Sleeping quarters di Parke Harrison – particolaredi Nadeia De Gasperis – Da bambini quando giocavamo al gioco dell’imperfetto “facciamo che ero” non avanzavamo nessuna pretesa di compiutezza sul futuro: facciamo che ero una maestra, facciamo che ero un dottore, una astronauta, un panettiere, una giornalista, un uomo/ una donna felice. Ma tra questi giochi “d’azzardo”, ce n’era uno che non ammetteva scommesse sul futuro e prefigurava già l’immagine del riscatto: “facciamo che ero morto”, prevedeva già che si puntasse tutto sul
Sleeping quarters di Parke Harrison – originale ritorno “adesso facciamo ero rinato”. Perchè da piccoli si può evocare la morte senza l’urgenza di esorcizzarla. I riti scaramantici si danzano tutt’ intorno ai presagi di futuri radiosi.
Facciamo che ero morto, con i braccioli o una ciambella con testa di papera che cingeva la vita,fino a quando gli spruzzi di chi “facciamo che ero vivo come un pinguino” non ti ridestavano. Facciamo che ero morto, quando papà giocava ai western con il fratello “al cuore ramon,devi colpire al cuore”. Facciamo che eri morto, ma devi morire come si deve, non devi respirare”, finchè il respiro non esplodeva in una risata a crepapelle. Facciamo che ero morto, anche solo per vedere “l’effetto che fa”. “Facciamo che ero”, con qualche aggiustamento, coniuga l’imperfetto del verbo giocare alla vita adulta, ma “facciamo che ero morto” no, non si pò giocare, pena la fine del gioco. Facciamo che eravamo tutti morti,davanti a una fabbrica, per onorare la morte di una collega suicida, facciamo che eravamo tutti morti, per richiamare l’attenzione sulla mancanza di uno stipendio con cui sfamare la famiglia, facciamo che eravamo tutti morti per rivendicareil dirirtto al lavoro dopo anni di studio e ricerca, facciamo che eravamo tutti morti, per un diritto di cittadinanza, di esistenza, è un gioco crudele che si è costretti a giocare solo in un Paese che si gioca all’imperfetto l’ultima carta con la vita.
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