di Nadeia De Gasperis – A guardarla da lontano, un’isola, è un sistema confinato, ma ad abitarla, deve sembrare l’entità più accordata al resto del mondo di qualsiasi altra. Il mare l’abbraccia interamente ma lo fa mentre, da qualche altra parte, sta lambendo una terra ferita, e allora probabilmente è così che si trasmette il senso più profondo della parola “umanità”.
È così forte questo vincolo col mare che pare che i suoi abitanti abbiano timore a guardarlo, e spesso preferiscano volgere lo sguardo alla terraferma, perché conoscono il bene che si può pescare e il male che l’inghiotte.
Non servono tante parole a raccontare la tragedia, così come non servono tante parole a raccontare le forme in cui si declina l’umano sentire: la solidarietà, la comprensione, l’accoglienza. Le vite semplici, sono quelle che meglio raccontato questa storia di gente perbene che non ha bisogno di decidere, sceglierà sempre di sovvertire le leggi scritte per una legge universale, quella di essere umani.
Fuocoammare racconta questo e molto altro, attraverso vite semplici di isolani, lascia intuire l’arcipelago di esistenze che conoscono e riconoscono il senso profondo della vita e il suo profondo rispetto. Il regista Gianfranco Rosi e il suo documentario, concorreranno agli oscar del cinema per il “miglior documentario”, ma Lampedusa si è già aggiudicato un importante premio di Resistenza.