di Stefano Balassone – Il programma riesce a farsi seguire il sabato pomeriggio da un pubblico piuttosto numeroso. La tv inanella eccezionalità provvisorie (ultime notizie, inseguimenti, baruffe), contenuti esposti per farsi subito dimenticare, come lo scatto delle lancette dei secondi di un orologio da muro. Insomma, la tv è la non-notizia in sé e per questo è temerario imbastirci un talk. E nulla risulta più noioso delle comparsate di divi e divetti del pantheon da piccolo schermo.
Tv Talk sfida la maledizione delle rubriche in tv, e riesce a farsi seguire il sabato pomeriggio da un pubblico piuttosto numeroso (il 5% di share) composto per lo più da persone oltre la mezza età con un elevato livello di istruzione (fra cui raggiunge lo share a due cifre). Come ci riesce? Perché anziché rimestare la tv si volge al suo linguaggio e al pubblico che fa da platea. Insomma, non è critica televisiva, ma “critica” del mezzo e del suo consumo. Il tutto a partire da un punto di vista “sociale” che fa, sì, stillare la virtù da tutti i pollici, ma senza scadere nei refrain apocalittici di “Cattiva maestra televisione”, il libretto rosso delle guardie del buon costume televisivo.
Manca, forse per non parlare di corda in casa dell’impiccato, il rapporto fra la tv e il “potere”, vale a dire la politica e i proprietari delle tv, che da noi si confondono. C’è la politica in tv (la mediaticità dei leader, la caccia alla “visibilità” etc), ma non quella sulla tv. ed è qui che sta il problema più grosso.
Proprio a Tv Talk, Dario Fo, rievocando il notissimo episodio del 1962, quando fu buttato fuori da Canzonissima, ha aggiunto, quasi per caso e fuori scaletta, un particolare che non avevamo sentito raccontare. Lui e Franca Rame furono allontanati perché, questa era la sostanza motivazione, i contenuti erano ritenuti troppo forti per l’impreparato pubblico di allora. Ma ritenuti da chi? Non, e qui sta la notizia, dai dirigenti della tv di allora, che anzi li condividevano appieno, ma dai politici che, avendoli nominati se ne consideravano i tutori. Questione che riguarda, allora e oggi, la autonomia dei professionisti della tv. Che da allora non pare aumentata, anzi, perché, appena voltata pagina e sempre a Tv Talk, alla domanda «quando vedremo in una fiction Rai un eroe cattivo degno dei Sopranos?» il funzionario interpellato ha risposto che per il generalismo la narrazione dal punto di vista dei “cattivi” non è consigliabile.
I politici del tempo della tv in bianco-nero e delle censure a Dario Fo avrebbero di certo sottoscritto, Ma a quei tempi erano loro che si imponevano; oggi sarebbe utile una tv che non si mettesse a cuccia da sola.
@sbalassone
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