Giovanni-Floris

Giovanni-Florisdi Stefano Balassone – Per quel che vale, merita di essere segnalato che la presenza di Matteo Renzi aggiunge uno spettatore a ogni dieci che seguirebbero comunque il programma. Così è stato lunedì a Quinta Colonna, e dunque in partibus infidelium con la più berlusconiana delle audience “popolari” (moltissime casalinghe, pensioni tutt’altro che d’oro, molto Sud), sia a Ballarò, che dispone di un pubblico più equilibrato tanto socialmente quanto territorialmente.

A Quinta colonna il passaggio di Renzi ha richiamato qualche transitoria attenzione da parte dei lavoratori dipendenti, ma nell’insieme la composizione del pubblico non è granché cambiata rispetto all’usuale.

Maggiori invece gli effetti nel pubblico di Ballarò, dove per vedere Renzi si sono addensati oltre ai laureati, che da sempre prediligono i faccia a faccia fra intervistatore e intervistato, i titolari della licenza elementare (+5% di share rispetto al Ballarò della settimana precedente) che generalmente sono a livelli di reddito bassi (ne deduciamo che la redistribuzione di reddito affidata agli 80 euro sia seguita con ovvia attenzione dal vasto segmento dei meno abbienti).

Ma la vera sorpresa la forniscono i giovani maschi dai 20 ai 24 anni, che segnano un maggiore ascolto di 10 punti di share. Le coetanee non li seguono, ma è già successo di osservare che in quella fascia di età i comportamenti maschili precedono di qualche mese quelli femminili. E dunque, a farla breve, sembrerebbe che Renzi stia riuscendo a scalfire la indifferenza post adolescenziale e forse a contendere il voto dei più giovani tanto a Grillo quanto all’astensione.

All’audience lì convenuta è stata offerta l’occasione di una intervista spigolosa, che tralasciata la “grande politica” e lo stesso tema dell’Europa, si è concentrata completamente sulla questione delle “coperture” riguardanti il costo (6,5 miliardi) del decreto degli “80 euro al mese per i dieci milioni di lavoratori dipendenti meno pagati”, che sarebbe in sostanza il taglio al cuneo fiscale, e della diminuzione del 10% del prelievo Irap.

Sarà che in mezzo a quelle coperture c’era il dente che doleva e su cui la lingua di Floris è andata immancabilmente a battere: la Rai. Perché è previsto che l’azienda statale del servizio pubblico tv contribuirà alle famose “coperture” con 150 milioni (a rivalere sulla vendita di una quota della società delle torri che ospitano i trasmettitori e su eventuali razionalizzazioni delle sedi regionali, all’uopo sciolte dall’obbligo legislativo ad esistere).

Di tutta l’intervista, quello ha finito con l’essere il brano caratterizzante, immancabilmente ripreso dai giornali di questa mattina, quantomeno perché l’intervistatore, collaboratore Rai, si è ritrovato a rappresentare una parte in causa, anziché volare super partes, come richiede il galateo del genere.

L’argomento polemico usato da Floris nei confronti di Renzi è stato: «Perché non avete chiesto soldi anche a Mediaset?». Come se vedesse il principale difetto della decisione del Governo nel fatto turbare gli equilibri del “Duopolio”, la meta-azienda composta di Rai e Mediaset, due parti che da decenni si sostengono oggettivamente – e a volte intenzionalmente – a vicenda.

E pensare che noi ci saremmo più preoccupati, invece, proprio del contrario, e cioè di una decisione che in un modo o nell’altro avesse voluto tosare le due aziende, ma con l’intento di lasciarne inalterato l’equilibrio e la convivenza duopolistica. E, fossimo stati lì, avremmo incalzato il premier in altro modo, dicendogli ad esempio: «Ok, le serve un contributo per ridurre il cuneo fiscale. Ma dove intende che vada questa azienda? Che progetto ha, oltre a pretenderne 150 milioni?». «Si rende conto che così smuove gli equilibri del Duopolio?». «E come pensa di riuscire, contemporaneamente a fare le riforme con Berlusconi?». Etc etc. Era, in sostanza, l’occasione per verificare la posizione di Renzi circa il superamento o meno della anomalia trentennale della tv italiana. Speriamo nella prossima volta, sempre che i “patrioti” Rai si attrezzino di narrazioni più seducenti, anche per riuscire ad avere il paese alle spalle anziché di fronte, al momento del rinnovo della concessione del servizio pubblico. Fra meno di due anni, con una posta fin troppo alta sia per l’azienda sia per l’intera industria culturale. Altro che restare impigliati nei luoghi comuni e nelle compatibilità della trentennale bottega del conflitto di interessi.

@sbalassone

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