di Ignazio Mazzoli – Sono circa le ore 12 di mercoledì 2 ottobre 2013 quando le televisioni danno la notizia che gli eletti delle liste nel Pdl voteranno in maniera diversificata. Una parte voterà la sfiducia al governo ed una parte lo sosterrà. Poi arriva Berlusconi ed annuncia che il Pdl voterà la fiducia a Letta. Una giravolta dopo giorni di esasperazioni eversive. Un Berlusconi irriconoscibile nel tono e nell’immagine dichiara così la sua sconfitta e quella di un partito che si è legato mani e piedi a lui è che ormai forse avrà due classi dirigenti come ha affermato Gaetano Quagliariello. Timidezze e ipocrisie non nascondono che una fase si è chiusa e la leadership di Berlusconi è stata concretamente contestata e messa in minoranza nel suo partito, se ha dovuto accettare una decisione che ha osteggiato. Ora in molti dicono che la palla adesso passa al PD. Che vuol dire?
Oggi il Pdl-Forza Italia è molto più debole. Si dividerà? Certo in questo partito ormai qualcuno che ha trovato il modo di contrastare il suo presidente e questi non sarà più quello che era qualche giorno addietro. Può combinare altri guai, ma sicuramente le sue volontà e desideri non si trasformeranno automaticamente in dictat.
Questa circostanza cambia la qualità ed il carattere della situazione. Domanda: ma i sondaggi di sabato domenica e lunedì 30 settembre non davano il 73% di italiani che volevano la prosecuzione dell’attività del governo Letta indipendentemente dal giudizio che anche con rabbia esistenziale davano nei confronti del suo operato? E’ passata la parola d’ordine che senza governo sarebbe stato un disastro. Ora il disastro è evitato? Non lo so, ma certamente l’Europa dell’euro ci guarda in modo diverso ed anche le borse.
La riconferma della fiducia al governo che lo vede impegnato, pone questioni alla campagna congressuale del PD. Si apre una stagione che potrebbe vederlo protagonista decisivo e punto di riferimento dell’intera società italiana. Sentirà questa responsabilità? Si badi bene che non si tratta e non basta evidenziare il chiarimento tra Enrico Letta e Matteo Renzi coma hanno fatti alcuni commentatori. Renzi è figlio delle battaglie di tattica che si giocano nella vita interna del proprio partito per primeggiare. Si tratta di altro che forse non è pane per i suoi denti.
C’è un’area moderata che vuole prendere le distanze dal populismo del suo capo Berlusconi oggi affossato dai suoi errori e che dopo 20 anni è messo in minoranza. Non mi pare cosa da poco, ma importante lo è, sul serio.
Sindaco di Frosinone e Mauro Buschini polemizzano con Paolo Iafrate della MultiserviziCi vorrà, poi, un coraggioso slancio di onestà intellettuale per scoprire se restare sulla cresta dell’onda un ventennio fu merito suo o demerito di altri. Per ora limitiamoci a capire che qualcosa cambia e che cosa si dovrebbe mutare nella nuova fase. Si tratta di fare scelte politiche concrete e complesse per il futuro dell’Italia e della società che in essa vive. Anche le informazioni devono essere adeguate a ciò che sta accadendo. Forse è venuta l’ora di dire in termini chiari che chi governa è nudo: in Italia, e in tutti i Paesi dell’Unione europea immersi nella crisi. I Governi non hanno più scettro. Non mi pare che sia vero quello che i nostri capi di governo vanno dicendo: che saremmo in mano alla trojka di Bruxelles se svanisse il bene molto equivoco di una stabilità politica. Quel “saremmo” va sostituito con l’indicativo “siamo”. L’Italia non rischia commissariamenti se cade il suo governo, così come non li rischiava quando caddero Berlusconi o Monti, perché già da tempo siamo sotto tutela. I nostri governanti oltre che nudi, rischiano di essere finti. La stabilità da salvare ad alti costi, è in realtà stasi sanguigna e noi facciamo capo solo a un reggente.
Subordinazione e reggenza non sono fatali leggi della natura. Purtroppo una grande parte della sovranità è già ceduta. Le anomalie hanno dilatato la subalternità oltre misura. Una è Berlusconi. Ma lo è anche governare con un partito estraneo alla cultura giuridica. È anomalia anche un Parlamento che con esasperante lentezza espelle (se espelle) un senatore condannato per frode fiscale, quando la legge ordina di farlo “immediatamente”.
Serve fare chiarezza per capire e far capire qual è l’instabilità vera. E’ il volersi disfare delle democrazie, e in primis della nostra. Per questo in molti s’aggrappano alla Costituzione, e il 12 ottobre a Roma scenderanno in piazza per difenderla. Se
Marina Kovari e Stefania Martini solidarizzano con la lotta della Multiservizitrema la democrazia, per forza tremerà la sua Carta fondativa. Oggi avere governi di reggenza significa che lo scettro è in mano a potenze esterne, e il reggente lo sa, ma non lo dice.
Gli effetti? Li viviamo. La nostra Repubblica appare sempre più presidenziale senza che il popolo sovrano l’abbia deciso. L’antagonismo politico e sociale piano piano è stato bandito secondo la già collaudata logica emergenziale degli opposti estremismi. È populista Berlusconi, che entrò in politica per restaurare un’oligarchia corrotta dopo Mani Pulite, ma purtroppo oggi sono definiti populisti anche quei movimenti di che rivendicano lavoro e diritti. Da non credere! Le larghe intese possono essere una formula politica fallita ma c’è di peggio ed è il riproporre a un Paese sfibrato e disorientato la stessa scadente minestra di austerità senza prospettive di ripresa. Dopo il confuso risultato delle ultime elezioni tutto consigliava la creazione di un esecutivo di scopo per tamponare la crisi e portare al più presto il Paese alle urne con una nuova legge elettorale.
E’ certo però che ora si apre il problema di quale PD o di quale partito l’Italia ha bisogno. Il voto sulla fiducia ha dimostrato che anche i partiti padronali sono finiti. Era ora!
“Un’alternativa al Paese è possibile. Bisogna crederci.” Scrive Gianni Cuperlo. Giusto, ma in primo luogo il suo partito deve volerlo con forza. “L’Italia può rinascere se donne e uomini torneranno a essere protagonisti del loro futuro in una democrazia partecipata.”
Come non condividere queste enunciazioni di Cuperlo? Ma un tale partito bisogna costruirlo perché oggi non esiste. Dov’è nei movimenti? Chi lotta va ascoltato. Con chi lotta bisogna saper dialogare, non si possono trattare come i lavoratori della Multiservizi di Frosinone, tanto per citare una caso che ha fatto il giro della nostra regione attraverso il linguaggio delle foto in cui si vede chiaramente l’accoglienza polemica dei rappresentanti di comune e regione mentre nell’altra due giovani donne dirigenti di partiti diversi invece dialogano con i lavoratori.
Dal congresso del PD potrà uscire un partito utile all’Italia, ma purtroppo anche un partito utile a qualche dirigente. Quindi non è indifferente chi primeggerà nel PD.
Marina Kovari e Stefania Martini solidarizzano con la lotta della MuiltiserviziMarina Kovari e Stefania Martini solidarizzano con la lotta della Multiservizi