di Daniela Mastracci – Le bambine Rom uccise nel sonno da una bomba incendiaria hanno colpito l’immaginario collettivo tanto quanto le parole, solo parole, di Debora Serracchiani? Ecco, questo è il punto di vista da cui parto per fare qualche considerazione intorno al caso governatore Friuli Venezia Giulia. Non nascondo che il fatto che la Serracchiani sia un’esponente di spicco del partito democratico fa di lei un “boccone” prelibato per chi come me sta molto attenta alle mosse di un partito che, da sinistra si è traghettato sempre più al centro, ma che si sta spingendo verso politiche di destra.
Gli esempi a “carico” di questa mia lettura sono tanti, ma tra tutti il decreto sicurezza, il decreto migranti, l’ultima infelice legge sulla legittima difesa. Senza poi tener in conto, in questi pensieri sparsi, di leggi come la Flat Tax, le varie detassazioni sugli yaucht e così via. I primi mesi di questo governo ci hanno fatto drizzare i capelli in testa troppe volte a proposito di una visione del mondo, semmai ce l’abbiano, escludente, securitaria, respingente, fatta a suon di accordi con un paese come la Libia, onde fermare i migranti subsahariani in rotta verso il mediterraneo, e quindi l’Italia. Sappiamo tutti bene cosa siano mai i campi libici ove “transitano” i migranti? Ove sono costretti a restare per mesi e mesi e trattati nelle condizioni peggiori, come alimentazione, igiene, ma soprattutto diritti umani negati, umiliati e offesi, abusati, oggetto di violenze? E che dire sul decreto sicurezza-migranti? In nome del non ben identificato “decoro” si cacciano via donne, uomini che soffrono fame, disagio sociale profondo, esclusione, incertezza, mancanza di tutto.
In nome del decoro urbano siamo arrivati a sgomberare piazze e vie perché un mendicante è brutto a vedersi? Toglie lustro alla scintillante città dei consumi di questo occidente privo di anima? Ingombrano il passaggio di gente bene che acquista prodotti di lusso? Il mondo è diviso in chi può e chi non può: e questa è una constatazione. Ma oltre ad essere una fotografia di questo mondo arido e pessimo, vuole essere per me una denuncia. Perché non ci sto a questa divisione. E perché chi non può, nella mia testa, e soprattutto nel mio cuore, di donna di sinistra, di donna che vorrebbe la felicità su questa terra, che sente male se un altro sta male, che crede insopportabile l’ingiustizia, la diseguaglianza, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ebbene io, politiche fatte così, che ritengono che un essere umano deturpi l’arredo urbano, le rifiuto e le ributto al mittente. Così come rinnego ogni tentennamento di fronte alla salvezza, al soccorso, a quell’SOS che, per me ragazzina, ha costellato il mio immaginario circa i mari lontani: era il mare per me bimba il luogo dell’SOS ed è, oggi, il mare, a quanto pare, immensamente più grande e pesante della piccola immaginazione ristretta di una ragazzina: perché il mare nostrum è il mare dell’sos ormai quasi per definizione, ogni giorno, ogni momento. E quando leggo di bambini morti perché una nostra nave non ha preso il largo per andarli a salvare, a me si accappona la pelle, mi sento rigida come un statua di pietra, rappresa in un coagulo gelato.
La governatrice Serracchiani deve sempre sapere che parla a tutti
Le parole hanno un peso. Ho già scritto di questo. All’inizio dell’estate scorsa è morto un giovane uomo perché sua moglie è stata chiamata “scimmia”. Lo ricordiamo? Ebbene, se chiamo scimmia e non c’è nessuno che denuncia, quella parola è sdoganata. Passa come parola accettabile e diventa un sentire.
Io penso che il sentire comune sia dentro le parole che usiamo, si annida là ove trova sfogo oppure motivo. Una parola bella e umana è bene che entri nel nostro comune vocabolario, fa bene al cuore e anche alla ragione, se è ancora una ragione umana. Ma le parole brutte e disumane non devono passare sotto silenzio, non possono essere dette senza denuncia. L’attenzione deve essere vigile sempre. E diventa accorta con l’abitudine ad essere accorta: un habitus che, solo, ci permette ancora di indignarci e denunciare. È per questo habitus che le parole di Debora Serracchiani mi sono penetrate nella testa appena lette, e hanno fatto corto circuito: una donna, che sia un politico quando parla, parla a tutti i cittadini, ovunque sia; e se scrive, scrive per tutti. Le sue parole diventano macigni quando possono, anche solo per un istante, alludere a valutazioni morali e/o giuridiche che pongono distinguo fra esseri umani: come se la morale e il diritto valesse più o meno a seconda del soggetto di cui si parla. A maggior ragione in riguardo a soggetti già a rischio discriminazione ed esclusione, odio e violenza.
La governatrice deve sempre sapere che parla a tutti, e che ciascuno coglierà una piegatura di senso nelle sue parole: le leggerà così come si incastrano al suo sentire, e se quel sentire è tentennante circa l’altro, se è già pieno zeppo di luoghi comuni, se è già saturo di disagio, allora la piega, che quelle parole prenderanno, sarà verso la legittimazione degli stessi luoghi comuni: straniero ladro, stupratore, soggetto che vive di illeciti, pericoloso, da fermare e respingere. Ecco, è il messaggio implicito, conscio o inconscio che sia, che va respinto.
E un politico non può permettersi di lasciarsi prendere dagli atti mancati: lì sta la trappola insidiosa dell’interpretazione del pubblico. Lei sarebbe dovuta stare mille volte più attenta. Ma se per caso c’è della malafede nelle sue parole, allora come non prenderne, non solo le distanze, ma scoprire la fallacia del suo discorso e alzare subito l’allerta sociale? Non si deve, non si può. Senza se e senza ma. E dove stanno i “ma” sottolineare subito che chi si lascia prendere dai luoghi comuni o, peggio, chi quei luoghi comuni accetta perché ci crede e avalla e fomenta, quello è un segnale che dobbiamo riconoscere, e che si chiama fascismo: che si nutre di discriminazione ed esclusione, e potrebbe di nuovo portare verso un ‘Europa dimentica dei motivi profondi che hanno provato a costruirla dopo le due guerre mondiali, ma soprattutto la seconda.
Doveva essere un’Europa dei diritti, della fine dei fascismi; ma se nelle parole che usa, questa Europa, c’è l’allontanamento dell’altro, la discriminazione, allora dove stanno i diritti e la fine del fascismo? È contro questo sentire che do l’allerta, e mi sono sentita profondamente scossa dalle parole del governatore del Friuli. Sono troppo pessimista? Vedo troppo buio? Mi pare che di esempi di rinnovato sentimento xenofobo ce ne siano fin troppi intorno a noi, allora non ritengo di essere troppo pessimista. In verità mi pare di avere paura.
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