di Daniela Mastracci – Perché no. E’ stato un voto espresso con nettezza. Si è trattato di fare una Scelta chiara tra Si e No. (Pensieri sul voto referendario)
Voto chiaro e netto sulla riforma, ma sicuramente anche sulle politiche del governo Renzi.
Mi piace questo governo? Mi piace la riforma? Voglio che il mio paese continui con le politiche degli ultimi anni? Certo, perché domenica 4 dicembre c’era Renzi, ma non possiamo dimenticare il prima di Renzi: una china che l’Italia ha preso da almeno 20 anni e che ha prodotto diseguaglianze, e sin troppi sacrifici, sempre poi dalla stessa parte. Quando divenne primo ministro Prodi, o D’Alema, ancor di più, io, ingenua che credevo in una sinistra di popolo, avevo esultato: si lo confesso. Perché mi aspettavo qualcosa di sinistra. Avevo torto nell’aspettarmelo? Io non credo.
T.I.N.A, il motto della Thatcher
Ebbene quel qualcosa di sinistra poi non è arrivato. Qualche timido passo, ma troppo timido. Di fatto indistinguibili, i governi si sono succeduti. E allora se mi chiedo perché i cittadini si sono disamorati, perché non hanno più votato, cosa posso rispondermi? Provo a rispondermi che non hanno più visto la differenza. La differenza è andata persa: i governi sono stati l’uno in continuità con l’altro. Sbaglio? Non faccio i dovuti distinguo? Ma che distinzioni posso mai fare se vedo sempre gli stessi problemi e la stessa politica che dice di vederli ma che non li risolve? Oppure tende verso soluzioni contrarie al popolo stesso, che continua a soffrire e a non avere alternative di fronte, tali da far emergere chiara la posizione del voto: o di qua o di là, o al massimo al centro. Ma non c’era questa alternativa. Ecco queste parole risuonano nella mia mente però in inglese: there is no alternative, alias TINA, il motto della Thatcher, divenuto motto mondiale, ma sempre del mondo occidentale però, che ha investito l’intero mondo. E la memoria va ancor più indietro alla fine del governo di Allende in Cile: mio padre nel ’73 mi canticchiava “Allende, Allende, il Cile non si arrende”, e invece si è dovuto arrendere, perché i “poteri forti” erano all’opera. Dagli anni ’70 in poi il mondo ricco ha sterzato a destra, verso il neoliberismo.
E la sinistra in Italia si è inchinata a TINA. Pian piano le differenze sono andate sempre più svanendo, si confondevano, e chi votava cominciava amaramente a pensare che “l’uno vale l’altro” e, a questo brutto pensiero di una brutta politica, si aggiungeva l’altro, micidiale: tanto fanno solo gli affari loro, si tengono stretti alle poltrone. E allora al voto si andava sempre meno, si era scoraggiati, disillusi, forse nauseati. Al contrario di tutto ciò, mi pare invece si possa mettere il voto del 4 dicembre: in tantissimi siamo andati a votare, più e più di quanto ci si aspettasse. E ciò è accaduto nonostante la china dell’aumento dell’astensione. Di contro allora ad un altro mantra ancora: quello delle cosiddette democrazie avanzate, dove la percentuale dei votanti scende “fisiologicamente”, cioè a dire che ormai il sistema è stabile e i popoli delle democrazie avanzate sanno che esso tiene, a prescindere dal loro voto, come se il voto sia ormai diventato inutile. Ma allora la democrazia avanzata consta della riduzione della partecipazione alla decisione politica? Avanzata vuol dire perciò NON democratica, se è vero, come è vero, che democrazia è appunto partecipazione, cioè essere parte ATTIVA della decisione politica. Ma questo accade se e solo se si vota e, aggiungo, se e solo se, ciò che si vota, risponde veritieramente
al programma che si è portato al voto. La parte politica scelta deve cioè fare ciò che dice di voler fare. E ancora, la parte politica, in quan to UNAparte, dovrebbe distinguersi dall’altra/altre in modo chiaro e netto. Democrazia è poi una politica che risponde con coerenza al mandato popolare, e da esso continua ad avere consenso, proprio e solo perché metta in atto ciò che il programma, per cui quella parte è stata votata, diceva.
Oggi è stato diverso
Stavolta però è stato diverso, perché il voto non era su ambigue politiche di questa o quella parte, che poi, nei fatti, diverse non sono state mai. Stavolta c’è stata chiarezza: giovani, adulti, anziani hanno espresso un parere inconfondibile. Allora le due cose su cui andrei maggiormente a riflettere, e su cui tutti dovremmo riflettere, sono proprio queste, a mio avviso: la grande partecipazione, in controtendenza, e i milioni di NO. Valgono qualcosa questi due aspetti del voto del 4 dicembre? Valgono per fare una riflessione che non ci etichetti soltanto come dei conservatori? O peggio dei populisti? O, come dice Recalcati su L’Unità, vittime di un nazionale “Dramma edipico rovesciato: i padri hanno voluto la morte del figlio anziché sostenerlo nel suo cammino. L’esito di questo referendum segna probabilmente l’apice di questo rovesciamento di Edipo: azzannare, colpire, massacrare il figlio sconfitto.” E ancora «Il godimento della distruzione è un osso duro. È impressionante la quantità di rabbia che si è riversata in questa campagna elettorale.”
Ecco sta qua il “rodus”: non restiamo fermi ad analisi così autocompiaciute, da parte dei sostenitori del SI. Facile e anche seduttivo il commento di Recalcati, ma insoddisfacente a cogliere ciò che sta scritto davvero dietro a quel nostro NO, e soprattutto che sta scritto dentro una possibilità di scelta chiara e distinta. Una controtendenza rispetto a quella china di cui sopra.