
di Stefano Balassone – Tra i tagli programmati ci sono anche le sedi regionali della Rai. Due idee di televisione pubblica a confronto.
Da ieri sappiamo che dal faldone della spending review affiora anche la «riduzione del numero delle sedi regionali Rai». Si tratta delle 21 fabbriche dei Tgr, progettate nel 1979 (quando le Regioni, inaugurate nel 1970, sgomitavano per farsi largo) per dare la sua Rai ad ogni giunta e assemblea regionale comprese le specialissime provincie di Trento e Bolzano.
L’insieme, a occhio e croce, costa dai 300 ai 400 milioni di euro (poco meno dell’abolendo senato, per capirci) e impegna un mezzo migliaio di giornalisti cui vanno aggiunti tecnici e impiegati. Una spesa considerevole, dovuta essenzialmente al moltiplicatore (cioè al numero delle sedi) piuttosto che alla spesa che ciascuna di esse singolarmente rappresenta.
È chiaro che le sedi potrebbero essere in numero inferiore alle regioni (la Bbc si è organizzata in una decina di “zone”, cioè meno della metà delle 21 sedi Rai) tanto che nel 1998 nel CdA Rai fu presentato un progetto basato su sei “macroregioni”. Progetto lodato, ma subito riposto nel cassetto perché inviso ai politici regionali e temuto dai dipendenti come è inevitabile per ogni prospettiva di riorganizzazione che non si limiti a rassettare l’esistente.
Oggi il problema si ripresenta anche sotto la spinta di una evidente crisi di ascolti. Dal 1 gennaio all’11 marzo del 2014 i Tgr delle 19.30 (l’edizione più seguita) hanno radunato come media giornaliera 2,7 milioni di spettatori (11,9 per cento di share), la cifra più bassa da quando esistono (per molti anni hanno viaggiato attorno al 18 per cento, poi – nel 2005 – è iniziata la discesa).
L’arretramento è maggiore nelle Regioni del centro-nord (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Marche,) che un tempo fornivano il grosso del pubblico; il seguito minore (con share attorno al 5-6%) è fornito da Puglia, Campania, Calabria e Sicilia. Le uniche regioni che registrano un lieve aumento sono Toscana, Basilicata e Val d’Aosta.
Siamo dunque alle prese con una crisi “editoriale” che incrocia quella “contabile”, tanto della Rai quanto dello stato. Ma è appunto qui che casca l’asino: cos’è la Rai? Istituzione o azienda? È un pezzo dello stato, per cui il governo può ridurne le sedi (come ha fatto con i “tribunalini” nonostante le proteste degli avvocati) per incamerare i risparmi; oppure è una industria di proprietà pubblica (come Finmeccanica) che le spending se le deve fare da sola per trovare risorse da reinvestire? Insomma, chi se li piglia i soldi risparmiati, se mai si riuscisse a farlo, riorganizzando la dimensione territoriale della Rai: se li prende Cottarelli o se li tiene Gubitosi?
Nel primo caso sarebbe evidente che il governo vede nella Rai essenzialmente una propria spesa da limare, fino a poter trattenere per sé una parte del gettito del canone; nel secondo caso il governo considererebbe la Rai come una industria strategica (tipo Bbc o Channel Four, per restare al paragone con gli inglesi) e dovrebbe pretendere dal Gubitosi di turno l’equilibrio del bilancio, lo sviluppo della produzione nazionale, lo stimolo alla occupazione etc etc. Anche autorizzando la revisione radicale dell’impianto aziendale ed editoriale ereditato dai lontani anni Settanta.
A proposito, sta scadendo (aprile 2016, quindi entro questa legislatura) la convenzione Rai-stato. Magari è lì (rinnovarla oppure no? per quali fini? a quali condizioni?) che si dovrebbero affrontare i problemi. Con l’aiuto di qualche robusta slide a colori, come usa oggi.
@sbalassone
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