ignazio visco 350 mindi Aldo Pirone – Ieri c’è stata la consueta assemblea annuale della Banca d’Italia. Il governatore Visco ha fatto l’attesa relazione sullo stato dell’economia italiana. L’evento era molto atteso soprattutto dopo il fallimento, almeno a quel momento, del tentativo di formare il governo pentaleghista “Salvadimaio”. Le parole del governatore si sono intrecciate ai tuoni e i fulmini sprigionati dall’impennata dello spread che, secondo lui, non aveva alcuna giustificazione. Sul sito del Corriere della sera la prolusione è stata sinteticamente riassunta per capitoli: Un messaggio “politico” -Crescita e inflazione-Dinamismo e disparità-Il debito-Il sistema finanziario-Banche più sane. Già questi titoli ci dicono che l’impostazione era quella tradizionale, attenta alla stabilità dei conti, ai vincoli di bilancio, al rispetto dei patti con l’Europa, al timore di quello che potrebbe succedere con i mercati se prevalessero impegni di spesa demagogici. Ogni riferimento implicito al “contratto” Lega-Cinque stelle non era puramente casuale. Insomma la solita impostazione neoliberista imperniata sull’assunzione dello stato di fatto quanto a risorse a disposizione considerate colonne d’Ercole da non superare per non andare incontro ai marosi popolati da mostri nell’oceano sconosciuto. Per non parlare dell’assunzione acritica delle politiche sul lavoro e su quelle dell’occupazione, dal jobs act ai bonus ecc.. Dall’altra parte si stagliavano, come un convitato di pietra, le scelte economiche e le promesse sociali pentaleghiste le cui ragguardevoli risorse per sostenerle dovrebbero essere trovate, secondo gli estensori del “contratto”, attraverso lo spirito santo del sovranismo nazionale che se ne impipa di tutto e di tutti; al di là delle rassicurazioni sulle buone intenzioni europeiste di cui, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno.

 

Due impostazioni antitetiche, con un sostanzioso tratto in comune che le colloca socialmente a destra. Nessuna delle due, infatti, contempla il punto vero e principale di attacco per una politica di giustizia sociale non demagogico e di sviluppo economico robustamente neokeynesiano, proprio della sinistra: la lotta spietata all’evasione fiscale che fa mancare al bilancio italiano risorse tra i 110 e i 130 miliardi di euro, sottratte da chi non è lavoratore dipendente o pensionato. Oltre ad altre cospicue entrate, ragguardevoli ma meno quantificabili e di più lungo reperimento nel tempo, derivanti dalla lotta alla corruzione e agli sprechi, tra loro saldamente intrecciati.

 

Nella relazione di Visco sul peso esorbitante dell’evasione fiscale sulle ristrettezze di Bilancio e, di conseguenza, delle risorse per gli investimenti, per la crescita e la diminuzione del debito pubblico, non c’è stata una parola. Nel “contratto” pentastellato, d’altro canto, c’era la flat tax che, praticamente, è una redistribuzione al contrario della ricchezza; per i pover in crescita esponenziale, per i lavoratori e il ceto medio in difficoltà sarebbe della serie “cornuti e mazziati”.

 

Tutto questo per dire, in modo molto sintetico, che la sgangherata politica italiana dominata da veri e propri cialtroni sta predisponendo per le prossime elezioni – ancora eventuali allo stato del convulso momento – una messa in scena dello scontro fra due destre: quella sovranista, xenofoba e neofascista con il supporto del M5s trascinato da Di Maio alla corte di Salvini, contro quella dell’establishment europeista neoliberista che l’ha generata. Tutte e due imperniate sul concetto che la contraddizione fra destra e sinistra è ormai superata, inservibile a comprendere il mondo moderno diviso non più fra ricchi e poveri, fra classi e ceti dominanti e quelli subalterni, ma fra sovranisti e globalisti, ambedue di varia intensità e sfumature a seconda della loro collocazione nazionale.

 

Una sinistra degna di questo nome dovrebbe cercare di stare in campo come perno di uno schieramento progressista contro, da una parte, l’inganno populista-nazionalista, e, dall’altra, la destra neoliberista. A questo scopo potrebbe tornare utile la vecchia impostazione politica togliattiana della “lotta su due fronti” anche se in termini diversi da come la si concepiva allora all’interno del campo della sinistra di ispirazione socialista. A fondamento del suddetto blocco progressista ci dovrebbero essere pochi punti programmatici imperniati, per farla breve, su lavoro, sviluppo economico neokeynesiano e ambientalmente sostenibile, lotta all’evasione fiscale, contrasto alla povertà. Su cui impegnare il confronto anche in sede europea.
Si tratterebbe di proporre e costituire, per ora, un Movimento federativo che metta insieme tutto l’arcipelago di forze e associazioni agenti nella società civile, di chiara impronta progressista e costituzionale invece di riproporre alleanze fra piccoli partiti occupati dai residui di un ceto politico consumato. Una sorta di fronte popolare costituzionale. Per avviarlo con qualche possibilità di successo bisogna mettere da parte i vecchi esponenti politici dell’ultimo quarto di secolo e far avanzare in prima linea forze nuove e giovani provenienti dall’associazionismo militante e non dal ceto politico.

Non è questione di cattiveria ma di credibilità.

Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.