lUnità

lUnitàdi Ivano Alteri – I novant’anni dell’Unità ci hanno fatto tornare in mente tanti ricordi personali, di quando eravamo ragazzi, appassionati di politica, assetati di giustizia, con la ribellione nella testa e la rivoluzione sotto il braccio. Sembra che il giornale fondato da Gramsci novant’anni fa, nonostante le spiegazzature del tempo, ancora oggi riesca a fare il suo mestiere, stimolando la memoria sul nostro passato e suscitando riflessioni sul presente. Il Pci di Berlinguer allora scaldava i cuori e le menti, e l’Unità ce lo raccontava ogni giorno. Il nostro ingresso nella sezione del Pci, a quattordici anni, era stato l’esito, pressoché scontato, di un percorso iniziato in famiglia, poi coltivato nei fermenti degli ultimi anni Settanta, radicato andando a curiosare e a “schitarrare”, da studenti, nelle manifestazioni sindacali, nei picchetti davanti le fabbriche occupate dai lavoratori in “assemblea permanente”; per aiutarli ad opporsi ai loro licenziamenti…

Al primo impatto, appariva subito chiaro che la vita settimanale della sezione culminava proprio nell’attività domenicale di diffusione dell’Unità. Attività che non poteva svolgere chiunque; c’era una persona addetta, che sapeva quante copie ordinare e quando, che organizzava il gruppo di diffusori e indicava ad ognuno dove andare a recapitare le copie a lui assegnate. Fare il capo diffusore era una chimera per noi giovinastri (veramente l’attributo era un po’ più colorito, e non possiamo riferirlo); ma far parte del gruppo di diffusori era un’ambizione perseguibile, da alcuni di noi…
Partecipare alle riunioni del direttivo era una ragione sufficiente per sentirsi privilegiati; erano anch’esse un altro appuntamento frequente, in cui si discutevano cose importanti per i cittadini; in particolare, era costume riunirlo con regolarità in occasione dei consigli comunali, prima dei quali non poteva mancare una riunione del comitato direttivo alla presenza di tutti gli amministratori, sindaco in primis; almeno dove si amministrava. Questa speciale riunione si chiamava, appunto, pre-consiglio; ovvero, era il luogo in cui il sindaco e i consiglieri illustravano le problematiche amministrative, sulle quali i membri del direttivo discutevano, per poi decidere tutti insieme sulla posizione che il partito avrebbe assunto in consiglio comunale il giorno successivo. Ne facevamo parte anche noi, quattordicenni, in qualità di segretario della Fgci.
Quest’attività raggiungeva una particolare profondità e intensità quando ci si apprestava all’estate, ed era tempo di organizzare l’attesissima e preparatissima festa dell’Unità. Da quel momento la sezione si faceva piazza e la piazza sezione; in un turbinio di impegni, anche i semplici iscritti ed elettori erano chiamati a partecipare alle riunioni preparatorie, nel corso delle quali venivano a mano a mano assegnati i vari compiti. Uno degli insegnamenti di base era che da una festa dell’Unità doveva sempre restare qualcosa di concreto al partito: delle sedie, uno striscione, un proiettore, un microfono… e soldi, ovviamente, da procurare con la “sottoscrizione a premi”, banalmente detta lotteria, e lo stand gastronomico, vero motore economico ed emotivo dell’intera festa. Che le feste non dovessero mai andare in “rosso” lo avevano imparato a loro spese alcuni giovani, della generazione di mezzo tra noi e i “vecchi”, che avevano conquistato la direzione della sezione attraverso un movimento congressuale ben riuscito; ma arrivati alla scadenza fatidica della festa dell’Unità si erano lasciati prendere la mano ed avevano realizzato un gran “festone”, andando però sotto di diversi milioni di lire. Il fatto non poteva essere tollerato; e così fu radicalmente risolto dal falegname che cambiò la serratura alla porta della sezione…

Intorno all’Unità, insomma, ruotava ampia parte dell’attività di partito: per la diffusione domenicale e le feste, certo; ma anche le campagne elettorali, o le campagne di stampa sui temi del momento, trovavano uno strumento fondamentale nel giornale. Acquistarne una copia tutti i giorni, era comunque un’abitudine di molti, fino a diventare un piccolo fatto intimo, con la sua routine e i suoi tic. Per molti, ad esempio, noi compresi, era diventato un rito leggere prima di ogni cosa la rubrica di Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, che fustigava come si deve i potenti e prepotenti del tempo con la sua ironia acuminata. E si capisce; alcune sue battute sono passate alla storia, non solo alla nostra: “Arrivò la macchina ministeriale, l’autista corse ad aprire lo sportello posteriore; non ne scese nessuno: era Nicolazzi”; oppure l’altra, di quello che aveva “la fronte inutilmente spaziosa”… Ricordiamo ancora lo stupore, quando scoprimmo che Mario Melloni, in gioventù, era stato democristiano, non potevamo crederci; ma lo abbiamo perdonato subito. Tra l’altro, noi tutti dobbiamo a lui la chiarissima definizione di “lor signori”; e noi personalmente gli dobbiamo il “vezzo” di usare il “noi”, quando scriviamo…

Ma fermiamoci qui, per carità di patria, con questo “flash-back” dal sapore nostalgico, che ci coinvolge emotivamente (ma fino a un certo punto) e che potremmo continuare per pagine e pagine senza mai temere di ripeterci. In realtà volevamo soltanto suscitare il confronto tra quello che oggi vediamo accadere in politica, e quello che invece accadeva ieri, realmente, anche nella quotidianità delle persone semplici. Volevamo solo cercare di spiegare perché, dopo tutto quanto abbiamo visto, sentito, letto, capito e vissuto, non possiamo accontentarci di capi imbelli e spocchiosi, proni di testa e di cuore; che non possiamo stare lì a guardarli, senza disturbare, accondiscendenti, fuori dalla porta e da ogni discussione e decisione. Volevamo solo ricordar loro chi siamo; per dir loro, anche a quelli in buona fede, rassegnati a questo andazzo, privi di una strategia che non sia la sottomissione senza condizioni a lor signori, di non pensare che siamo dei beoti, incapaci d’intendere e di volere, fanciulleschi fino alle lacrime, velleitari irrimediabilmente; perché non lo siamo. Perché questi presunti beoti, sono invece quelli che, in tutti questi anni, hanno continuato a tenere duro, a confrontarsi quotidianamente con la dura realtà, per la propria esistenza individuale e quella politica, a sostenere le proprie ragioni nelle piazze e nei bar, senza essere imbeccati da nessuno, perché, purtroppo per loro, non c’era proprio nessuno che sapesse e potesse imbeccarli. E hanno continuato a operare e votare stoicamente per la loro parte, nonostante tutto; a sentirsi organici fino all’osso, pur di un organismo che non c’è più, e battendosi perché invece si possa dire che non c’è ancora. Di nuovo.

Volevamo solo dire questo: che i ricordi dell’Unità hanno radici nel passato, un tronco apparentemente insensibile nel presente, ma anche le fronde protese verso il futuro, nonostante si cerchi di negarlo. Sembra, insomma, che l’Unità non abbia smesso di fare il suo mestiere, pur con qualche spiegazzatura in più e qualche affetto in meno. Auguri.

Frosinone 18 febbraio 2014

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Di Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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