
di Ermisio Mazzocchi – Il PD non si è trasferito in una sala da pranzo affollata di eterogenei commensali. Il Partito Democratico ha la sua sede a Frosinone, ha le sue strutture organizzative, un Presidente, un Segretario provinciale, una Direzione provinciale. La loro nomina è stata decisa e sostenuta senza alcuna opposizione da tutte le aree che compongono l’insieme del partito, condividendo regole e scelte politiche e concorrendo alla loro formazione con la presenza di uomini e donne di appartenenza alle diverse componenti. La sua proiezione politica è e sarà nell’alveo del centrosinistra, prediligendo alleanze con il PSI e con altre forze di sinistra e progressiste. Da qui bisogna partire e qui bisogna arrivare. Non ci sono scorciatoie. Una coerenza politica che è tanto più doverosa quanto maggiore è la responsabilità assunta dal PD nei confronti dei cittadini e delle istituzioni.
Se siamo vincolati a questo obbligo politico e morale non è accettabile la pratica delle cose pasticciate, di accordi ibridi, di intese con chi per anni è stato definito l’avversario politico. E ancora di più non sono accettabili atti che rispondono a precostituiti disegni con l’obiettivo di scardinare quegli accordi faticosamente raggiunti per ricomporre una unitaria gestione del partito. Dobbiamo, quindi, dare una lettura attenta di quanto avviene nel PD provinciale in rapporto alla sua responsabilità di forza di governo. Credo che una considerazione di fondo debba essere fatta in merito alla segreteria Costanzo, risultato di una intesa che non ha raffreddato la competizione spesso con toni e metodi esasperati tra le aree di maggiore consistenza “Noi Dem” e “Renzi – Moscardelli, Pasetto”. Costanzo è stato un punto di arrivo non di partenza per una nuova stagione politica del PD provinciale. Non nego meriti e sforzi di Costanzo e il suo costante impegno in una affannosa ricerca di ricomporre le violente contese, ma non sono sufficienti a trovare convergenze condivise, nonostante l’apporto propositivo e consistente dell’area “Rifare l’Italia” e di quella di “Civati”. Il risultato è uno sdoppiamento del PD, che ne indebolisce la sua forza innovativa nella politica provinciale. Non sono in gioco solo prestigio personale, solitarie carriere politiche, esclusivo esercizio del potere, certamente predominanti.
In campo ci sono sistemi di relazioni politiche – dai sindaci ai segretari di Circolo – che devono essere soddisfatti e che si sono sedimentati negli anni intorno alle figure più rappresentative del PD, che hanno ricoperto, come De Angelis e Scalia, ruoli istituzionali e di direzione politica rilevanti. L’oscillazione delle appartenenze è legata alla capacità dell’una o dell’altra parte di rispondere alle loro esigenze. Tutto ciò imprime una sempre maggiore accelerazione alla conflittualità interna al PD. Lo scontro violento sul Cosilam ha dimostrato la consistenza di queste spinte rivendicative attutite da una mediazione sancita dalla Direzione, che non ha sortito gli effetti sperati. Questo in ragione del fatto che è stato più forte il “sistema” che la scelta politica. Sullo stesso tracciato si incammina l’imminente elezione del Consiglio provinciale secondo la legge di riforma delle province. Con una gravante. La partita si è giocata fuori del campo regolamentare. Esprimo chiaramente il mio dissenso per ragioni politiche e di coerenza. La procedura sarebbe dovuta essere la medesima utilizzata per il Cosilam e per la SAf, ambedue gestiti dai sindaci. Il PD si sarebbe dovuto limitare a proporre indirizzi programmatici. Sono i sindaci che eleggono il presidente, con una variante rispetto agli altri due enti: si devono formare le liste per eleggere i dodici consiglieri. La scelta delle alleanze già di per sé connaturata nel PD verso il centrosinistra deve essere convalidata dalla Direzione provinciale. In sostanza la Direzione provinciale non può trovarsi davanti a un fatto compiuto, quando il sindaco di Ferentino aggrega in modo autonomo espressioni di altre forze fuori del circuito del centrosinistra, come altrettanto ritengo intempestiva la forzatura mediatica in atto da qualche mese per la candidatura di Costanzo. Si ripropone lo stesso schema esautorando gli organismi dirigenti e acutizzando lo scontro tra le diverse aree.
Penso che non possiamo essere prigionieri del passato remoto e prossimo in un eterno e ripetitivo modello. Tutto ciò offusca l’identità di un partito, del PD che sta a sinistra, non a destra. Oppure con il dubbio della saggezza politica devo ritenere che affiora in queste alleanze una affinità di intenti della cultura della DC fortemente radicata in questo territorio. Con un altrettanto tentativo dall’altra parte di ritagliarsi uno spazio di combattiva sopravvivenza dalla propria storia nel PCI. Certo è che oggi il PD anche in questa provincia, deve fare affidamento su le nuove generazioni, a quella nuova classe di amministratori, ai nuovi dirigenti per uscire da queste pastoie e imprimere una svolta nei metodi e nei contenuti. La Direzione di sabato dovrà correggere le storture che piegano il PD a un contenitore vuoto e ridare piena legittimità alla sua funzione di organo dirigente. Soluzioni alternative sono possibili per la presidenza della provincia solo se si avrà la consapevolezza che non può prevalere quel sistema ma un cambio della politica.
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