chiaroscuro sul lago 350-260di Carlo De Cristofaro – Quando scrissi i versi di questa piccola poesia avevo quasi 41 anni e insegnavo già Letteratura italiana all’Istituto d’arte di Marino. Essendo già preda della malinconia da quasi vent’anni, era chiaro che a scuola davo molta importanza alla poesia romantica, specie quella del Nord, con l’aggiunta del mio amato Leopardi. Gli studenti, tra il serio e lo scherzoso, mi dicevano che ero “l’ultimo dei romantici”. Può essere vero, visto che i romantici amano la natura per se stessa, la vita naturale e non quella civile, non amano il progresso e la scienza, amano le passioni e i sentimenti.

Tuttavia è mio destino quello di essere “ultimo”: ultimo dei romantici, ultimo della mia famiglia e forse primo e ultimo professore anarchico nella scuola italiana fatta di pedanti formalisti, scientisti, cristiani ecc.. Sentivo mio il Romanticismo perché è un movimento anti-moderno e io detesto la modernità, il che non vuol dire, come ritengono i progressisti per i loro stupidi schemi, che chi è contro la modernità è allora favorevole alla barbarie, alla teocrazia, alla violenza, al potere feudale ecc..

Sentivo mio il Romanticismo perché possiede la mia stessa malinconia, perché ama il passato felice, la gioventù che non torna, perché, pur legato al presente e alla vita, avverte come nostalgia lo scorrere inesorabile del tempo. Sentivo mio il Romanticismo perché è l’unico movimento che si immerge “sognando” nella “realtà” della natura, che avverte fino in fondo il profondo legame tra la vita e la morte. Sentivo mio il Romanticismo perché afferma una libertà completa rispetto all’ordine sociale (qui il Romanticismo non va confuso con l’Idealismo filosofico), perché nel suo culto della natura e dell’arte nasconde un più o meno segreto spirito anarchico. A scuola ero il professore che meglio lo conosceva e cercava di farlo uscire dagli stereotipi degli schemi scolastici in cui era ingabbiato, anche perché nulla è più difficile da capire, per un razionalista, del Romanticismo.

Bisogna avere l’istinto, la passione, i sentimenti e la malinconia nell’animo per poter capire il Romanticismo, il filtro della ragione fa da ostacolo alla sua comprensione. Per questo è ancora oggi qualcosa da scoprire e non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità. Il Romanticismo ama il passato non in senso sociale, ma in senso vitale, perché l’unica verità assoluta del futuro è la morte. Futuristi, progressisti, borghesi, socialisti, esistenzialisti, cristiani sono dei ciechi che corrono incontro alla morte senza vivere la vita, proprio perché, al contrario dei romantici, la vogliono esorcizzare e facendo questo la separano dalla vita, rendendo insulsa quest’ultima.

Questa unione tanto stretta tra la vita e la morte non è un capriccio dei romantici, ma una verità ontologica, esistenziale, naturale. Le citazioni, così come la poesia, mirano a mettere in evidenza proprio questo legame inscindibile tra la vita e la morte, in questo furono maestri solo i romantici e poi Nietzsche. L’idea di “salvezza” e quella di “ragione” separano la morte dalla vita e perciò non permettono alla morte di rendere romantica, cioè piena e viva, la vita. Le prime due citazioni sono di due famosi esponenti romantici tedeschi legati al Circolo di Jena, il primo filosofo e poeta, il secondo poeta e autore di fiabe notevoli, la terza citazione è di un noto musicista romantico tedesco, la quarta citazione, infine, è del solito autore minore dell’Ottocento italiano.

“La morte è il principio romanticizzante della nostra vita.
La morte è..la vita. Attraverso la morte si rafforza la vita”
(Novalis – “Frammenti” – “Frammenti e studi 1799-1800”- 30)

“s’agita vita nel silenzio primordiale,
fonte di forme che s’ergono e declinano,
la fantasia soltanto in quell’ordire eterno
scorge la vita rifiorire dalla morte”
(L. Tieck – “Poesie” – “L’arte del poeta”)

“E se cantavo l’amore,
questo si tramutava in dolore.
E se cantavo il dolore,
questo si tramutava in amore”
(F. Schubert – “Il mio sogno”)

“Sboccia dalla morte la vita”
(D. Gnoli – “Fra terra e astri” – “Il fior della fede”)

Nasce un bambino,
lo mettono in culla,
sorride il padre
che lo trastulla,

scende il futuro
su quel visino,
su quegli occhietti
dentro un lettino.

Muore un anziano
all’ospedale,
nessuno piange
al suo capezzale,

c’è tutto il passato
sul viso stanco,
sugli occhi sbarrati
nel letto bianco.

(Carlo De Cristofaro – 16/4/1989)

Di Autore/i esterno/i

Autori che hanno concesso i loro articoli, Collaboratori occasionali

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.