di Ermisio Mazzocchi – Che fare? La scelta della candidatura alla Presidenza dell’Amministrazione provinciale secondo le modalità stabilite dalla legge (molto discutibile) di riforma dell’Ente provinciale sta logorando le energie del PD e provocando un profondo turbamento, se non disorientamento, tra gli iscritti e gli stessi suoi elettori. Sarebbe semplice ridurre il tutto a una circoscritta competizione tra le varie aree, esaltandone la concorrenza dei capicorrente. Credo che le questioni siano più profonde. Il territorio, la sua economia, le sue strutture produttive e quelle sociali sono ormai in uno stato avanzato di modificazione, flagellati da carenza di risorse finanziarie e dagli effetti della stagnazione della ripresa economica. Cresce la conflittualità sociale con stati di agitazione permanente dalla sanità alla scuola, dalle fabbriche al Pubblico impiego, con tutte le peculiarità (inquinamento ambientale e desertificazione industriale) di questa area centro meridionale, porta di transito tra nord e sud del paese. L’ossatura ancora vitale della piccola e media impresa, un terziario diffuso, seppure con le sue criticità, la consistenza di altri settori produttivi, consentono di mantenere con sforzi di resistenza un assetto discreto, tuttavia debole, dell’economia con riflessi di sufficienza socio-economica. Tutto ciò non compensa un innalzamento del livello della povertà, la grama vita dei pensionati, la disoccupazione giovanile, la esclusione massiccia delle donne dal mondo del lavoro. Su questo campo si gioca la partita della politica e i partiti che ne sono gli strumenti devono misurare la credibilità della loro proposta risolutiva dei problemi dei cittadini. Dietro le quinte della crisi si è aperto in questa provincia un conflitto su come e con chi uscire dal tunnel oscuro della recessione. E gli interessi di parte sono sostanziosi e decisivi che muovono forze a sostegno di modalità di sviluppo che potrebbero portare a maggiori sacrifici per molti e a vantaggiose prosperità per pochi. Le Istituzioni pubbliche sono il vettore su cui veicolare le diverse soluzioni e possono essere indirizzate in modo da rispondere a progetti che cementano un diverso assetto della società. Non a caso la virulenza dello scontro per il Presidente ha scatenato, più che altrove, una collisione di interessi con un retroscena che ha riguardato il Cosilam e la Saf, proprio a Cassino, epicentro decisivo per lo sviluppo del Lazio meridionale e componente indispensabile per il futuro di tutta la provincia con un concentrato di forze propulsive dall’Università alla Fiat, a prestigiose Banche locali. Il sistema si riforma e la miscela esplosiva inedita e efficace ha fatto esplodere il PD, che è rimasto impantanato in una ricerca del suo ruolo, forse fuori tempo, ma certamente non all’altezza della situazione. L’effetto a catena è stato quello di radicalizzare la diversità delle aree, ciascuna con l’intento di presentarsi come unico interlocutore di una politica riformatrice e parte referente di quelle nuove dinamiche della società provinciale. E la battaglia si è acutizzata su nomi e incarichi perdendo la dimensione della realtà e dei bisogni del “popolo”, finendo ciascuno referente capocorrente ad essere strumento e non dirigente di coloro che hanno altri obiettivi e interessi, con il paradosso di vivere in una atmosfera di doppiezza e ad arrivare a dimostrazioni di forza in campi avversi. L’epilogo di un travagliato percorso arrivato alla sua fase finale, ma non scongiurato, sono le recenti vicissitudini del PD provinciale che hanno accentuato la sua instabilità e messo in discussione la sua missione nel campo delle forze di centrosinistra. Per di più è saltata la convivenza democratica vitale per un partito e il rispetto delle sue regole. Democrazia non vuole dire “sciogliere le fila” alla prima occasione di dissenso, che è legittimo ma non da usare per portare un partito allo sfascio. I militanti di questo partito non possono essere come il somaro che porta sulla groppa la botte con dentro il vino, ma lui beve acqua. Non possono essere privati del diritto di scegliere e di non essere rispettati nelle loro scelte. Il PD non è un elastico che si tira a seconda del momento e della convenienza sia per quanto riguardo la sua vita interna sia per quanto concerne la sua politica e le sue alleanze. Le alleanze del governo Renzi sono di emergenza, le alleanze per il Presidente della provincia sono di un sistema di stabilità. Il PD è per alleanze di centrosinistra. Non è politicamente convincente l’argomento di chi accusa altri di essere alleati con Sel che è all’opposizione al governo nazionale, dimenticando che è un alleato di maggioranza nei comuni riconosciuti di centrosinistra, come Paliano con vicesindaco e presidente del consiglio, a Ceprano, a Boville, a Roccasecca con un assessore. Che fare? Un partito chiuso in se stesso nel quale prevale la cura del proprio “campo” non è più in grado di recepire le aspettative di una società in continua trasformazione. Dobbiamo trovare la strada per ribaltare questa deriva cercando di dare alla nostra politica un contenuto concreto, preciso che corrisponda alla situazione che ci sta davanti. Un partito in grado di dirigere giorno per giorno il nuovo processo di cambiamento costruendo quel ricambio generazionale che è già in atto di dirigenti e di amministratori.
La scelta del candidato a presidente dell’amministrazione provinciale ha dilaniato il PD ma ha anche chiamato tutti noi a un carico di responsabilità volta a ricercare soluzioni, anche nella formazione delle liste, che potrebbero soddisfare non l’una o l’altra parte ma un sentimento diffuso nel PD di una ricomposizione della sua identità politica che passa nel rigenerare le rappresentanze istituzionali. Crescerebbe la capacità del PD e degli schieramenti di sinistra e progressisti a cambiare il futuro di questa provincia. Le forze motrici del cambiamento sono possono fare a meno del PD come il PD non può fare a meno di esse.
Frosinone 10 settembre 2014