di Daniela Mastracci – Stralci dalla lettera di Michele. Un giovane uomo di 30 anni, che si è tolto la vita qualche giorno fa, ha scritto una lettera dove racconta le ragioni del suo gesto estremo.
“(stanco)…di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata…”
“Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.”
“Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere,”
“Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona”
“P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.”
Quale idea di se stessi hanno le donne e gli uomini oggi? Con quale se stesso si relazionano? Intanto farei bene ad usare la prima persona: ci sono dentro anche io. Chi siamo? Quale linguaggio utilizziamo? Quale modalità relazionale? Quali sono le nostre aspettative? E dove le andiamo a calare? Il presente è contesto delle nostre future speranze? Progettare è possibile e pensabile se ce ne siano le condizioni: altrimenti si lotta contro i mulini a vento, in una eterna battaglia priva di senso. Non mi si venga a dire che ciascuno, con le sue proprie capacità, può determinare il proprio presente, e addirittura il proprio futuro. Chi la pensa così è ottusamente astratto da un mondo dove, invece, la condizione materiale è fondamentale: oggi più che un tempo. Perché siamo milioni e milioni di più. Perché il pianeta sta esaurendo le sue risorse. Perché lo abbiamo inquinato. Perché non basta per tutti. Perché il Capitale è riuscito a produrre l’esercito industriale di riserva.
Michele è figlio della competizione a prescindere
E se stringiamo il punto di vista alla sola Italia, che dovremmo dire? Da noi si sta peggio perché conta come ti chiami, conta da quale parte della società provieni, quanti soldi puoi spendere, e chi conosci. Innegabile di fronte a migliaia di prove empiriche che il clientelismo, il voto di scambio, il posto di lavoro, gli agganci giusti…tanto, se non tutto, è predeterminato da un tessuto di relazioni che privilegiano, rispetto ad altre che emarginano, mettono nell’ombra, in una impossibilità ad emergere anche solo per respirare. Non si può alzare le spalle e dire che Michele non ha avuto fegato. Che non ci si suicida, che è da vigliacchi. Si affronta la realtà. Bene, rovescio l’argomento: se è vero che ce la fa chi è in gamba e/o ha gli agganci giusti, e quindi vola in alto in una società competitiva e razzista, contro chi non ce la fa; ebbene, allora è vero anche che chi non è “in gamba”, ha poco “fegato”, non ha capacità autoimprenditoriale, non ha gli agganci giusti, ecco, costui non ce la fa, semplicemente; costui è relegato ai margini e deve vivere per sopravvivere. Ho messo tra virgolette “in gamba” e “fegato” per rimarcare che in questa società valgono le caratteristiche naturali del carattere: e questo a dimostrazione che la società italiana odierna ha relegato ai margini la cultura, la preparazione, il sapere: questo non è più, semmai lo è stato, un ascensore sociale; non è più quella condizione che emancipi, che metta tutti alla pari, in una paritaria progettualità individuale e sociale. Aggiungo poi a costoro, il cui carattere non è da autoimprenditore, aggiungo tutti coloro che, anche essendo in gamba, e anche già occupato nel mondo del lavoro, sono stati messi via perché gli imprenditori iperglobalisti hanno delocalizzato, e dove erano prima, hanno lasciato il deserto.
Michele è figlio della competizione a prescindere. Come è figlio di una cultura degli agganci. Come è figlio di un ordoliberismo che fagocita la Terra delle sue risorse naturali e umane. Figlio di una cultura per cui il profitto è immensamente più importante dell’uomo. Narciso? Forse. Ma sicuramente questo uomo ordoliberista ha infranto la massima d’ogni massima: tratta sempre l’altro come fine e non mai come mezzo. Ecco, non si deve sempre scomodare Marx per parlare di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La massima citata è di Kant: l’uomo non è un mezzo per un fine. L’uomo non può essere usato per l’interesse di un altro uomo. Allora Michele forse ci ricorda questo, quando dice “Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona”. Con quale modello ce l’ha? Quello dell’arrampicata sociale, dettata come un must, ma resa impossibile da privilegi che conservano se stessi, saldi, forti, inavvicinabili. Ecco, è la lotta di tutti contro tutti: chi sgomita di più, che è più furbo, chi ha l’occhio fino e le conoscenze giuste, chi etc etc etc. Tutti a competere, tutti a salire più in alto. Tutti, soprattutto, a fregarsene dell’altro. Ed è così che diventiamo mezzi per un fine: mezzi in lotta, gli uni con gli altri, disaggregati, nemici, a darci da fare il più possibile, inconsapevoli e illusi, per far ingigantire i profitti di pochissimi che stanno là, sopra di noi altri, a godersi lo spettacolo. E Michele non ci stava più a sgomitare, a fare la scalata. Quando poi questa maledetta scalata era dal bassissimo al basso, nulla di più. Perché al danno si aggiunge la beffa: se parti dal fondo, dal mondo degli ultimi, ma anche dei penultimi, al massimo raggiungi il gradino successivo, diventi poco più dell’ultimo. E questo è spacciato per il mondo migliore possibile? Dove, se in alto in alto si accumula sempre più profitto, prima o poi un po’ di profitti scendono giù giù in basso, a lambire la parte più debole della società? Sono di più quelli che mangiano, oggi? Ma la verità è che i milioni che mangiano di più vivono con 1 dollaro e mezzo al giorno. Facciamo due conti semplici semplici e vediamo un po’ cosa si compra con 1 dollaro al giorno! Questo poi perché i capitali si sono espansi come un mega fungo atomico? Bene, forse chi sta qua sotto a respirare le ceneri non ne può più. Michele è emblematico? Certo, ma se lo è, a me piace pensare che lo sia, non come intenzione di morte, ma come sussulto di resistenza. Se non c’è più resistenza c’è un piattume putrescente: un tramonto che non tramonta.
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