jan-brughel-il-giovane-allegoria-dellolfatto 350

jan-brughel-il-giovane-allegoria-dellolfatto 350di Carlo De Cristofaro – Avevo quasi 40 anni quando scrissi questi versi, si era quasi spento ai sentimenti il mio cuore dopo i travagli sentimentali e amorosi di 8-10 anni prima. Convivevo con mio fratello e mi consolava molto l’attività di insegnante iniziata a settembre del 1987. Facevo allora l’anno di prova in una scuola di Latina e insegnavo Letteratura italiana.

Il mio istinto ribelle, che avevo fin da ragazzo, diventava sempre di più cosciente anarchismo e voglia di trasgredire le regole insulse della società. Mi distraevo anche con alcuni amici compagni di viaggio che coltivavano con me l’interesse per la trasgressione erotica molto estetizzata e molto moderata, non avendo mai amato né le radicalità innaturali e neppure la pornografia, alla fine si trattava più che altro di una voglia di gioco che dava soddisfazione all’occhio e si levava la soddisfazione di superare i tabù sessuali della società. Niente di patologico o psicoanalitico, ma solo una dimensione figlia della ribellione che aveva portato alla rivoluzione sessuale, ma vissuta a modo mio. Per il resto i rapporti sentimentali erano sempre scoordinati: mi attraeva, sovente, chi non mi voleva e, talvolta, mi voleva chi non mi attraeva. Solitudine, quindi, e malinconia, nonostante tutto. La malinconia mi ha portato spesso, mi ci porta adesso più che mai, a supporre quale possa essere l’ultima cosa che vedrò negli ultimi istanti della mia vita, ultima cosa, ovviamente, di cui posso essere cosciente. Mi chiedo: l’ultima cosa che vedrò coscientemente sarà il bianco del soffitto di un ospedale? L’azzurro del cielo mentre muoio all’improvviso per strada? Già la seconda ipotesi mi piace più della prima. Perché l’azzurro del cielo mi strapperebbe un ultimo sorriso. In quel lontano giorno del 1988 resi oggettiva in “ottuagenario morente” questa mia malinconia del tutto personale. Supposi anche che l’ultima cosa che colpiva la mia coscienza non fosse visiva, come mi capita più frequentemente di pensare, ma uditiva: era un “cinguettio”. Probabilmente un cinguettio realmente ascoltato in quella primavera. Immaginai anche che in quegli ultimi istanti di vita il “cinguettio” fosse un richiamo della lontana fanciullezza e gioventù del vecchio morente e, poiché la poesia era una malinconia vissuta in primavera, fosse anche una specie di ultimo ritorno della primavera/fanciullezza nella memoria. Così che, alla fine, risvegliata dal cinguettio la memoria della vitalità fanciullesca e del primo amore, la coscienza dipinse un bel sorriso sul volto del vecchio nell’attimo della morte. Al vecchio parve, per pochi istanti, di rinascere, mentre era solo la morte. In questo senso è pertinente la citazione, aggiunta dopo, di un poeta minore dell’Ottocento italiano.

“Era un tramonto, e a me parve un’aurora”
(D. Gnoli – “Fra terra e astri” – “Orpheus”)

 

Esausto il morente ottuagenario
giace come Luna del mattino,
ma lo allieta un dolce cinguettio
che subito lo fa tornar bambino,

 

i suoi vent’anni rivede nel passato,
un tempo ormai tanto lontano:
il vecchio ridiventato giovane
adesso sembra tanto strano,

 

è ritornata l’antica primavera
che là, fuor della sua stanza,
l’amore riveste ancora oggi
con colorata semplice eleganza,

 

rivede gli immensi spazi azzurri,
le corse pazze in mezzo ai prati
e un delicato viso di fanciulla
apparire tra i giovani sudati:

 

è il volto del suo primo amore,
tenero, come i petali d’un fiore,
lo ammira ancora con stupore
mentre, con un sorriso..muore.

 

(Carlo De Cristofaro 14/4/1988 – ritoccata il 4/2/1993)

 

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