di Ivano Alteri – Ne siamo certi: questo non è il governo del Cambiamento che tanto desideravamo. Ma sarà il governo della Conservazione? Su questo, qualche dubbio lo nutriamo.
Eravamo ad un passo dal tanto sospirato governo del Cambiamento; ma le incertezze di parte del Pd, e l’assoluta determinazione al “tanto peggio, tanto meglio” di Grillo, ne hanno impedito anche il primo vagito. Forse un’occasione come questa non ricapiterà più, nel corso della vita delle presenti generazioni; forse non toccherà a noi vedere un Paese innamorato della propria civiltà; forse è vero che la storia non fa salti, e noi abbiamo ancora bisogno di secoli, prima di poterci definire finalmente e fondatamente popolo. L’amarezza è il sentimento più diffuso in questo momento, tra i cittadini e tra gli addetti ai lavori: è troppo, arrivare ad un passo da un traguardo storico e vederlo di nuovo allontanare.
Tuttavia, non c’è alternativa alla tenacia; anche perché sappiamo che se anche decidessimo drammaticamente di non occuparci più di politica, la politica continuerebbe inesorabilmente ad occuparsi di noi, come e peggio di prima. Non abbiamo scampo: siamo condannati a combattere tutte le nostre battaglie, se non vogliamo svilirci e morire affogati nei rimpianti e nella vergogna.
È, probabilmente, proprio la tenacia che ci sta suggerendo di non cadere nella trappola dello scoramento; questa sarebbe solo la prima delle trappole in cui cadremmo. È, probabilmente, ciò che più spera il fronte della Conservazione: togliere al nemico ogni speranza di vittoria è l’arma più potente di cui possa disporre; e siamo noi il nemico della Conservazione.
Non dobbiamo demordere, quindi; vi sono, a nostro avviso, alcuni elementi obiettivi che c’inducono a tenere alta la tensione e lo spirito d’iniziativa. Ne vogliamo elencare alcuni, più per ricordarli a noi stessi che agli altri.
Primo. Vi sono milioni di giovani che in questo momento stanno vivendo con noi la stessa medesima amarezza: quelli che stanno occupando le sedi del Pd, che si stanno organizzando per i prossimi congressi, che stanno resistendo alle pressioni dei conservatori interni, ne sono un esempio, in Italia e a Frosinone addirittura; ma vi sono anche quelli che hanno occupato il loro tempo ad organizzare le celebrazioni del 25 Aprile insieme ai vecchi partigiani combattenti, coniugando il passato col presente, il virtuale col reale, i desideri con la realtà; quelli che si occupano instancabilmente e quotidianamente del loro prossimo, nel mondo del volontariato, pur annaspando, il più delle volte, essi stessi nelle sabbie mobili della precarietà economica ed esistenziale; quelli occupati a combattere valorosamente e gioiosamente le mafie, esponendosi a disagi e pericoli e al ludibrio dei soliti realisti più realisti del re. Li vogliamo lasciare lì soli, come tanti novelli don chisciotte condannati alla disillusione? Lasciamo che l’arroganza spezzi loro la volontà, come si fa con i cavalli alla doma? Certo che no; non dopo aver loro trasmesso il nostro scrigno di memorie.
Secondo. I partiti costituenti la coalizione Italia Bene Comune, esistono ancora, per quanto sconquassati, compreso il Pd; se sono “contendibili” per i 101 vigliacchi e traditori che li stanno affossando, lo sono anche, e a maggior ragione, per i coraggiosi che si battono lealmente a viso aperto. Non possiamo restare lì a guardare; dobbiamo trovare il modo per sostenere chi al loro interno intende battersi, anche quando personalmente non riusciamo a vincere la ritrosia ad iscriverci formalmente.
Terzo. Nel nostro Paese esistono, ancora, organizzazioni capaci di resistere, resistere, resistere; non le lasciamo sole. Anzi, invadiamole in massa e chiediamo spazi politici, pretendiamoli. Stiamo parlando della CGIL, sicuramente, ma anche delle altre: dell’Arci, dell’Anpi, di Libera, di Emergency; ma anche dell’Istituto Gramsci e della stessa nostra Associazione Per l’Alternativa di Centrosinistra, e di tutte quelle associazioni che hanno fatto e fanno onore alla nostra appartenenza politica. Sono “luoghi”, culturali e politici, che hanno fatto la storia migliore del nostro Paese; sono quelli che ci hanno insegnato la civiltà per come noi la concepiamo. E vero, alcune di esse sono un po’ svilite, dalle fatiche, dalle sconfitte, e non di rado dai tradimenti; ma non sono affatto morte, statene certi: basterebbe un po’ di linfa giovanile per ri-vivificarle.
A tutto questo, e a tanto altro che lascio alla vostra esperienza elencare, va aggiunta una considerazione generale di non secondaria importanza. Qualche giorno fa, abbiamo letto una frase di Ezio Mauro, direttore di Repubblica, che ci aiuta a spiegarci. Diceva Mauro a proposito della “necessità” di un governo di larghe intese: “…partiti esausti e leadership estenuate dagli errori si possono convincere. Ma rimangono le opinioni pubbliche, che contano sempre di più, e che conservano a dispetto delle sconfitte e delle delusioni un sentimento vivo delle identità politiche…”. Bene, a fronte della “necessità” di arrivare ad un governo come quello appena costituito, ve ne è un’altra, altrettanto impellente, se si vuole far tornare a coincidere l’interesse dell’Italia con quello degli italiani ed evitare così tragedie irreparabili: dare risposte concrete, concretissime, a quell’opinione pubblica che non ha nessuna intenzione di arretrare.
Forse la Conservazione non se la passa meglio del Cambiamento.
Frosinone 28 aprile 2013

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