alternanza scuola lavoro 1

alternanza scuola lavoro 1di Fausto Pellecchia da L’inchiesta del 21 luglio 2017Aziendalismo in formato scolastico = l’alternanza scuola-lavoro nella legge 107
Se l’iter delle riforme scolastiche degli ultimi 15 anni -dalla riforma Berlinguer, rimasta lacunosa e incompleta, fino alla legge 107 (la cosiddetta Buona Scuola) di Renzi, Giannini e Fedeli, passando per Letizia Moratti e Mariastella Gelmini- si può agevolmente paragonare alle stazioni di un “calvario”, la recente ignominia del caso di Monza può considerarsi come il definitivo traguardo del Golgota. La vicenda delle ragazze monzesi che hanno subito abusi sessuali durante un’esperienza di alternanza scuola lavoro presso un centro di formazione professionale, testimonia, secondo il sindacato, “in maniera esemplare la deriva in cui rischia di sprofondare questa attività resa obbligatoria dalla legge 107/15 nell’ambito della scuola secondaria superiore”. Ma la denuncia della FLC CGL è fin troppo blanda e accomodante, se si limita a chiedere «un’applicazione graduale dell’alternanza, per l’eliminazione del numero di ore obbligatorie, per l’individuazione di soggetti ospitanti mediante procedure rigorose». In realtà, il caso di Monza dimostra che l’intero dispositivo dell’alternanza si è rivelato, nelle sue concrete attuazioni, una forma mascherata di sfruttamento minorile mediante lavoro nero: 200 ore obbligatorie nel triennio dei Licei e ben 400 ore negli istituti tecnici e professionali, per circa un milione e mezzo di studenti previsto per l’anno scolastico 2017-2018.

Il caso di Monza appare piuttosto come la punta dell’iceberg di una deriva “schiavistica”.

Sul sito del MIUR, al contrario, si leggono trionfalistici auto-encomi per una disposizione che introdurrebbe «in maniera universale un metodo didattico e di apprendimento sintonizzato con le esigenze del mondo esterno» che, favorendo « la comunicazione intergenerazionale, pone le basi per uno scambio di esperienze e crescita reciproco. Non solo imprese e aziende, ma anche associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, istituzioni e ordini professionali possono diventare partner educativi della scuola per sviluppare in sinergia esperienze coerenti alle attitudini e alle passioni di ogni ragazza e di ogni ragazzo.» Se però si analizzano i criteri di valutazione delle forme di partenariato con i soggetti terzi, si vede che al di là delle solite “grida” o circolari ministeriali, è stata lasciata carta bianca alle singole aziende per gestire a proprio piacimento il progetto dell’alternanza, senza alcun evidente criterio educativo, e quasi sempre senza il diretto controllo di docenti nel ruolo di tutor (dal momento che i periodi di alternanza possono coincidere con giorni festivi). In questa prospettiva, il caso di Monza, più che un incidente di percorso, appare piuttosto come la punta dell’iceberg di una deriva “schiavistica”. Ben lungi dal costituire lo strumento formativo propagandato dal Miur «contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro», rappresenta piuttosto una fucina di subalternità e di estremo scadimento dello spirito critico: una smobilitazione degli obiettivi fondanti di ogni serio progetto educativo.

Insomma, la cultura aziendale neoliberista in formato scolastico.

Non è un caso che le aziende convenzionate -alcune delle quali sono note multinazionali come la FCA, Hewlet Packard o McDonald- nell’adempiere all’obbligo di specificarealternanza scuola lavoro 2 i criteri del progetto, hanno evidenziato senza reticenze, quale sia, dal loro punto di vista, il cuore del problema “formativo”: la trasmissione della cultura aziendale di una società multinazionale. Così, ad esempio, Zara, un’azienda di abbigliamento della multinazionale Inditex, dichiara che «intende condividere con gli studenti la propria filosofia e i propri valori di riferimento, passione, impegno costante e attitudine al lavoro, quali importanti asset del percorso educativo. Zara basa la propria politica formativa e di crescita professionale sull’idea che l’apprendimento, oltre che una base teorica, debba fornire una solida esperienza sul campo che generi ‘saper fare’».
Solo che, a quanto pare, l’etica dell’azienda non è affatto priva di ombre. L’anno scorso un’inchiesta indipendente ha messo sotto accusa Inditex in Brasile per comportamento antisindacale. Un noto attivista pachistano, Ehsan Ullah Khan, da anni sostiene che nonostante gli impegni dichiarati, Zara usi in gran parte lavoro minorile, impiegando ragazzini del sudest asiatico. E anche in Italia i sindacati di base denunciano la mancanza di tutela di alcuni diritti fondamentali da parte dell’azienda. Se dunque ci si chiede cosa faranno in concreto nelle centinaia di ore gli studenti presi in carico da Zara, le ipotesi più probabili sono alquanto deludenti: commessi nel negozio ad accogliere i clienti o aiutanti di magazzino? Saranno semplici “osservatori” o potranno stare alla cassa? Saranno, come di fatto è stato nel 2016 per molte aziende, una non piccola massa di manodopera gratuita, un “esercito di riserva” interno, usato per abbassare il profilo dei contratti aziendali. Di fatto, l’alternanza scuola-lavoro all’italiana obbedisce alla stessa logica degli stage di formazione. Tanto che, a dispetto delle differenze prospettate dal MIUR, gli stessi studenti coinvolti ne confondono i termini.
Ma ancor più grave è la rimozione ideologica del dibattito sulle essenziali finalità pedagogiche e dunque sulla funzione della scuola nella trasformazione della cultura del lavoro. Qui, come spesso accade in Italia, l’aggiornamento dei programmi e delle esperienze formative si configura come la vana rincorsa, da parte della scuola, della lepre delle innovazioni gestionali e tecnologiche del mondo delle professioni. L’esito di tale inseguimento è un inevitabile, cronico “ritardo”, destinato a fomentare il senso di colpa dei docenti (con tutte le conseguenze salariali del caso!) per l’inattualità e la presunta, antiquata “inutilità” delle loro materie di insegnamento. Anziché valorizzare e trarre profitto dalla necessaria ucronia del tempo di formazione, per sviluppare le capacità di apprendimento di ciò che è altro e inatteso rispetto al mondo della comune esperienza, alimentando il senso critico dei giovani, ci si è pigramente adeguati ad un “toyotismo” di risulta, trasferito infine nella scuola, proprio mentre i suoi effetti negativi si rendono palesi nell’industria privata e nella pubblica amministrazione.

Quando ci si è già arresi al fatto che i giovani non potranno modificare il mondo che si trovano davanti

Quando nelle relazioni sull’alternanza si dice che i ragazzi vogliono imparare il problem solving e le soft skill (competenze trasversali), ci si è già arresi al fatto che le nuove generazioni non potranno modificare in nulla il mondo che si trovano davanti e che il valore più grande che si possa loro trasmettere è la pura adattabilità. Un punto di vista sostenuto non solo da manager aziendali, capaci di abili capriole retoriche, ma avvalorato anche dagli studi che le aziende stesse commissionano alle università – in una specie di circolo vizioso di autoconferma, grazie al cortocircuito tra committente ed esecutore.
Il risultato finale di questi incoerenti percorsi di alternanza è che la maggior parte degli studenti liceali resta all’oscuro degli elementi essenziali della storia operaia, dei diritti del lavoro, così come della storia delle scienze e delle tecniche ecc. Quanti studenti oggi sanno leggere una busta paga? Quanti conoscono la differenza tra sciopero e serrata? Quanti sanno cos’è l’articolo 18, di che testo fa parte e cosa implica? Chi è incaricato a scuola di trasmettere questo tipo di conoscenze? Per esempio, informare su come le ultime riforme hanno insistito nel ridurre le ore di storia da vari curricula delle superiori, con l’effetto di una cancellazione de facto dell’educazione civica? Per non parlare del ruolo di cenerentola della filosofia e delle letterature straniere. Non è azzardato dunque immaginare che un ragazzo di diciott’anni impari i valori di Zara o le soft skill di McDonald’s e non abbia mai sentito parlare di rappresentanza sindacale, non abbia idea di come funzioni il jobs act, non sappia dell’esistenza dello Statuto dei lavoratori.
Che insomma l’alternanza faccia crescere nei ragazzi solo l’arrendevolezza dinanzi alla necessità di adattarsi al mondo del lavoro, come un animale si adatta alla sua nicchia ambientale: eliminando, cioè, qualunque consapevolezza storico-critica dei processi e delle strutture sociali, giuridiche ed economico-politiche in cui esso si articola.

 
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