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renzi-padoanDue  articoli sul Documento di politica economica e finanziaria – DEF

 

 

 

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di Stefano Fassina da huffingtonpost.it – Def 2014: la sinistra che non cambia è destra.
Purtroppo, il Def 2014, nonostante le attese, è in continuità con la linea di politica economica mercantilista dominante nell’euro-zona e seguita anche in Italia: la via della salvezza continua a essere l’austerità e la svalutazione del lavoro (vedi, da ultimo, il DL Lavoro e il Disegno di Legge Delega sul lavoro).
Ha ragione Matteo Renzi: “la sinistra che non cambia è destra”. Ma al di là delle valutazioni etiche e politiche (la subalternità alla destra), la sinistra che non cambia è corresponsabile del naufragio dell’Italia e dell’euro-zona perché persevera a ignorare i dati di realtà. La linea seguita nell’euro-zona determina maggior debito pubblico, salito in media nell’euro-zona dal 65% del 2007 al 95% nel 2013. In Italia, nello stesso periodo, dal 104 al 129% (al netto delle risorse impegnate nei Fondi “Salva Stati”). È inevitabile perché la rotta della svalutazione del lavoro deprime la domanda interna fino alla recessione-stagnazione e deflazione (ora incubo della Bce convertitasi al quantitative easing, fino a poche settimane fa considerato uno strumento del demonio dalla Bundesbank).
Lo scenario di finanza pubblica definito nel Def è, al tempo stesso, insostenibile sul piano sociale e irrealistico, in quanto recessivo, sul piano economico. Insostenibile perché gli ulteriori profondi tagli prospettati alla spesa pubblica stravolgerebbero il nostro quadro sociale. Irrealistico perché si continua a ignorare la reale dimensione del moltiplicatore della spesa e delle tasse e si continuano a gonfiare, con sfacciata ideologia, gli effetti delle mitiche riforme strutturali, in particolare la precarizzazione del lavoro e l’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva (il Presidente del Consiglio continua a ricondurre alle regole del mercato del lavoro il minor il livello di disoccupazione del Regno Unito rispetto al nostro. Qualcuno gli spieghi che Londra dall’inizio della crisi ha stampato enormi quantità di moneta, ha svalutato la Sterlina del 40%, ha avuto un deficit di bilancio dell’8% in media degli ultimi quattro anni).
Vediamo il capitolo spesa pubblica. Le pubbliche amministrazioni italiane devono essere radicalmente riorganizzate. La revisione del Titolo V, in corso al Senato, è una occasione straordinaria per andare oltre la riallocazione delle funzioni tra livelli di governo. Va razionalizzata l’organizzazione della Repubblica, ridotto il numero delle Regioni e costruite macro-regioni in una transizione che porti al superamento delle “specialità”. L’unione dei Comuni di minori dimensioni è una necessità ineludibile. La drastica riduzione degli uffici territoriali del governo anche. È ampio lo spettro degli interventi sia sul versante delle amministrazioni centrali che territoriali, incluse su ciascun versante le società pubbliche partecipate.

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Nonostante lo spazio di intervento ancora in essere, va ricordato che la spesa pubblica primaria italiana è, in termini pro-capite, tra le più basse dell’Unione europea. È stata significativamente ridotta negli ultimi anni, per la prima volta, in termini nominali (in particolare, dal 2010 al 2013, la spesa per il personale e la spesa per beni e servizi sono state ridotte di circa il 4%). Un ulteriore forte contenimento è già previsto a legislazione vigente (la spesa primaria scende dal 45,4 al 42.5% del Pil dal 2014 al 2018), ossia prima degli interventi considerati nel DEF 2014. In tale scenario, i tagli di spesa previsti per puntare agli obiettivi di finanza pubblica porterebbero a un drastico ridimensionamento del welfare e delle funzioni fondamentali del settore pubblico (su Huffingtonpost del 16 ottobre 2013 ho descritto l’impossibilità di interventi di tale portata senza mutilare il welfare). Viene, invece, ignorata la vera variabile patologica dell’Italia: l’evasione fiscale, pari al doppio della media europea. Portata gradualmente alla media Ue, quindi senza crociate contro l'”evasione di sopravvivenza”, vuol dire circa 50 miliardi all’anno di maggiori entrate.
Per il 2014, il reperimento dei 4,5 miliardi per finanziare la riduzione dell’irpef incide, ancora una volta, su sanità e servizi essenziali (senza contare che sono necessari tagli aggiuntivi per finanziare cassa integrazione in deroga e missioni internazionali). Ma il cambio di natura si verrebbe a completare a partire dal prossimo anno. Secondo gli obiettivi del DEF, i tagli sul 2015 dovrebbero essere circa 17 miliardi di euro. Diventerebbero 25 a partire dal 2016. Infatti, ai 10 miliardi annui per “coprire” l’Irpef, si aggiungono, rispettivamente per il 2015 e 2016: i 4 e gli 8 miliardi già inclusi nella Legge di Stabilità per il 2014 (per evitare il taglio delle detrazioni e agevolazioni fiscali); i 3 e 7 miliardi per puntare agli obiettivi di riduzione del deficit.
La dimensione dei tagli di spesa previsti esplicitamente dal DEF è sottostimata. Ulteriori tagli dovrebbero essere realizzati per finanziare misure assenti dal quadro a “legislazione vigente” ma inderogabili. Le principali sono: la cassa integrazione in deroga (o un ammortizzatore sociale introdotto dal DDL Lavoro di costo analogo), le missioni internazionali, le agevolazioni per l’autotrasporto privato, il 5 per mille, gli interventi per la non autosufficienza e minimali politiche sociali anti-povertà, scuole non statali, lavori socialmente utili, fondo di garanzia per acquisto prima casa. L’insieme vale almeno 4 miliardi di euro all’anno.
Complessivamente, i tagli totali di spesa arriverebbero, quindi, a oltre 20 miliardi per il 2015 e circa 30 per il 2016. In sintesi, si inciderebbe profondamente sulle condizioni materiali di vita delle persone più in difficoltà e sulle classi medie.
Si noti che le previsioni del DEF escludono qualunque intervento migliorativo delle politiche sociali (da un adeguato finanziamento delle misure per il contrasto alla povertà assoluta, raddoppiata negli ultimi due anni, a una qualche forma di sostegno alla non autosufficienza, a ammortizzatori sociali adeguati per chi perde lavoro); escludono la rianimazione della scuola pubblica; la soluzione del drammatico problema degli “esodati” e la flessibilizzazione del regime pensionistico che, con un’età di pensionamento rigida a 67 anni, è impossibile per chi è impegnato in attività usuranti. Nella previsione viene anche escluso ogni rinnovo contrattuale nel pubblico impiego mentre viene confermato il blocco del turn-over.

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Proprio a causa dei tagli si verrebbero a determinare effetti recessivi sul Pil, sistematicamente sottostimati dai moltiplicatori dei famosi modelli econometrici, come la storia degli ultimi 5 anni dimostra senza ombra di dubbio. Di conseguenza, si avrebbero minori entrate. Effetto numeratore (minori entrate da minor Pil) e effetto denominatore (minore Pil) interagirebbero e terrebbero lontani sia l’obiettivo di contenimento del deficit che l’obiettivo di riduzione del debito. Purtroppo, i previsori ufficiali (Commissione, dell’Oecd e del Mef) continuano, senza il minimo imbarazzo, il rito di previsioni di primavera annunciatrici, per l’anno successivo, di una ripresa economica significativa, aumento dell’occupazione, discesa del debito. Poi, nelle previsioni dell’autunno, l’annunciata ripresa viene spostata all’anno dopo ancora (da notare la continua revisione al ribasso della nostra capacità produttiva potenziale). La colpa grave è l’indisponibilitá a riconoscere la dimensione reale del moltiplicatore della spesa, che in una fase di prolungata recessione -stagnazione e credit crunch è 3 o 4 volte maggiore del moltiplicatore delle tasse: in altri termini, coprire la riduzione dell’Irpef con tagli di spesa ha effetti recessivi.
Gli effetti recessivi indotti dalle politiche domestiche colpiscono una previsione del Pil comunque largamente sovrastimata. Per due ragioni. Innanzitutto, per l’ipotesi di fantasiosi effetti espansivi delle riforme strutturali (alla Legge Fornero sul mercato del lavoro viene attribuito un effetto espansivo di 0,2 punti percentuali di Pil nel 2014!): per gli investimenti privati +16,2% tra il 2014 e il 2018 a fronte di un aumento del 7,2% nel periodo 2003 – 2007 (una fase decisamente migliore per condizioni del credito, dinamica del commercio internazionale, potere d’acquisto delle famiglie, ecc) e a fronte della larga capacità produttiva inutilizzata da parte delle imprese. Poi, per la rimozione degli effetti recessivi moltiplicati dall’interdipendenza tra economie nazionali impegnate nell’euro-zona nelle stesse politiche di austerità e svalutazione del lavoro attuate in Italia.
In sintesi, anche il Def 2014 porta agli stessi risultati degli ultimi 5 anni: meno Pil, meno occupati e più debito pubblico. Nel medio periodo, l’insostenibilità del debito pubblico e la radicale involuzione del nostro modello sociale e economico che ricollocherebbe l’Italia e la periferia dell’Unione europea nel segmento basso della divisione internazionale del lavoro.
Che sarebbe (stato) utile e realistico fare?
Ripetiamo quando abbiamo scritto e inviato al Presidente Renzi come contributo alla preparazione del Programma di Governo: si dovrebbe (sarebbe dovuto) sostenere la domanda aggregata, in alternativa alla irrealistica rotta mercantilista della crescita export-led. Una risposta emergenziale, unilaterale, nel quadro di un’offensiva condivisa per correggere la rotta comune. In sintesi, sarebbe (stato) utile, per un triennio, ricorrere allo spazio finanziario disponibile al di sotto del 3% nel rapporto di deficit e Pil. Circa 6 miliardi per quest’anno per evitare di coprire l’Irpef. Nel prossimo biennio, si dovrebbe (sarebbe dovuto), oltre a evitare i tagli per coprire l’intervento sull’Irpef, attuare la spending review come strategia di valutazione e riqualificazione delle strutture pubbliche e di riallocazione delle risorse tra programmi di spesa, in particolare verso la scuola pubblica, le misure di contrasto alla povertà e la riforma delle politiche attive per l’occupazione.
A integrazione delle risorse liberate dagli irrealistici obiettivi di deficit, andrebbero utilizzate anche le entrate da alienazione di aziende e immobili pubblici per finanziare un piano straordinario per l’occupazione giovanile (“servizio civile per il lavoro”) nell’ambito della “Youth Guarantee” e investimenti per il riassetto idrogeologico e la ristrutturazione delle scuole (da notare che nelle previsioni del DEF gli investimenti pubblici si riducono del 12% e arrivano a meno della metà del 2008). Il programma di privatizzazioni comunque va verificato attentamente per evitare danni finanziari e danni industriali. Va ricordato, infatti, che le aziende più appetibili per il mercato sono anche quelle che versano al bilancio dello Stato dividendi. In genere, i dividendi prodotti da tali aziende sono superiori al risparmio di spesa per interessi dovuto alla riduzione del debito pubblico conseguente all’alienazione dell’asset. Inoltre, le nostre più appetibili aziende pubbliche sono anche tra i pochi pezzi pregiati del nostro sistema manifatturiero che, va ricordato, ha perso un quarto della sua forza negli ultimi 5 anni. Sono pezzi intorno ai quali costruire strategie di politica industriale anche a beneficio delle lunghe filiere di piccole e medie imprese ad esse connesse o connettibili.
L’effetto di una politica macro-economica e di bilancio espansiva porterebbe, anche in virtù dell’impatto distributivo, a maggior crescita rispetto a quella che effettivamente si realizzerà e di conseguenza minor deficit e minor debito effettivo. Di quali dati abbiamo ancora bisogno per comprendere che “la sinistra che non cambia è destra” e contribuisce far naufragare l’euro e l’Unione europea contro l’iceberg dei populismi regressivi?
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di Roberta Fantozzi da controlacrisi.org – Il Def di Renzi: dietro la propaganda avanti tutta con l’austerità!
E’ possibile che la “luna di miele” con il governo Renzi duri ancora un po’ come successe persino per Monti e per il precedente governo Letta. E certo l’esibizione di velocità e decisionismo, la comunicazione spettacolarizzata di Renzi ha una particolare efficacia in un paese in cui è quasi inesistente il conflitto sociale organizzato e che anche per questo continua a cercare l’uomo dei miracoli cui affidarsi. Renzi ha per altro inaugurato il proprio mandato con alcune scelte di un qualche impatto per i settori sociali che hanno pagato in maniera particolarmente dura la crisi: è così per gli 80 euro mensili promessi ai lavoratori dipendenti sotto i 25.000 euro lordi annui, per l’aumento della tassazione delle rendite, per il tetto ai megastipendi dei manager pubblici. Provvedimenti – o meglio annunci – criticabili per la loro parzialità, a partire dall’esclusione inaccettabile dei pensionati come di tanto lavoro autonomo o falsamente autonomo dai benefici fiscali, ma che a fronte della condizione di disagio sociale fortissimo, hanno rappresentato elementi di qualche novità e costruzione di consenso. Le scelte almeno parzialmente condivisibili però finiscono tutte (ma proprio tutte) qui, e tanto più con la presentazione del DEF emerge la complessiva e totale continuità con le politiche di austerità e neoliberiste dei governi precedenti, che anzi vengono rilanciate con maggior forza. Per questo demistificare le operazioni di propaganda che Renzi sta facendo e continuerà a fare, è un obiettivo centrale per far crescere la stessa disponibilità all’avvio di un nuovo ciclo di mobilitazioni.

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Il DEF, i vincoli europei, le previsioni macroeconomiche.
Renzi si è presentato come quello che avrebbe “sbattuto i pugni” in Europa sull’austerità. Nella conferenza stampa di presentazione dei primi provvedimenti ha poi detto che avrebbe usato la differenza tra il deficit previsto al 2,6% del Pil e il tetto del 3%. In questo modo si sarebbero reperiti più di 6 miliardi, a copertura dello stesso intervento sull’Irpef.
Renzi, invece nella prima riunione europea ha dichiarato che il “Fiscal Compact è un impegno che il nostro paese ha preso e che confermiamo” con l’inserimento dei relativi parametri nel DEF, e non ha affatto usato la differenza tra il 2,6% e il 3%. Gli obiettivi sul deficit sono del 2,6% nel 2014, dell’1,8% nel 2015, dello 0,9% nel 2016.

Il tutto ha una logica. Se si rispetta il Fiscal Compact non esiste il margine tra il 2,6% e il 3%. Il vincolo del 3% fissato da Maastricht è stato infatti trasformato dal Fiscal Compact nel vincolo al pareggio di bilancio “strutturale” intendendo, con questa espressione, il deficit al netto della cosiddetta componente ciclica e dei provvedimenti una tantum. Il nuovo parametro si considera rispettato se si sta entro il tetto massimo di deficit strutturale dello 0,5% sul Pil. La stessa introduzione del concetto di indebitamento strutturale peggiora il quadro conferendo alla Commissione un potere discrezionale di valutazione di cosa si possa considerare ciclico, e di definizione per ogni paese di obiettivi diversi a seconda di una serie di parametri. Il DEF prevede al 2016 il pareggio di bilancio strutturale.

Intanto il rispetto del Fiscal Compact significa che i 6 miliardi non ci sono e vanno presi altrove.
Sempre per quel che riguarda i vincoli europei e il rapporto tra debito e Pil, il DEF ne prevede una crescita fino al 2015, tanto al netto quanto al lordo delle quote che l’Italia sta versando – a partire dal governo Monti – al Fondo Salva Stati, quote che devono raggiungere la cifra complessiva di 125 miliardi pagati in rate annuali.

Il rapporto debito/pil comincia a diminuire invece seccamente dal 2016. Al 2014 è previsto al 134,9%, nel 2015 al 133,3%, nel 2016 al 129,8%, nel 2017 al 125,1% e via calando. Le previsioni sono in sostanza che dal 2016 e poi in tutti gli anni successivi, l’Italia sarà in grado di rispettare la regola del debito del Fiscal Compact che entra in vigore a partire da quell’anno, cioè la riduzione annua di 1/20 della quota eccedente il 60% del rapporto tra debito e Pil.
Perché questo avvenga il DEF si dà l’obiettivo di una crescita dell’avanzo primario, cioè il saldo tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi, dal 2,6% nel 2014 al 3,3% nel 2015, al 4,2% nel 2016, al 4,6% nel 2017, fino al 5% nel 2018, cioè dai 41 miliardi attuali a 90 miliardi del 2018.
Ma in tutto questo, il Pil dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2014, dell’1,3% nel 2015, e poi dell’1,7% in media per i 3 anni successivi, trainato dai 10 miliardi di riduzione delle tasse.

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Il Def Renzi-Padoan contiene previsioni totalmente non credibili, con una crescita del Pil nel quadriennio 2014-2018 superiore a quella degli anni pre-crisi, mentre continuano le politiche di austerità per il totale rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Spending Review, privatizzazioni, lavoro.
Ovviamente la parte del leone nel rispetto dei vincoli è affidata agli introiti provenienti dalla spending review e dalle privatizzazioni.
Dileguatosi l’utilizzo dello scarto tra il 2,6 e il 3% del deficit, al taglio della spesa è affidata la maggior parte della stessa copertura degli 80 euro in busta paga per il 2014. I “risparmi” sono previsti per 4,5 miliardi nel 2014, 17 nel 2016, 32 nel 2017 appena inferiori al documento presentato da Cottarelli. In attesa che venga definita fino in fondo la selezione delle misure con cui si concretizzerà il piano Cottarelli, è necessario ricordare anche in questo caso che se i riflettori mediatici vengono concentrati sul (limitato) taglio ai mega stipendi dei manager, non è da questa voce che sono previsti la maggior parte dei “risparmi”(0,5 miliardi). Il piano Cottarelli prevede invece al 2016 oltre ai 7 miliardi di risparmi sull’acquisto di beni e servizi la cui attuazione indolore è tutta da verificare, altri 2 miliardi di tagli ai comuni (0,5 nel 2015), 2 miliardi alle partecipate locali (0,1 nel 2014, 1,0 nel 2015), 1,5 miliardi al trasporto ferroviario (0,3 nel 2014, 0,8 nel 2015), 2 miliardi di tagli ulteriori alla sanità (0,3 nel 2014, 0,8 nel 2015), 1 miliardo per l’allineamento della pensione anticipata delle donne, 3 miliardi per il taglio di 85.000 dipendenti pubblici, nuove misure per accelerare la liquidazione o dismissione delle aziende pubbliche locali.
Sul pubblico impiego, se anche fossero vere le smentite circa un blocco al 2020 della contrattazione collettiva e questo fosse “limitato” al 2017 (questione demandata alla legge di stabilità), siamo di fronte ad un attacco pluriennale devastante: il contratto bloccato dal 2009, nessuna reale stabilizzazione dei precari, blocco del turn-over con una riduzione di addetti che ha portato il nostro paese ai minimi termini in Europa e che non rappresenta altro che un attacco all’occupazione e a diritti essenziali: dalla scuola alla sanità ai servizi territoriali.
Sul versante delle privatizzazioni, Renzi aumenta le stesse poste previste dal governo Letta. Dalla previsioni di privatizzazioni per un valore pari allo 0,5% del Pil si passa allo 0,7% del Pil per il quadriennio 2014-2017. In sostanza da un obiettivo di 32 miliardi di privatizzazioni si passa ad un obiettivo di 46 miliardi al 2017. Al piano Letta di privatizzazioni di Poste, Eni, Tag, Stm, Fincantieri.. se ne aggiungeranno di nuove, mentre il DEF mette in risalto in particolare la necessità di accelerare la dismissione delle partecipate locali anche attraverso la “riforma” del Testo Unico sugli Enti Locali.
Non solo non si trae nessuna conseguenza dal bilancio totalmente fallimentare delle privatizzazioni degli ultimi 25 anni, del depauperamento dell’apparato produttivo che hanno causato e dell’aumento della dipendenza del paese, dei profitti per pochi a danno dei molti, ma si interviene su settori indispensabili per il rilancio di una politica industriale, a partire dall’energia e dai trasporti e si attacca nuovamente la volontà espressa dalla maggioranza degli italiani con il referendum del 2011.
In realtà nell’ulteriore indebolimento dell’apparato produttivo del paese promesso dalle privatizzazioni, al centro della politica del governo non c’è altro che il decreto-lavoro. E’ all’estensione della “acausalità” del contratto a termine e all’eliminazione dell’obbligo di stabilizzazione degli apprendisti, alla definitiva precarizzazione del lavoro che il governo attribuisce il compito di rilanciare la “competitività” del paese. E’ il lavoro povero e senza diritti quello su cui si punta. Ma conta qualcosa il lavoro per Renzi? Che abbia diritti e dignità, certamente no, perché altrimenti non avrebbe approvato il decreto-lavoro. Ed in realtà neppure che ci sia un qualche lavoro. Non pare essere un problema per Renzi che le stesse previsioni ottimistiche del suo DEF ipotizzino una disoccupazione sostanzialmente stabile: all’11,6% nel 2017.
Ce n’è molto più che abbastanza per avviare un percorso di lotte vero. E se ognuno e ognuna di noi è chiamato a fare la sua parte, ci vorrebbe un sindacato che non aspetta di essere distrutto da Renzi mentre rimpiange la concertazione.{/tabs}

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