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artigianodi Ivano Alteri – Il 18 febbraio, le piccole imprese italiane, quelle artigiane in modo particolare, saranno in piazza per rivendicare, nei confronti del governo e dell’Europa, accaniti sostenitori di una austerity affamatrice e liberticida, una diversa considerazione del lavoro. In questi anni, il mondo del lavoro è stato oggetto di attacchi forsennati tendenti a rendere sempre forti i vertici finanziari mondiali, e sempre più debole il lavoro medesimo. Spesso, la riflessione si ferma qui, o è seguita da un lungo elenco di lamenti, tanto fondati quanto sterili politicamente; invece ci sarebbe bisogno di approfondire ancora un po’, per cogliere il vero significato di questa lotta senza quartiere, per individuare i soggetti in campo, le vittime e i carnefici, i possibili alleati; per organizzare le fila di una qualche resistenza, e possibilmente di un qualche avanzamento.
Certo non aiuta, allo scopo, la legislazione italiana sul lavoro degli ultimi decenni, che ha scompaginato in buona parte una radicata cultura giuridica, portando il caos nell’individuazione delle tipologie contrattuali e nel rapporto di lavoro, di suo già abbondantemente tormentato dall’arretratezza economica e culturale del Paese, e alimentando sempre più il conflitto tra lavoratori e piccoli datori di lavoro. I rapporti di lavoro subordinati sono stati così tanto precarizzati nel tempo e resi evanescenti nella definizione, che alcuni di essi sono detti genericamente “para-subordinati”, non potendo aggiungere niente di più preciso. Questi, però, stanno lì ad indicare una precisa direzione, che tende a nascondere la sostanza, dietro l’anamorfismo delle norme; che ci conduce lentamente, e quasi insensibilmente, verso la rarefazione delle garanzie e l’intensificazione della “dipendenza”, non solo dei lavoratori formalmente dipendenti, non solo dei singoli, ma di interi popoli.
In altre parole, ci chiediamo se abbia ancora un senso politico, limitarsi a parlare di lavoratori dipendenti, intendendo per essi soltanto i titolari di un rapporto di lavoro subordinato, formalmente subordinato; o invece non sia il caso di andare a verificare il senso materiale di quella dipendenza, di andarla a misurare, per vedere se non vi sia qualcun altro, fuori da quei confini ormai soltanto nominalistici, che dipenda altrettanto, pur risultando autonomo e indipendente nella forma. Nell’era berlusconiana, il mito della “partita iva” ha avuto, appunto, questa funzione: far credere a molti di essere degli imprenditori, autonomi e indipendenti, mentre invece scivolavano sempre più in una condizione non solo di subordinazione lavorativa, ma di sudditanza esistenziale; rimettendoci, così, di testa e di tasca. Ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le piccole imprese “vere”, che occupano quattro o cinque dipendenti, tra cui il titolare, che lavorano per un solo cliente, per esempio una grande griffe della moda: quale reale indipendenza economica hanno quelle imprese, quegli imprenditori e i loro “dipendenti”?
Forse sarebbe utile, allora, dotarci di qualche strumento più aggiornato, più adeguato alla nuova realtà. A questo scopo, negli ultimi anni è stata coniata una specifica definizione di “dipendente”, per tentare di tenere insieme tutti questi soggetti apparentemente estranei e antagonisti; è quella di “Lavoro Economicamente Dipendente”. Con essa, ci pare sia possibile rendere giustizia di tante situazioni altrimenti mistificate, in cui i protagonisti sono indotti ad una sanguinaria lotta tra poveri, mentre i potentati finanziari internazionali assoggettano interi popoli, devastando economie, culture, tradizioni e territori.
In particolare nel nostro Paese, la cui economia si fonda sulla piccola imprenditoria, in cui la piccola imprenditoria da linfa al sistema economico, non tenere in considerazione lo stato di fatto e i pericoli che incombono, potrebbe condurci ad un’atroce sottomissione economica a quei potentati; non solo qualcuno, ma l’intero paese. Ma allora dovremmo trovare il modo di combattere questo sistema fuori dal nostro controllo, in odor di barbarie, tendenzialmente delinquenziale, moralmente obbrobrioso, umanamente ed ecologicamente insostenibile. È un sistema che, attraverso norme vessatorie verso i più deboli e sistemi fiscali penalizzanti per chi produce ricchezza, scarica verso il basso i costi dei disastri prodotti dall’alto, e risucchia verso l’alto i capitali prodotti dal basso, dissanguando le nostre vite.
Questa impostazione, forse può aiutarci a dare un diverso significato alla manifestazione del 18 febbraio, e a vedere con maggiore chiarezza lo scontro in atto tra l’economia reale, che produce materialmente ricchezza, e il capitale finanziario che la redistribuisce verso l’alto, strozzando lavoratori e piccoli imprenditori, inducendo tutti all’illegalità e alla reciproca sopraffazione, mettendo a soqquadro le famiglie, il rapporto tra generazioni, gli equilibri sociali ed ecologici.
Insomma, bisognerebbe trovare il modo per individuare alleanze, strategie e tattiche, per organizzarsi ad opporsi a quelle volontà che prospettano un intero pianeta ridotto ad un ammasso di schiavi vocianti e impotenti.

 

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Di Ivano Alteri

Ivano Alteri: Libero professionista di Frosinone, esperto in problemi del lavoro, ha collaborato prima con edicolaciociara.it sul cui sito ha pubblicato interventi relativi al mondo del lavoro e alla politica più in generale. Ha collaborato alla ricerca sugli infortuni sul lavoro svolta dall'associazione Argo per conto della Provincia di Roma, poi pubblicata dalla stessa. Dalla nascita di unoetre.it è membro della sua Redazione

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