di Ivano Alteri – Continua tenacemente, ma non senza difficoltà, il nuovo viaggio in bicicletta intrapreso da Stefano Gavioli, il nostro amico disoccupato ultracinquantenne di Mantova, verso l’Ingilterra. Gavioli sta tenendo un diario di viaggio sul giornale online L’Altra Mantova, che già seguì la sua precedente impresa a Bruxelles. La sua battaglia contro l’“invisibilità” di chi perde e non ritrova il lavoro deve scontrarsi con la dura realtà della scarsità di fondi e degli imprevisti del viaggio.
“Da come era finita ieri la giornata, sapevo che oggi avrei dovuto affrontare una giornata molto in ‘salita’. Ma non mi sarei mai aspettato un vero incubo.
Il culmine dell’incubo recarmi all’ufficio informazioni di Lienz, chiedere una stanza per una notte, e specificare (anzi, raccomandare), che ci fosse il wi fi. L’addetta al ricevimento al pubblico, molto gentile, mi trova il posto e mi rifornisce tutte le rassicurazioni.
Risultato. Quando speranzoso di collegarmi a Internet arrivo al Bed end Brekfast, niente wi fi.
Mi è caduto il mondo addosso.
Ma cominciamo dal mattino.
Il posto dove mi trovo è molto trascurato. Non voglio utilizzare aggettivi troppo dispregiativi, ma voi avete capito cosa intendo.
A colazione: due panini, un po’ di marmellata e una fettina di burro. Niente acqua, niente succo di frutta. Nient’altro. E all’arrivo del cappuccino in mezzo alla schiuma galleggia una mosca morta.
Che schifo!”.
Ma il vero problema è trovare la “ciclabile”. “Riprendo il controllo della situazione. Sono in Austria. Il posto già di suo non è un bello spettacolo. Se rimando indietro il cappuccino, questo magari mi ripresenta lo stesso, o magari fa cose ben peggiori. E magari mi aumenta anche il prezzo?
E allora faccio quello che mai avrei pensato di fare. Tolgo la mosca e un po’ di schiuma che gli sta intorno e bevo il cappuccino (tra l’altro orribile) con disgusto.
Ancora una volta prego.
Prego che i miei anticorpi facciano il loro dovere. Che eliminino ogni minaccia ‘aggressiva’ esterna.
Poi, però, la bellezza del panorama, la strada tutta in discesa mi fanno dimenticare tutte le mie ‘disgrazie’.
(Ma la tragedia, è sempre lì che incombe).
Questa è un sogno di ciclabile.
E appena arrivo a Lienz, subito altri guai?
Dove cazzo sono finito?
Non comprendo un tubo. I cartelli sono il mio incubo “peggiore”. Ma che roba è.
Perdo ogni mio punto di riferimento
Per provare a prendere confidenza con la mia nuova realtà cerco di tracciare il confine della città. Almeno l’indicazione Salisburgo dovrei capirla. Oppure qualcuna delle località che la precedono.
Niente”.
Dopo aver finalmente trovato il wi-fi e spedito le sue corrispondenze, riesce a trovare anche “la ‘Pista ciclabile dei Tauri’ che mi sparerò dritta in Germania”. Almeno così crede.
“Senza perdere tempo salgo sulla bici e subito per una direzione. E’ quasi l’una. Neppure mi passa per la testa di mangiare. (E’ dalla colazione di ieri che non mangio, e neppure era un granché). Seguo il fiume che credo sia l’Isel. Supero paesi. Ma nessuno di questi appare sulla cartina che mi sono fatto stampare.
Ma cocciuto vado avanti.
Alle sette di sera mi è evidente che ho sbagliato strada. C’è ancora chiaro. Decido di tornare a Lienz. Proprio in quel mentre, buco la ruota posteriore della bicicletta. Impreco. Cambio la ruota riparto.
Decido anche che non posso percorrere la ciclabile a ritroso nel buio, rischierei di perdermi. Prendo la strada Statale che porta a Lienz. Percorro un po’ di chilometri. I fari delle auto che arrivano dal senso opposto che mi accecano. Mentre I tir che, con il loro spostamento d’aria, mi fanno svolazzare.
Poi, il colpo di scena, foro un’altra volta.
Cazzo! E ancora cazzo!
E’ evidente che anche il copertone ha un problema. Non posso rischiare, così, anche la mia seconda camera d’aria.
Che altro posso fare?
Semplice: Spingere la bicicletta a piedi. Che altro posso fare.
Arriva il buio. Arriva il freddo.
Impreco e intanto spingo la bicicletta.
Macino altri chilometri.
Poi, accade il miracolo.
In mezzo alla strada si ferma un furgone. All’inizio il tipo alla guida, un uomo giovane, non capisco cosa vuole. Arrivo perfino a pensare che mi stia insultando o che sia un serial killer che con il furgone rapisce le sue vittime. Poi capisco. Vuole portarmi a Lienz. Entra in uno spiazzo. Apre lo sportello del retro del furgone. Il ripiano è pieno di scatole. L’uomo le sposta per farci stare la bici e i miei zaini. Carichiamo e via, verso Lienz.
Lui parla tedesco, io in italiano. Ma, con qualche parola infilata d’Inglese, riesco a capire. L’uomo si è fermato perché ha pensato che a Lienz io ci sarei arrivato stanco morto. E’ un pensiero che mi commuove.
Mentre torniamo verso Lienz lui parla parla e io annuisco. E’ come se capissi. E forse capisco davvero.
Mi faccio lasciare alla stazione dei treni. Gli chiedo se posso offrirgli da bere. Lui, gentilmente rifiuta. Deve guidare. Lui lavora la notte. Poi, da una delle scatole estrae un bottiglia di succo di frutta, quelli con le vitamine. Lui sta consegnando queste scatole con dentro i succhi di frutta. Lui me le allunga e mi fa capire che ne ho davvero bisogno.
E mi lascia in stazione…” (Continua)
Frosinone 9 settembre 2017