di Antonella Necci – L’articolo da me scritto ieri sera (8 settembre 2016 ndr), e che, come file word, avevo inviato ad un paio di amici, non è piaciuto al direttore di unoetre.it.
Scelta e giudizio sono leciti, anche se ho cercato, fino in fondo, di sostenere le mie teorie.
La mia decisione di parlare di nuovo dei “fatti di Anagni” del 6 settembre scorso, usando una ironia, a tratti consistente, nei confronti sia di chi ha organizzato il fastidioso blitz, sia nei confronti di una stampa locale che convive con certi personaggi e certi episodi senza prendere né posizione né distanze, non è stato approvato dal direttore. Il motivo è proprio la forma di ironia da me usata.
E‘ vero. Dopo una serie di riflessioni altalenanti, come sono solita fare, sono giunta alla medesima conclusione del direttore di unoetre.it. Troppa ironia rischia di non essere presa sul serio, e quello che invece dovrebbe essere un argomento atto a sollevare una discussione costruttiva, rischia di perdere consistenza e valore.
Allora eccomi qui, per trattare di nuovo le mie idee, ma con una impostazione diversa.
Quello che ho notato in questi ultimi tre giorni, non sono tanto gli articoli scritti sia dai giornali della provincia di Frosinone, che da quelli di Anagni, che da qualche giornale nazionale. Non sono tanto i vari comunicati del comune di Anagni, delle varie forze politiche che prendono le distanze da simili eventi.
No. Non è tutto questo calderone di soliti pensieri ai quali ho partecipato anch’io con un articolo. Non è nemmeno l’ultimo articolo, in ordine di tempo, scritto dal mio collega di testata, Valerio Ascenzi, che cerca di analizzare più da vicino certi comunicati e certe incongruenze dei manifestanti di Casapound.
Colpire al “cuore”
Sono tutte cose utili al fine di formare una coscienza che analizzi i pro e i contro di un tema così “sentito” come quello dell’immigrazione, ma non colpiscono, e dentro ci metto anche il mio articolo precedente, al “cuore”.
Mi sono spesso soffermata, con il mio strano modo di ragionare, a meditare su come potrebbe essere la mia vita se fossi costretta a viverne una nuova in un posto di cui non conosco nulla: né la lingua, né le leggi. Dove solo l’idea di cercare un lavoro e darmi da fare rivestirebbe un pesante fardello da affrontare.
Così, mentre viaggio in luoghi lontani dall’Italia, lontani dal paesino che dovrebbe essere risvegliato dalle intemperanze dei “ragazzotti” di Casapound, come dicono su Ciociariaoggi, penso spesso a come sarebbe vivere senza abbigliamento adeguato al clima, senza potermi lavare come faccio quotidianamente, senza il cellulare per mandare messaggi e per comunicare con le persone a me care, senza “la vita quotidiana” che do sempre per scontata.
Certo tutti noi, nello scrivere, abbiamo sempre in mente questo aspetto estremo della vita. I terremotati del 24 agosto ce lo ricordano ogni giorno. Quando dicono con un sorriso sulle labbra “siamo vivi, ricominceremo da capo”, ti donano, senza saperlo, la forza di affrontare il vivere quotidiano.
E il mestiere del giornalista assume, in quel momento, un ruolo che mi piacerebbe davvero, con orgoglio, rivestire. Non di semplice cronista di fatti, ma coraggioso avventuriero nell’ostacolato sentiero che ci porta alla verità, al cuore appunto.
Rischiare ogni giorno per la verità
Ecco, stamattina mi sono detta, leggendo una notizia Ansa non recente, che qui allego, che senso avrebbe morire, mettere in pericolo la propria vita, essere arrestati e marcire in prigione, se non ci fossero ancora poche, grandi persone, che per cercare la verità, rischiano ogni giorno?
Che senso avrebbe del resto scrivere, se non c’è il coraggio di dire a quei pochi di Casapound, che la loro verità non è più importante della mia e che io non ho bisogno di loro per essere risvegliata?
Che senso avrebbe scrivere se, per timore di chissà quali ritorsioni, si intervista il leader di quei pochi “bravi ragazzi”, che sa parlare solo per slogan e per sentito dire, facendolo sembrare una persona di grande valore, quando il suo peso politico specifico è di gran lunga vicino allo zero assoluto?
Che senso avrebbe scrivere, se si deve poi dare peso alle azioni di questo drappello di presunti “purgatori” dell’amministrazione comunale anagnina, se solo i giornalisti locali avessero dentro di loro un briciolo di quell’orgoglio di essere persone che con il proprio coraggio possono cambiare il corso delle cose, come dico io spesso?
Se nell’udire gli uomini di legge che affermano che simili atti non sono punibili e che l’unica soluzione possibile è quella di prendere le credenziali degli individui coinvolti, il giornalista che si limita a riportare il dato oggettivo per timore o per mancanza di idee, non fa vero giornalismo. Usa semplicemente un altro mezzo per sostenere, implicitamente, simili atti. Tacita connivenza.
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