Radical chicdi Fausto Pellecchia – Radical chic : termine in uso prevalentemente nel linguaggio della destra e del qualunquismo populista per screditare gli editorialisti, gli intellettuali e, in genere, le persone colte di sinistra. Per questo, a sinistra, l’accusa di radicalchicchismo è l’insulto più odiato e più temuto. Lo storico senso di colpa – che alimenta l’esasperazione autocritica dei partititi e delle formazioni post-comuniste, fin dal celebre discorso di Kruscev al XX congresso del PCUS – ne ha fatto il virus endemico, il Trojan – per parodiare Franco Battiato – che insidia e distrugge ogni programma progressista. Insomma, il radicalchicchismo è il padre di tutte le sconfitte e di tutte le catastrofi elettorali subite dalla sinistra italiana. Ma mentre nella sua accezione più diffusa il radical chic si identifica con il “rivoluzionario da salotto” che su tutto ostenta gusti nazional-popolari (tranne che per i luoghi di vacanza), oggi il termine conosce inedite migrazioni semantiche. Il radicalchicchismo è diventato sinonimo di “divisività”: si manifesta in quelli che continuano a dichiararsi spudoratamente di sinistra, partecipano a manifestazioni di piazza insieme ai metalmeccanici e agli studenti, e, soprattutto si dilettano a criticare il gruppo dirigente del PD e a mettere i bastoni tra le ruote al Governo Letta (che, di suo, è già abbastanza immobilizzato).
Il radical chic è politicamente irresponsabile. Alla lettera, appartiene a una sinistra che chiede, perché non deve o non sa rispondere: “non mi piace che ci siano due sinistre. Una responsabile e l’altra che non vuole responsabilità” (Guglielmo Epifani). Contro questa nefasta presenza e i suoi petulanti richiami per il crescente disagio sociale, per la sfiducia e l’indignazione del proprio elettorato, qualcuno rispolvera nostalgicamente le virtù del centralismo democratico: “Non dobbiamo andar dietro ai sindacati. Un partito politico non vive di manifestazioni fatte dagli altri” (Matteo Renzi); così come non è serio votare un tuo uomo al Quirinale (Stefano Rodotà) se sono gli “altri” Radical chic oggiRadical chic oggiche te lo indicano: noblesse oblige! Al contrario, risultò troppo disinvolta, troppo ‘divisiva’ (insomma: troppo radical chic), la candidatura del fondatore del tuo partito (Romano Prodi) che andava affossata “senza se e senza ma”, ancor prima di sottoporla al voto dell’aula.Radical chic di oggiRadical chic di oggi
Movimenti, sindacati, associazioni: roba da politici “trombati” che agli austeri cerimoniali quirinalizi e alle raffinate strategie per la costruzione di oceaniche maggioranze parlamentari, preferiscono la marginalità delle “magre intese” con le classi sociali più colpite dalla crisi, i cortei e gli striscioni di una sinistra ‘vintage’…
Eppure, il responsabile doppiopetto, col quale Epifani ha sostituito il maglione radical chic delle riunioni sindacali, non basta a proteggerlo da inattesi acting out: il neo-segretario del PD è inciampato su un gradino del palco che ospitava, ad Avellino, una manifestazione a sostegno del candidato del centrosinistra. Epifani, dopo essere caduto attutendo il colpo con le mani, si è prontamente rialzato e, tra applausi d’incoraggiamento, ha rassicurato la platea sulle sue condizioni. Saprà il PD fare altrettanto, risollevandosi dall’inciampo del governissimo, quando sarà costretto a confrontarsi con la sua gente, alla prossima (temutissima) campagna elettorale? I radical chic, al solito, avanzano qualche dubbio “sinistro”.

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