di Danilo Collepardi – Recentemente il British Museum di Londra ha organizzato una mostra su Pompei che ha avuto un successo strepitoso e ha fatto guadagnare milioni di sterline per gli ingressi e per le pubblicazioni vendute in tutto il mondo. Una cosa così da noi sarebbe impossibile farla per il semplice motivo che in Italia il nome di Pompei è associato a degrado, crolli, incuria, camorra, persino ai cani randagi. Noi ne parliamo male, altri con il nostro patrimonio guadagnano.
Nelle scorse settimane si è tenuta in Germania la biennale mostra-mercato del trasporto su rotaia. Il Giappone, Paese all’avanguardia per l’alta velocità, ha fatto la parte del leone, sottoscrivendo contratti da miliardi di euro. Il Giappone si appresta a produrre un treno a levitazione che supererà i 500 Km/h. E’ il futuro del trasporto a medio raggio. In Italia parlare di alta velocità equivale a parlare del diavolo.
Nel Bel Paese molti dei soldi stanziati per la tutela del territorio (che già non sono tanti) restano bloccati per anni da ricorsi e controricorsi. Quel che è successo a Genova è solo l’ultimo esempio.
Nei Paesi all’avanguardia della ricerca scientifica, gli studi sulle cellule staminali hanno portato a scoperte strabilianti per la salute dei cittadini. L’ultima è di questi giorni dove un paralitico ha ripreso a camminare, non per un miracolo, ma grazie alla scienza. Da noi tali studi sono fortemente frenati dall’avversione della Chiesa (e dalla politica subalterna) alle cellule staminali più efficaci, quelle totipotenti (quelle presenti negli embrioni).
Recentemente un rappresentante sindacale è assurto a notorietà universale perché è riuscito a bloccare la stagione teatrale estiva di una delle più importanti istituzioni culturali italiane. Ne ha riso tutto il mondo: una figuraccia planetaria.
Cosa voglio dire con questi pochi esempi a cui se ne potrebbero aggiungere centinaia di altri? Che l’Italia è un Paese complicato dove lavorare e produrre ricchezza è difficile. E’ un Paese dove prevale la cultura del “contro”, del “no”, dove alla lotta, sempre difficile, per fare bene, si è sostituita quella più facile del non fare, come se in Italia tutto andasse per il meglio. Se poi, malgrado tutto, qualcuno volesse lo stesso provarci, ebbene questo qualcuno andrebbe distrutto sul nascere. Allora assistiamo a soloni, abituati ad essere maestri di pensiero, sproloquiare sulla scarsa cultura del malcapitato,a sindacati contrari a prescindere, casomai accusando il nemico di classe di fare solo sterili promesse (perché allora manifestare?), a eserciti di malpancisti pronti ad accusare il reprobo di ogni nefandezza incancrenita da secoli di malgoverno.
Una delle armi più distruttive ed oggi di gran voga è l’insulto che ha il pregio di essere adatto per ogni occasione. Al vecchio e superato confronto delle idee, al preistorico approfondimento dei problemi, all’inutile proposta costruttiva (non voglio neanche ricordare la parolaccia “alla dialettica”), si è sostituito il risolutivo “vaffa…” che solo ai maldisposti può far pensare che nasconda il vuoto assoluto di idee. A volte si è più fortunati se si viene investiti da un più educato “figura comica”. Come mi è toccato di leggere su questo giornale rivolto a Renzi (chissà perché poi).
Qualcuno è probabilmente convinto che questa sia la strada che farà uscire l’Italia dalla drammatica crisi in cui si dibatte da anni. Io ho qualche ragionevole dubbio.
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