sfida della sinistra oggi più di ieri, denunciando i misfatti provocati da un risveglio degli “spiriti animaleschi” di un sistema finanziario globale, denunciati con vigore da Papa Francesco. Assumersi la responsabilità di una sfida per il governo deve tradursi in una coscienza della necessità di cambiare e di ritrovare quegli strumenti utili ad affrontare questa tempestosa epoca, in grado di abbattere i manganelli di Alfano nei cortei degli operai che hanno perso il lavoro.
Quale ragione maggiore avrebbe una sinistra incarnata nel PD ad accelerare una sua identità sul terreno dei diritti e delle uguaglianze e delle garanzie per il lavoro in realtà che scivola verso una desertificazione industriale. Nella provincia di Frosinone le sue eccellenze industriali, chimico, metalmeccanico, edile, subiscono gli effetti di quella globalizzazione che ha smantellato in questo territorio certezze di lavoro e messo a rischio tutta la sua struttura produttiva e quindi dell’occupazione. Si impone una scelta di ri-costruire nuove opportunità e una diversificazione del modello di sviluppo.
Qui si misurano le differenze politiche perché differenti sono le risposte da dare a quegli “spiriti animaleschi”. E le differenze sono tra la destra e la sinistra. E la sinistra, quel PD riformista, democratico, iscritto al PSE, ha il compito di opporsi e correggere le nuove forme di ineguaglianza e di autoritarismo prodotti continuamente nella società, ripensando appunto, nel nostro caso a un modello di sviluppo non basato su un liberismo del capitale, perseguito dalla destra, ma che offra “uguaglianze” sociali il cui asse è il lavoro.
Su questo palcoscenico si svolge quello che dovrebbe essere un congresso provinciale. Se non si hanno ben fermi gli orientamenti di navigazione del PD provinciale, che non ha una sua esistenza solitaria per il semplice motivo che i suoi referenti sociali sono dentro quel sistema della globalizzazione e ne subiscono tutti gli effetti, il risultato di una cambio di passo sarà vanificato. E quel passo sarà dato dalla crisi e non da una politica di cambiamento.
Il PD, questo PD provinciale risulterà inutile, indebolendo la sua forza e le sue prerogative di sinistra. Provocatoriamente oserei dire che la diatriba, gli scontri, le differenze personali, gli eterni duellanti sarebbero ritenuti indifferenti e annullati dalle dinamiche sociali ed economiche che hanno altri riferimenti nel concerto nazionale e europeo. Saremo superati dalla velocità della storia. Inutili. Ripiegati su noi stessi.
Il ritorno a un protagonismo politico è possibile. A condizione di ritrovare le ragioni di una convenienza propulsiva avanzata di un impianto moderno, a sinistra dell’intera società.
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