di Daniela Mastracci – A cosa pensi se vedi un migrante? E’ difficile rispondere. Non mi sfuggono potenziali rischi che possono esserci. Ne viviamo tanti, tutti i giorni, e da molti rischi abbiamo imparato a difenderci. E poi non voglio nascondere sotto il senso di colpa una risposta “scomoda” per chi, come me, sta dalla parte dei migranti. E sto dalla loro parte perché, nonostante i potenziali rischi, non sono nemmeno una che pensa in astratto e senza contesto, tale che non veda, di fronte a sé, un essere umano, che cerca di vivere e non morire, non essere affamato, non essere torturato, non essere impossibilitato ad aver riconosciuti i diritti, che noi, riempiendoci la bocca, chiamiamo umani, ma che però, a certi umani, non li riconosciamo. E in questo riconoscimento, siamo chiamati in causa noi Italiani, a maggior ragione, perché il diritto d’asilo lo abbiamo in Costituzione all’articolo 10 “…Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche GARANTITE DALLA COSTITUZIONE ITALIANA, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge…” (Cioè non devo stare a vedere se la sua Costituzione, ammesso che ne abbia una, garantisca le libertà democratiche, ma il punto di riferimento è la nostra, di Costituzione).
E poi non sono un’antistorica, perché il contesto non può essere solo spaziale, ma anche, e forse soprattutto in questo caso, temporale: conoscendo un po’ di storia io so quanto, noi occidentali, siamo responsabili della loro fame, della loro guerra, della loro mancanza di sovranità piena sui loro territori, le cui risorse naturali l’Occidente ha depredato e depreda tuttora. E perciò siamo responsabili del loro presunto “fanatismo”, la fuga, il loro “rubarci” il lavoro, prendersi sanità e scuola e, addirittura! Cittadinanza: un affronto per chi creda di essere cittadino perché nato qui, come fosse un diritto legato alla “terra”.
L’indefinito ci atterrisce: perché?
Ma il punto di questa riflessione sta nella parola “potenziale”. Perché credo si giochi tutto lì. Potenziale è indefinito, e con ciò angosciante. Se fosse solo p
aura sarebbe determinata: sapremmo di cosa e forse anche come affrontarla. Ma è nell’indefinizione che si nasconde il dramma: essa prende alla gola e acceca la razionalità, anche di chi ce la mette tutta per resistere ed essere razionale. L’angoscia è senza se e senza ma, perché è senza definizione. Turba nel profondo, scava dentro ogni cellula e non sente ragione. È panico. E’ fobia di tutto, perché di niente di determinato. Prende chiunque, perché tutti siamo fragili, tutti siamo aggressivi se ci tocca qualcosa, paventando anche soltanto un pericolo. Siamo come con gli occhi bendati e in balia di un buio irriducibile. Perciò siamo vittime della nostra stessa angoscia. Una stretta alla gola che non ci fa respirare. Potenziale vuol dire qualunque realtà in esso celata, qualcosa contro cui siamo perciò stesso impreparati. Ed è questo il problema. Prende me, come credo prenda tanti, perché siamo mortali, e siamo senza legami. Alla mortalità abbiamo trovato un antidoto con i legami. Ma oggi non siamo legati. Viviamo frammentati, sparpagliati e soli, anche se nelle folle più brulicanti che possiamo immaginare. Soli, come è solo chi si sente sempre comunque angosciato. Allora la morte è senza scampo. E il pericolo, qualunque esso sia, ci annichilisce.
Può bastare un annuncio per annichilirci?
Bene, se così stanno le cose, è fin troppo facile giocare su tale paura angosciosa e farci resuscitare tutta l’aggressività remota, quella che la civiltà ha cercato di mitigare, ammansire, educare, civilizzare, appunto. In noi scatta come un rabbioso ruggito di tigre, che tenta di salvare se stessa e i suoi cuccioli. Senza nulla sapere davvero del suo ipotetico nemico, basta annunciarlo come nemico. Ecco è una questione di annuncio, come quando si annuncia l’allerta meteo: il nemico sta avanzando, esso è portatore di dolore, di ferite, di morte; di furti, di stupri. Qual è non importa, come è non importa, se ha fame o sete, non importa. Se non ce la fa nemmeno a stare sulle gambe, non importa. Se è forte o debole, non importa. Importa l’annuncio, l’evocazione, il messaggio che veicola l’angoscia. Un messaggio che serpeggia ormai nelle
teste di moltissimi. Che poi, chi ci riesce, prova a razionalizzare. Chi ci riesce, prova a superare, perché il sentimento umano è vigoroso. C’è chi prova a stemperare, dandosi risposte, tentando di autoconvincersi. Ma, in generale, credo che non ci si riesca, e allora all’angoscia si somma un’arrendevolezza, che in fondo è anche consolatoria, data la nostra fallibilità. Non è colpa mia se ho paura, se avverto un pericolo. Io devo salvarmi, devo salvare i miei cari, le mie cose, il mio territorio, possiamo dirci, autoassolvendoci. E allora il messaggio ha vinto. L’angoscia si può esternare con la violenza del diffidare a prescindere, e quindi con la violenza del respingimento, del reticolo, del filo spinato, dei CIE.
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