di Antonio Simiele – SENZA IL SUD NON SI ESCE DALLA CRISI IN MODO EQUILIBRATO E STABILE. In Europa sembra avviarsi la ripresa, che varie fonti danno per certa nel 2014, ma si prospetta modesta e lenta. Il nostro governo quasi ogni giorno ci dice che in fondo al tunnel s’intravede la luce; il ministro Saccomanni ha affermato che la crisi globale è finita. L’Italia, però, palesemente stenta rispetto agli altri Paesi a causa di una sua crisi più grave nella quale alle radici internazionali si sommano ragioni peculiari. E’ sintomatico che solo qui non sia migliorata la competitività. Certo, per dare una risposta positiva ci vuole un governo stabile che governi, ma non basta. Esso dovrebbe anche dotarsi di una politica economica non ambigua come quella attuale e affrontare l’irrisolta questione meridionale, diversamente è improbabile che l’Italia agganci la locomotiva dei Paesi più forti.
Il Sud continua a camminare, quando non è addirittura fermo, a una velocità molte volte più bassa di quella della parte più avanzata dell’Europa e del resto dell’Italia, nei cui riguardi si è approfondito il divario principalmente nell’occupazione e nella capacità produttiva.
Questa parte dell’Italia sta subendo un esodo più grave anche di quelli biblici da cui fu colpita ai primi del novecento e dopo la seconda guerra mondiale. Per la prima volta, infatti, in misura così rilevante e prevalente il Sud vive quella che si chiama “fuga dei cervelli”, con la migrazione di giovani a elevato profilo professionale e scientifico. Le conseguenze sono nefaste a fronte di un’economia mondiale in cui la novità, la qualità, l’eccellenza sono decisivi per reggere la concorrenza. Si alimenta un circolo vizioso che ormai da oltre un secolo pesa sull’Italia e condanna il Sud: senza il Sud non c’è crescita equilibrata e stabile, senza il contributo di tante intelligenze il Sud stenta a risorgere e non regge il passo, anzi la sua condizione rischia di peggiorare considerando che anche la crescita di ieri, dipendente da industrie non più competitive, in Italia non tornerà.
Il Sud può aiutare l’Italia a percorrere una strada nuova e virtuosa svolgendo con successo il proprio compito ma tutto il sistema Italia dovrebbe aiutarlo a riconquistare la convinzione di poter essere attore del proprio futuro. Il suo compito è vitale per rilanciare l’Italia ma anche per la nuova Europa che non può privarsi della presenza della più profonda cultura mediterranea.
Che cosa fare? Prioritario a tutto è, come scrive Scalfari, smantellare i privilegi, le mafie e le clientele; colpire le rendite e i monopoli; sconfiggere la demagogia e la legge del più forte. Al Sud, però, si deve rinnovare una classe dirigente complice delle scelte sbagliate fatte fino ad ora, rafforzare il senso dello Stato, rieducare una società civile al rispetto di diritti e doveri, ricostruire una tecnocrazia efficiente e sana.
E poi bisogna dire basta all’importazione di modelli di sviluppo avulsi dai contesti locali che ha disgregato il tessuto esistente e demotivato il Sud, ma ripartire dalle potenzialità del territorio, che dovrebbe essere in ogni caso la norma, facendo leva sulla ricchezza umana, la cultura, la storia, l’incomparabile patrimonio artistico, la bellezza dell’ambiente, un’agricoltura e un turismo che non temono concorrenza, un artigianato ricco di formidabili saperi. Su questo calibrare la rimozione del gap esistente in infrastrutture civili e servizi pubblici, un insediamento industriale compatibile e il rilancio di un sistema portuale indispensabile per tutta l’Europa considerando la posizione strategica che il Sud ha di cerniera tra i Paesi del Mediterraneo e di porta d’ingresso da e per l’Oriente.
Lo so, tanti diranno ecco il solito utopico elenco di cose, ma bisogna convincersi che è la strada da fare se si vuole costruire, per il Sud e l’Italia, un futuro di equo e solido benessere.
Lì, 11 novembre 2013
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