Prima o poi, si dovrà considerare la possibilità di smontare le vestigia di una tripartizione delle reti che risale agli anni ’70. “Telekabul” fu il nomignolo affibbiato negli anni ’80 al Tg3 diretto da Sandro Curzi che se la giocava tra soviettismo e populismo. Del resto a quei tempi anche il Tg1, in chiave filo democristiana, e il Tg2, ferro di lancia del craxismo, pur diretti da fior di professionisti, non lesinavano furori ideologici.
Il militantismo di sinistra del Tg3 riuscì tuttavia a incorniciarsi nella programmazione della terza rete che non era affatto ideologica, ma rifuggiva dal “né carne né pesce” e collezionava protagonisti e format tutti, a modo loro, “estremi” (rispetto al prudenzialismo imperante) da Il Processo del Lunedì di Aldo Biscardi, alla Samarcanda di Santoro, alla Linea Rovente di Ferrara e poi Chi l’ha visto, Telefono Giallo, le varie versioni di Chiambretti, Milano-Italia, Quelli che il calcio, UltimoMinuto, Blob, Cartolina e via ricordando. Su queste basi il canale trovò il “suo” pubblico e si compì un autentico matrimonio fra il terzo pulsante del telecomando e un segmento importante della audience generalista.
Oggi, ma non da oggi, quel matrimonio sembra sciolto e la terza rete è una “rete come le altre”. Le cose che fa possono piacere oppure no, ma non godono di una specifica aura editoriale conferita proprio dallo stare in quel palinsesto. Per esempio, Gazebo, una delle migliori evoluzioni del talk show che mixa dall’inizio alla fine ironia e ipercompetenza politica, è davvero assai gustoso e sta crescendo di pubblico, ma se fosse trasmesso altrove non risulterebbe affatto distonico o fuori contesto. Anche perché oggi nessuna Rete generalista esprime una “identità” che vada appena al di là della mera lista di programmi che mette in fila giorno dopo giorno.
Ma la terza rete sembra soffrirne più di altri, con un processo di erosione del pubblico che nell’ultimo anno ha subito una marcata accelerazione. A partire dal Tg3, che non è fatto oggi né peggio né meglio di ieri, e che però registra nei primi mesi di quest’anno, rispetto all’anno passato, la perdita di un quarto del pubblico: se prima viaggiava attorno al 14 per cento oggi si attesta sul 10 per cento. E la flessione è assai più elevata, quasi uno spettatore ogni due, proprio nelle fasce di età dai 35 ai 55 anni, che corrispondono a coloro che, negli anni fra l’80 e il ’90, quando erano il pubblico giovane, decretarono il successo di “telekabul” insieme al resto che gli faceva compagnia.
Da qui una domanda su tutte: ha ancora senso tenere separata Raitre da Raiuno (che da parte sua non brilla certo per salute e identità), o non sarebbe meglio che la Rai le fondesse in un unico palinsesto che, come Bbc1, intrecci le finestre territoriali con una programmazione ad elevato tasso di intrattenimento? Del resto, prima o poi, si dovrà pur considerare la possibilità di smontare le vestigia di una tripartizione delle reti (anche Raidue, per non tralasciare nulla, è una rete che da anni cerca invano un senso anziché un semplice spazio) che risale agli anni ’70, che ne ha vissute di tutti i colori e che non sembra avere la forza di trasmettersi ai posteri?
@sbalassone
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