
di Carlo De Cristofaro – (Poesia Il Funerale) Scrissi questi versi avendo 50 anni compiuti, mentre avevo iniziato il mio ultimo anno di insegnamento presso il Terzo Liceo artistico di Roma. Un giorno vidi un funerale e notai che nessuno lo guardava e che le macchine, anziché fare spazio al suo passaggio, ne ostacolavano il cammino, perché chi le guidava era tutto preso dai suoi affari e anzi cercava di evitare un incontro tanto fastidioso che, in qualcuno, al massimo poteva provocare reazioni superstiziose.
Presso le tribù primitive, come anche nell’antico Egitto, i morti venivano considerati ancora dei membri di famiglia, la tomba era una casa, in cui si ponevano suppellettili di vario genere, presso i popoli primitivi il morto, addirittura, veniva collocato vicino al luogo dove viveva la tribù, in ogni caso il luogo dove riposavano i morti era considerato un luogo sacro.
La civiltà moderna, invece, non ha tempo da dedicare ai morti e soprattutto ne ha paura. La paura ancestrale del morto, del mistero tremendo che la morte rappresenta per noi è certo qualcosa di naturale, ma l’uomo moderno non ne sopporta più la vista, come se la morte, a seguito di duemila anni di cristianesimo e di ottimismo sociale e scientifico, dovesse essere qualcosa di non pertinente all’essere umano. Anzi la combinazione di questa presunzione e dell’impossibilità di eliminare la morte (c’è qualche ambito scientifico in cui si farnetica di una medicina capace di sconfiggere la morte, non ci si rende conto che, in tal modo, si elimina anche la vita) genera una sorta di terrore, di insofferenza verso i morti dovuta al fatto che la morte non viene più accettata come un fatto umano. Eppure, così come noi apparteniamo alla vita e la vita ci appartiene, allo stesso modo noi apparteniamo alla morte e la morte ci appartiene.
In pratica finiamo con l’essere “disumani” verso i morti a causa del terrore della morte che ha una civiltà che crede in “salvezze assolute” (cristianesimo) e in “salvezze relative” (scienza, ragione, tecnica, ecc.). Cerchiamo, quindi, di ignorare i morti e di sbarazzarci di essi al più presto possibile, al momento del trapasso segue una corsa della società a collocare i morti in quel deposito non dichiarato di cadaveri che sono i cimiteri, specie cittadini. Una volta, al passaggio dei funerali, il traffico si fermava, ci si spostava, i cristiani si fermavano e si facevano il segno della croce, c’erano segni di rispetto verso il morto che oggi non ci sono più, oggi è il funerale che non deve disturbare il tormentato movimento quotidiano della gente, deve quasi passare di nascosto, deve sbrigarsi a sparire, se un automobilista o un passante affianca il carro funebre subito cambia strada.
Così i morti muoiono due volte. Io detesto questo comportamento e, in genere, dato che non mi tolgo il cappello davanti a nessuno, nemmeno a Dio, ho preso l’abitudine, invece, di togliermi il cappello davanti ai carri funebri che incontro, perché penso al morto dentro la bara che è avvolto dal più terribile dei misteri e lo avverto come la più povera delle persone, non a caso Baudelaire dice “i poveri morti”. E’, quella moderna, una civiltà che disprezza gli anziani, visti come dei pre-morti, e i morti, è una civiltà che fa del divertimento e della gioventù qualcosa di disumano. In questo senso è pertinente la citazione di una delle poesie di Baudelaire, assieme a Leopardi il più grande interprete della “divina malinconia”, che amo di più (nonostante la critica la ignori bellamente), in cui si fa avvertire “il dolore dei morti”, che poi è dei vivi che hanno un po’ di umanità, soli e abbandonati al mistero della morte nei cimiteri, abbandonati e forse anche dimenticati ovunque essi si trovino: di passaggio per la strada per il loro ultimo viaggio oppure nei già citati cimiteri.
“I morti, i poveri morti, hanno di gran dolori,
e quando Ottobre soffia, spogliatore degli alberi,
un vento malinconico intorno alle lor lapidi,
certo dovran trovare molti ingrati i viventi,
a dormir, come fanno, al caldo nei loro letti;
mentr’essi, divorati dai pensieri amari,
senza vicin di letto né dolci conversari,
vecchi scheletri freddi, travagliati dai vermi,
sentono sgocciolare la neve degli inverni”
(C. Baudelaire – “I fiori del male” – “La serva dal gran cuore..”)
Appare una bara,
c’è un funerale,
si guarda altrove,
è paura ancestrale:
c’è quasi un intruso
a passar nella piazza,
era lì un mese prima
figlio della sua razza:
ora, non più figlio,
perché non più vivo,
se ne va malinconico,
silenzioso e schivo.
C’è respir di sollievo,
quando il morto scompare,
ma è il mister della morte
che si vuole evitare.
Morti: anime congeniali.
Morte: sconfitta estrema:
insuperabile enigma
per la scienza blasfema.
Rido d’ogni vanità umana:
di benedizioni e salvezze eterne,
di crocifissi e idoli cristiani
e di cure mediche e moderne.
A te, che giaci nella bara,
avvolto dal mistero più profondo,
a te m’inchino nel solenne addio,
viaggiatore solo e ignoto al mondo.
(Carlo De Cristofaro 18/12/1998)