crozza-paese-meraviglie 400x275di Stefano Balassone – Il programma chiude con l’audience più elevata ma il suo pubblico è diminuito. Gli spettatori si spostano senza che l’auditel riesca ad accorgersene.

L’ultima puntata di Crozza è stata particolarmente efficace fin dall’inizio grazie all’idea, presa forse a prestito dal Makkox di Zoro (RaTre) della sera prima, del Berlusconi che, travestito da regina Elisabetta in visita a Napolitano, in stentato inglese propugna la grazia per l’amico Silvio. E quel che ha seguito con il trio Lega (Maroni, Bossi e Salvini) e con Razzi era all’altezza dell’incipit.
Puntualmente, l’audience è stata (10,4 per cento di share per 2,9 milioni di spettatori) la più elevata di quest’anno. Ma senza raggiungere, e la cosa si sta ripetendo di puntata in puntata, i livelli degli stessi giorni dell’anno passato (11,4 per cento di share per 3,4 milioni di spettatori).
Il pubblico si è stancato? Sta impallidendo una stella? No, sembra piuttosto che davanti alla tv ci sia quest’anno gente diversamente assortita. Rispetto al primo venerdì d’aprile dell’anno passato, gli italiani in casa a vedere la tv sono calati da 29,5 a 27,7 milioni.
Sappiamo che questo è un segno di uscita dalla crisi economica, ma impressiona che quelli che hanno scelto di passare la serata fuori casa abitino tutti nel Centro Nord (mentre al Sud il numero degli spettatori è rimasto invariato) e appartengano alla società medio-alta, ovvero alle componenti sociali che da sempre forniscono il maggior contributo alla audience di Crozza. E che, proprio perché bene o meglio stanti, posseggono in gran numero il decoder Sky che da la possibilità di registrare un programma e vederselo con tutto comodo dopo la bisboccia fuori casa.
Di questi comportamenti “programmati” e laterali rispetto al flusso dei palinsesti, l’auditel non riesce a tenere traccia e così proprio i programmi cercati con più intenzione dagli spettatori (al punto da registrarseli) ci rimettono nella conta degli ascolti. Equo nei confronti dei pubblicitari, perché chi vede una registrazione è pronto al fast forward che gli permette di non sorbirsi gli spot.
La conseguenza è che la tv generalista, spinta a trascurare i segmenti di pubblico che non si fanno trasformare in contatti pubblicitari, tenderà ad appassire ulteriormente riducendosi a tv-badante per i settori più scalognati della società. Un lager culturale. Sempreché non ci sia il colpo di reni, e che a partire dal ripensamento radicale del senso del servizio pubblico, non si trovi la via per fare, o ri-fare, della tv generalista il collante della società.
Obiettivo possibile, tant’è che altrove lo stanno perseguendo proprio mentre da noi ce lo stiamo perdendo. Ma che richiede un piglio riformatore che al confronto quello messo in campo per cambiare il senato pare un buffetto affettuoso.
@StefanoBalassone

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