di Ivano Alteri – A volte abbiamo l’impressione di girare intorno al problema; qualsiasi cosa diciamo su qualsiasi argomento, sembra sempre mancare un quid per arrivare al punto. Vogliamo parlare del disastro ambientale? Di quello architettonico e artistico? Delle buche sulle strade? O della disoccupazione e della casa, delle vacanze e dell’auto, della scuola e dei libri, dei vestiti e del telefono…? Stiamo girando intorno al problema. Vogliamo allora parlare di sport? Di chiesa? Di politica? Di istituzioni? Di moda? Di guerra? Stiamo sempre girando intorno al problema. Ogni qual volta tentiamo di ragionare su un qualsiasi argomento, relativo alla nostra semplice quotidianità, o al significato stesso della nostra esistenza, o all’esistenza dell’intero universo, abbiamo l’impressione di girare intorno al problema, di cincischiare; a meno che non aggiungiamo al discorso qualcosa di completamente estraneo all’argomento, cioè non facciamo esplicito riferimento ai Soldi. Questo è il problema.
Nel nostro mondo, i soldi riassumono ogni desiderio e ogni necessità, fisica e spirituale. Tanto che, spesso, desideri e necessità restano inespressi, nascosti dietro l’ombra del sospiro: “Ah, se avessi i soldi!…”, a cui non facciamo seguire alcuna specifica aspirazione; non ci sembra necessario: avendo i soldi… bastano i puntini di sospensione! Ma siamo sicuri che per noi sia indifferente desiderare mangiare, o desiderare i soldi per comprarci un panino? Desiderare coprirci, o desiderare i soldi per comprarci un vestito? Desiderare bere o desiderare i soldi per comprarci da bere? È senza conseguenze questa sostituzione sistematica dei nostri desideri con il desiderio di soldi? Non corriamo il rischio che la facoltà stessa di desiderare si “corrompa”, ed iniziamo a desiderare cose estranee ai nostri reali bisogni, fisici e spirituali, se tra il desiderio reale e la sua soddisfazione mettiamo sempre di mezzo il desiderio di soldi?
Quando non c’erano i soldi e avevamo fame, dovevamo raccogliere frutta, o andare a caccia; quando avevamo sete dovevamo andare al ruscello; quando avevamo freddo, dovevamo coprirci con la pelliccia dell’animale cacciato e trovare una caverna al riparo dal gelo, costruirci una capanna, accendere un fuoco; quando avevamo paura, dovevamo cercare la compagnia di altri che ne avevano altrettanta, e insieme organizzarci per scacciarla via. E così per avere figli, per crescerli, per insegnare loro a vivere; per dipingere e per scolpire, per costruire utensili e armi, per coltivare la terra e allevare il bestiame, per attraversare fiumi e valicare montagne. Tutto questo, e tantissimo altro, abbiamo fatto egregiamente per decine, forse centinaia, di migliaia di anni, fino ad arrivare a non troppo tempo fa, senza che esistesse neanche il becco di un quattrino, senza l’aiuto tirannico di questo pervasivo “medium” che sono i soldi.
Come siamo arrivati alla tirannia dei soldi? Per capire meglio, abbiamo dovuto fare molti passi indietro, e partire dalle nostre origini, almeno nella vulgata a noi nota; che racconta pressappoco così. Originariamente, piccole comunità di uomini vivevano di quel che forniva spontaneamente la Natura, in quanto a vegetali e selvaggina. Tali comunità, normalmente dette di cacciatori-raccoglitori, erano costrette a seguire le migrazioni delle prede, vagando per il territorio fra mille insidie. Probabilmente ad opera delle femmine, ad un certo punto si scoprì che era possibile indurre la terra a dare i frutti desiderati, coltivandola opportunamente (l’agricoltura); e, probabilmente ad opera dei maschi, che era possibile addomesticare alcune delle specie da preda, allevandole in cattività (l’allevamento di bestiame); si ridusse così il bisogno del nomadismo, e si favorì una sempre maggiore stanzialità. Fino a questo punto, date le rudimentali conoscenze tecniche (ossia i metodi di coltivazione e d’allevamento) e la scarsa dotazione tecnologica (ossia, gli strumenti disponibili), quelle comunità, sempre meno nomadi e sempre più stanziali, producevano il tanto che bastava alla riproduzione della vita materiale, cioè alla propria sopravvivenza individuale e della prole (economia di sostentamento). Con l’evoluzione delle tecniche e degli strumenti (seguita alla progressiva divisione del lavoro, già in atto nelle comunità ataviche relativamente alle diverse funzioni di maschi e femmine, giovani e vecchi ecc.), fu possibile però iniziare a produrre più di quanto ce ne fosse bisogno per la sopravvivenza; questo surplus di produzione divenne, perciò, disponibile per lo scambio con altre comunità, che producevano altro. Oggi, a queste produzioni sottratte all’auto-consumo e destinate allo scambio, diamo il nome di merci; e allo scambio tra merci diamo il nome di baratto.
Questo tipo di scambio impone di assegnare ad ogni merce il valore relativo ad un’altra merce: per esempio, un capo di bestiame per un quintale di grano, o venti pellicce. Progressivamente, attraverso questo processo di comparazione, alcune delle merci vennero ad assumere un valore tendenzialmente universale; ossia, potevano essere prese ad unità di misura del valore di molte merci. È plausibile che esse siano state scelte inizialmente per la loro maggiore utilità ai fini della sopravvivenza, ma soprattutto per la loro minore deperibilità, che ne consentiva un accumulo di valore nel tempo (per esempio, un capo di bestiame, vivendo per anni, si prestava meglio, a rappresentare altri valori, che non la sua stessa carne, deperibile in pochi giorni). Ma il crescente surplus di produzione causò un intensificarsi degli scambi, a sempre maggiore distanza. Crebbe così il bisogno di sostituire quella merce usata come valore tendenzialmente universale, sempre troppo ingombrante e deperibile, con qualcosa di più facilmente trasportabile e più duraturo, che contenesse un pari valore. Una prima soluzione si trovò nei metalli preziosi, poi nel conio di monete con essi, nella carta moneta e, infine, nel denaro “virtuale” delle carte di credito. I soldi: valore finalmente universale, che assume in sé il valore di tutti i valori.
Come si può notare da questo sommario racconto, nello scambio è avvenuta una progressiva sostituzione dell’oggetto di cui avevamo reale bisogno, con lo strumento che consente di ottenerlo; fino a quando non è stato neanche più necessario avere bisogno di qualcosa, e abbiamo iniziato a desiderare direttamente lo strumento: i soldi. Ma i soldi non hanno alcun valore d’uso diretto; quello dei soldi, quindi, è un desiderio “alienato”, che non persegue, direttamente, alcuna reale soddisfazione: la fame si appaga mangiando, la sete bevendo; la brama di soldi è inestinguibile, senza freni, senza confini, senza requie, perché senza oggetto umano. Esso non è, dunque, propriamente un desiderio, ma solo un “medium” tra il desiderio e la sua soddisfazione; un desiderio alienato, appunto, astratto da ogni reale bisogno, fisico e spirituale; che allude, sì, ad infiniti bisogni, ma altrettanto alienati, posticci, altro da noi e dalla nostra natura.
A noi, forse un po’ retro, questo non sembra un gran progresso. Ci prende, piuttosto, l’impressione che a qualche crocicchio della nostra storia, abbiamo preso la strada sbagliata, lasciandoci guidare dai peggiori tra noi, i briganti, quelli che più ci intimoriscono, perché sanno fare più male. Così, quella che sembrava essere la via per una splendente evoluzione della Natura Umana, ci sta portando al suo più cupo oblio, rivelandosi invece la strada della paura. Oggi, i soldi, di cui i briganti hanno una sete inestinguibile, sembrano aver soppiantato ogni altro valore, assurgendone al vertice. Oggi non facciamo che parlare di soldi, ogni altro discorso ci pare vacuo, inconcludente, inutile; e di un paio di scarpe, allora, non diciamo più che sono belle o comode o calde, ma che valgono centinaia di euro; anche di un politico di cui non condividiamo l’orientamento, non critichiamo più le scelte, ma lo accusiamo di prendere troppi soldi di stipendio o di rubare. Oggi, desolatamente, siamo venuti al punto.
Frosinone 9 febbraio 2014
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