bataclan 350 260

bataclan 350 260di Nadeia De Gasperis – Mio fratello, la sua compagna Agnese e mio cugino Vale la notte del 13 novembre erano a Parigi. Fuggiti dal luogo del disastro (Bataclan) a 200 metri dalla casa che avevano in affitto, hanno trovato appoggio in albergo. La paura lacerante, che mi ha serrato le mascelle, ha amplificato la comprensione, la vicinanza, verso i FRATELLI e le SORELLE che stanno fuggendo dai luoghi di guerra, che devono vivere anche l’atrocità della riluttanza e del disprezzo.
Mio fratello è tornato in Italia, anche se ancora non posso abbracciarlo, so che è al sicuro. Ora il senso di frustrazione per i trafficanti di paura che fomentano l’odio, invocano la vendetta feroce che da la stura all’odio, alle grida alla guerra “saremo più feroci che mai”, è la sintesi di tutta l’angoscia di questi ultimi giorni. Nessuno che dica “siamo più vicini che mai ai popoli che fuggono dai Paesi in guerra”. Mio fratello non è un viziatello che lamenta una vacanza rovinata. Aveva preso un volo low cost mesi prima, una casa in affito a un ottimo prezzo, e disponeva, come chiunque parta per qualche giorno, di una carta ricaricabile che gli ha consentito di “sfrusciare” in una sola notte i risparmi di un mese in una stanza d’ albergo. Mentre lo sapevamo più o meno al sicuro, ci siamo chiesti, una volta ancora, cosa significhi non trovare riparo, un po’ di pace, dopo essere scampati all’atrocità, trovare l’ostilità, il rifiuto, scontrarsi con i muri di barriera o con quelli dell’ottusità.
Ad Auschwitz c’era la neve. Sul nuovo olocausto incombe un cielo grigio di indifferenza che vira dai toni delle mancate azioni a quelli delle decisioni ritrattate.
Un olocausto al contario, che si lava le mani del sangue che ancora scorre la vita, che fortifica i campi minati e delimita le terre di salvezza, rigettando fuori in un mare di sconforto e di incertezza, il mondo fragile.
Così anche la nostra pena, vaga in un limbo di concentramento, di tutta la pochezza umana, in cerca di un luogo a cui consacrare la vergogna. Non resta che depositare in mare, corone di filo spinato che corre sui muri dell’ostilità. Reti elettrificate, destinate a esseri umani, hanno mandato in corto l’intero impianto della nostra umana comprensione con maglie troppo larghe per sostenere la vergogna, troppo strette perchè la logica delle emozioni si faccia breccia
Un olocausto al contrario dove non trova dimora neppure il dolore. Sulle mappe della memoria non ci saranno, possono neppure assegnare luoghi fisici alla tragedia di quel dolore.
Ogni sasso, ogni goccia d’acqua urla l’orrore umano, ma tra un cielo grigio che guarda indifferente e il mare nero che ingoia la speranza, c’è lo spettro di colori che declina le infinite possibilità che avremmo per reagire, per essere vicini alla pena degli altri, ma sulle retine del nostro sgurado corre il filo spinato dell’ostilità, retine che tramano con maglie troppo larghe, per trattenere l’orrore, troppo strette, per farsi breccia la vergogna di trovarci sempre così poco umani.

 

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Di Nadeia De Gasperis

Nadeia De Gasperis, nata a Sora (Fr) il 10 agosto del 1977. Dopo aver frequentato il liceo scientifico Leonardo Da Vinci di Sora, nel 1996, si iscrive alla facoltà di Scienze Ambientali presso l'Università degli studi dell'Aquila, dove lavora come borsista, presso la biblioteca della Facoltà di Scienze. Dopo gli studi, collabora come docente nel campo della formazione destinata ai professionisti. Dal 2009 inizia la collaborazione con la rivista di fotografia documentaristica Rearviewmirror, un magazine di reportage documentaristico edito da Postcart, dove collabora alla cura dei testi e dell'archivio. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Rearviewmirror

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