di Antonio Simiele – Ho tentennato prima di decidermi a scrivere sul tema dello scontro di civiltà e guerre di religione, tremendamente complicato, attuale, vitale per le sorti di quelle vicende, talora squallide, talora entusiasmanti, talora tragicomiche, talora drammatiche del romanzo avvincente che è la storia dell’umanità.
Esso si ripresenta periodicamente, ormai da secoli, con contenuti e contendenti simili, sfociando molte volte in guerre e nella momentanea supremazia degli uni sugli altri. Si ripete la forte tensione per l’egemonia regionale tra le varie anime dell’Islam. Si ripete l’utilizzo di motivazioni ideologiche e religiose a copertura di un violento scontro mondiale di potere, per cui, nello specifico degli avvenimenti di questi giorni, c’è da chiedersi se sia l’Islam a creare l’Isis o non, più verosimilmente, l’Isis ad ammantarsi di una certa interessata interpretazione dell’Islam.
Quello che è cambiato profondamente, rispetto al passato, è lo scenario mondiale, che consiglierebbe di affrontare queste vicende in modo diverso e risolutivo; esse minacciano di produrre un terremoto i cui ipotizzabili effetti disastrosi si possono intravedere solo con la sfera di cristallo.
Il processo di globalizzazione è quasi totale. E’ in corso un riequilibrio planetario dei poli di sviluppo, in cui l’Occidente accusa una fase di decadenza, avendo perso e continuando a perdere molto della sua egemonia economica e culturale, di cui ha goduto negli ultimi secoli. Sono apparse sulla scena nuove grandi potenze economiche, come l’India e la Cina, ricche di tradizioni, storie e culture importanti. Gli stessi Stati Uniti d’America non mordono più come trent’anni fa.
Quello che dovrebbe essere a tutti evidente è che, nell’era dell’atomica, è pura follia pensare di risolvere le vertenze o addirittura di fare giustizia attraverso la guerra che, ora, quando si affaccia, è sempre foriera di innescare l’autodistruzione dell’umanità. Le religioni e gli Stati sono giunti davanti ad un bivio e devono decidere se proseguire sulla strada di sempre con il fondato pericolo di ritrovarsi sull’orlo del precipizio o imboccarne una totalmente nuova, com’è auspicabile.
Lancia un buon segnale, Obama, insistendo a voler costruire una grande coalizione, per combattere l’Isis, in cui prevalga la presenza dei mussulmani, in particolare dei Paesi arabi: è il capo del Paese più potente del mondo che, avvertito dei rischi letali presenti, cerca di evitare il solo sospetto di una crociata dell’Occidente e di ricondurre il più possibile lo scontro al livello regionale. Ancora poco, non basta e non bastano neppure gli accorati appelli e le condanne del Papa.
Sul versante religioso serve che avanzi speditamente il dialogo tra i diversi culti, i quali devono rafforzare, subito e in maniera imperativa, la consapevolezza dei singoli credenti che sia nemico della fede ogni atto o fine che solo giustifichi la guerra. Sul versante economico e politico si deve accelerare il rimpasto degli equilibri mondiali. E’ compito dell’Occidente, favorire un dialogo senza pregiudiziali e senza pensare di imporre né subire verità assolute. Un confronto aperto, capace di far convogliare e convivere i valori positivi, presenti in tutte le culture e in tutte le società, in un’unica, nuova e condivisa dimensione mondiale. L’Occidente deve usare tutti i mezzi per percorrere questa la strada, che è quella buona anche per difendere, con efficacia, le sue grandi conquiste fatte, negli ultimi secoli, nel campo dei diritti civili, sociali e politici.
Tanti pensano che, questa, sia una visione ingenua, utopica. Non credo sia così e, comunque, è la strada che abbiamo a disposizione, difficile ma sicura, in grado di portare l’umanità verso un futuro di convivenza civile, pace e progresso.
Lì 16 settembre 2014
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