di Daria Palotti – clicca sull’immagine per ingrandirladi Nadeia De Gasperis – Ricordo molto bene due occhi grandi, verde bottiglia, con un fondo di tristezza che aveva galleggiato mari e mari di solitudine prima di approdare in quel luogo troppo inospitale per farsi luogo di accoglienza di una sofferenza così grande, due occhi smarriti che cercavano intorno, alla deriva di un pensiero, concepire, che deriva da cum capere, capire, accogliere in sè. Sfiniti da una corsa a perdifiato si rassegnarono in un pianto sommesso e sordo, così rumoroso e straziante che incrociando il mio sguardo avrei voluto implorarle di travasare un po’ di quel dolore nei miei occhi. Io aspettavo il responso di un esame medico, e non avevo alcuna fretta che potesse anteporsi alla sua urgenza di aiuto.
La lasciai passare, e da quella anticamera, un lungo corridoio che nei nastrini rosa, nei messagg che stanno a parafrasare la vita, nei quadri che celebrano l’inizio, con manifesti dai termini di un inizio senza termine e pochi centimetri che ci dividevano dagli ambulatori, sentii che le dicevano “ma se piangi lascia stare, tienitelo no!?” mentre lei ripeteva in una cantilena àtona “come faccio da sola, come posso dargli mangiare, come faccio.”
Comunque sia finita la storia di quella donna, per me sarà per sempre iscritta negli annali del dolore del genere umano. Una curiosità che si fosse spinta oltre avrebbe assunto connotati di morbosità, perciò feci quello che avrebbero dovuto fare le persone preposte a garantire la discrezione, chiusi la porta davanti a me affinchè quella donna avesse diritto almeno a un foglio di compensato sagomato a proteggere la sua dignità. Ma il dolore di una donna che ha sentito crescere un presagio di gioia dal sentore di afflizione, che ha il nome di tutte le vite mancate e di un fututro interrotto, continua a raccontarsi anche dopo
Ho pensato a quanto sia prezioso quel luogo che dovrebbe accogliere farsi carico di qualsiasi forma di solitudine, anche quella che si porta in due perchè a volte due solitudini non si fanno compagnia sebben concepire voglia dire anche “prendere in due” o non si danno pace e non bastano due braccia, seppur intrecciate in una trama fitta di vita condivisa, a sostenere un tormento così grande, che tutti chiamano sacro e tu non puoi nemmeno chiamare col nome più comune, Maria. Così pesante che piega le ginocchia e alza la testa al cielo per pregare che ci sia uno squarcio in quel nero, in cui sia iscritta una legge che sovverta le ragioni dell’ ineluttabile.
Ho chiesto a mamma di raccontarmi di quel giorno che ha segnato la storia, in cui un gruppo di mamme con i rispettivi figli irruppero nella sala consiliare del comune di Sora. Era da tempo che nelle vicine città di Isola del liri e Atina erano stati aperti dei consultori familiari e le donne in questione si erano mobilitate in visite per esplorarne la struttura e le le dinamiche. L’amministrazione comunale sorana stava permettendo che non si desse fondo ai fondi stanziati per il consultorio, il fondo più fondo del nero del pozzo.
di Vivian Maier – clicca sull’immagine per ingrandirla
Così quelle donne, mamme, presero in mano la situazione, irruppero nel giorno del consiglio comunale, quello che precedeva la scadenza del bando, e chiesero ai loro figli di dimenticare le regole di buona educazione che gli erano state impartite fino a quel momento, e di giocare, giocare rumorosamente a favore dei diritti umani. Facemmo molta caciara, mi racconta mamma, tanto che il messo comunale non seppe dove “parare”, finchè non facemmo goal e il consiglio si vide costretto, suo malgrado e sua la malafede, a firmare per l’apertura del consultorio.
Oggi la legge 194 viene ancora maltrattata eppure quel giorno in quel luogo, c’erano donne che avevao potuto scegliere diversamente, avevano avuto una opportunità. C’è ancora chi taccia quella scelta straziante con un numero, così come accade ogni volta che si cerca di cancellare, catalogandola, la dignità di un essere umano. Bisognerebbe usare il fiato senza sprechi, per difendere quelle strutture conquistate con tanta fatica, perchè una disperazione accolta senza imposizionei può prendere strade inaspettate.
Forse è colpa della nostra generazione, che non ha tenuta viva la stessa attenzione con la quale si sono prodigate le donne degli anni ’70. Recentemente è stato, infatti, presentato un emendamento con il quale si vorrebbe abrogare l’Art. 6 della L.R. 15/76, ovvero quell’articolo dove veniva definita e normata l’attività dei consultori e la loro funzione. L’emendamento per il momento è stato accantonato grazie alle pressioni delle opposizioni, ma questo non tempo al centro di richieste di riqualificazione, ma anche di roventi polemiche politiche – com’è successo nel Lazio per la proposta di legge Tarzia, che prevedeva di finanziare associazioni private pro-life, i consultori familiari sono in prima fila tra le vittime dei tagli al welfare territorialecancella la sua gravità e non significa che il pericolo sia scongiurato. Ma l’ultima relazione dello stato delle cose, promossa dal ministero della salute, risale al 2010.
Il consultorio doveva essere un posto aperto e rivolto all’esterno, capace di portare fuori, nel territorio, il sapere. Doveva essere in grado di guardarsi attorno per intercettare e rispondere ai bisogni di salute, di capire i cambiamenti della società per poi decidere quali interventi fare e come
Ma la privatizzazione ha penalizzato strutture come i consultori che non fanno rete, non hanno contatti con le strutture ospedaliere o se ci sono sono conflittuali salvo alcuni sporadici progetti che hanno avuto vita difficle ma si sono affermati, come in Puglia un progetto che ha avuto vita difficile, ma che ha prodotto dei risultati. Inoltre sarebbe interessante capire se si riesce a creare, per il futuro, una figura professionale capace di muoversi indifferentemente tra ospedale, consultorio, ambulatorio, territorio eccetera.
I medici che attualmente garantiscono l’applicazione della 194 non solo sono sempre meno, ma stanno progressivamente invecchiando, si tratta della vecchia guardia, non c’è il ricambio generazionale.
Ci sono voci ricorrenti di ripresa dell’abortività clandestina, quando non resta che scongiurare che il prezzo di quella scelta sia il rischio di due vite mancate al posto di una.
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