
di Nadeia De Gasperis – La canzone di Gaber, con l’ironia pungente che lo contraddistingueva, recitava cos’è la destra cos’è la sinistra, motteggiando le esasperate prerogative della destra e della sinistra,” la minestrina a destra/il minestrone di sinistra”.
Visto che abbiamo sdoganato ogni forma di razzismo, anche io voglio dichiarare il mercimònio della parola solidarietà senza assolvere alle formalità prescritte, perchè ritengo che bisognerebbe ricominciare quantomeno a pagare il dazio del disonore ogni volta che si supera il confine della decenza, lasciando senza controllo le bestialità in entrata e in uscita dalle bocche che blateravano perfino la parola “sinistra”.
Chiamtela pure politica protezionista, mi preme di proteggere la nostra umanità.
Non mi devo spingere a frugare nella cassa dello Stato, a indagare come vengano impiegati i soldi nello stato sociale, per capire quello che siamo diventati.
Bata rimanere alla cassa di un supermercato e osservare come vengono spese le parole per gli altri che non siamo noi, noi che ci “riconosciamo”, belli avvoltolati nella bandiera della NOSTRA comunità, solo quando siamo tutti uniti contro il nemico, il diverso, l’intruso.
C’è questo virus, da quando abbiamo a che fare con gli immigrati, che ha avuto una diffusione più puntale dell’ebola: la xenofobia.
Avevamo affidato alla sinistra l’elaborazione di un pensiero di solidarietà, ma tra i tanti luoghi comuni, non è più facile rintracciare i luoghi dell’accoglienza, neppure dove era naturale incrociarli. Così continuo a stupirmi e indignarmi, quando frugando tra i campi virtuali di quelle persone che pensavo dotate quantomeno di una intelligenza emotiva vedo attecchire il germe dell’odio e della xenofobia.
Non c’è più alcuna garanzia sociale, culturale, politica, anche il poeta che muove la luna e le altre stelle, da un giorno all’altro, si arena nel mare nero dei disperati, a rigettarli via, perdendo di vista i versi che faceva alla bellezza.
Probabilmente abbiamo avuto degli ominicchi professionisti della mistificazione, che hanno fatto dell’urgenza e della necessità il cavallo di troia per invadere i terreni della condivisione ed espugnare l’empatia. Fanno gola quegli spot rilanciati facendo leva sui nostri punti deboli: lavoro, famiglia, casa, salute. Così rispetto ai nazionalismi europei, possiamo nutrire il nostro razzismo, senza troppi sensi di colpa. Però, lasciatemi dire, io non è che sono razzista (è questo l’inizio della fine no!?) è che non sopporto i razzisti.
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