Cosi e se vi pare 350 260

Cosi e se vi pare 350 260di Fausto Pellecchia – Tra i postulati dell’analisi politologica nell’epoca moderna conserva un ruolo eminente il tradizionale criterio di valutazione, orientato sulla differenza destra/sinistra – spesso riformulata in termini marcatamente qualitativi (e meno topografici) come divisione tra conservatori e riformatori (o progressisti).
Un intellettuale del calibro di Thomas Mann sosteneva che la democrazia è il regime compiutamente politico, proprio perché, nel dibattito democratico, anche chi intendesse esentarsi da ogni giudizio politico, dovrebbe comunque schierarsi e trasformare fatalmente la propria presunta equidistanza in una “neutralità armata”: la propria posizione impolitica si rovescerebbe ipso facto in un atteggiamento di parte.

“Né di destra né di sinistra”

Da quel postulato discende un corollario che interessa più direttamente l’attualità: una strategia in voga tra i personaggi delle recenti cronache politiche consiglia di presentarsi come “né di destra né di sinistra”. Si tratta, molto spesso, di un abile espediente retorico per capitalizzare un consenso plebiscitario, liberandosi di ogni responsabilità circa i fallimenti e le carenze di precedenti governi o amministrazioni. Di qui l’ascesa della categoria “post-moderna” del “nuovismo”, destinata ad accreditare le formazioni politiche o le coalizioni civiche di ultimo conio, che innalzano il vessillo del “senza storia” o della “post-storia”. In questo ambiguo registro si collocano le “scandalose” osservazioni di Massimo Cacciari che, già in un convegno romano del 1981 sul “concetto di sinistra” – ironizzando sull’etimologia latina della parola: «sinisteritas significa inettitudine, goffaggine»- ne preconizzava il definitivo tramonto in favore di un pragmatismo creativo: «la disposizione concettuale destra- sinistra è arcaica, lineare, mentre il mondo oggi è multidimensionale» [La Repubblica, 31.7.2013]
Al contrario, l’archeologia politica che ancora assevera la dicotomia “classica”, getta un dubbio metodico su ogni pretesa omologante. Al di là delle formule della propaganda, persisterebbe, cioè, ineludibile la differenza dei programmi e delle priorità che li definiscono e li dislocano sullo scacchiere politico (come e su quali problematiche indirizzare prioritariamente le risorse pubbliche; come e su quali ceti sociali occorre intervenire con tempestività per eliminarne o attenuarne le condizioni di disagio; sulle garanzie di libertà e di indipendenza delle istituzioni di controllo o sui mezzi di espressione dell’opinione pubblica, ecc.). Perciò, il preteso ecumenismo dell’innovazione e del cambiamento (né-di-destra-né-di-sinistra) si rivela sempre più come lo schermo lessicale che ne dissimula le radici storico-ideologiche, tipiche della destra.

“Nel clima di confusione e di trasformismo sistemico”

Tuttavia, anche tra i politologi che, sulle orme di Norberto Bobbio, sostengono la consistenza della distinzione destra/sinistra, si è costretti ad ammettere che essa sia diventata “sempre più approssimativa e liminale”, specialmente nel clima di confusione e di trasformismo sistemico che regna in Italia (e in altri Paesi europei) in nome delle “grandi intese”: «la destra parlamentare spesso alleata del partito di centro-sinistra che governa, il quale ha una sua sinistra interna, e un’opposizione grillina che si definisce in ragione di chi contrasta, senza chiarezza sulle proprie posizioni. Tanta confusione disorienta.» [N.Urbinati, La repubblica, 5.11.2015].
Uno degli effetti più inquietanti dell’attuale involuzione del PD renziano è proprio l’indiscernibilità della soglia tra destra e sinistra – nel travestimento di una ex-sinistra che, nei suoi concreti atti programmatici e nelle sue strategie, ha scavalcato a destra la stessa destra berlusconiana. In questo contesto magmatico, il compito degli elettori e dei militanti, abituati alla stabilità inamovibile degli schieramenti, è diventato problematico. Abbandonando l’ideologia del “marchio di fabbrica” dei partiti e dei movimenti, bisognerebbe sempre da capo, e volta per volta, interrogarsi se le scelte politico-amministrative siano orientate a risolvere i bisogni più urgenti e a includere il maggior numero possibile nel godimento del benessere generale e dei diritti fondamentali, o non piuttosto a favorire l’interesse dominante dei pochi che hanno risorse, nella convinzione che, indirettamente, ne trarrà giovamento la maggioranza dei cittadini. Tra sinistra e destra il discrimine si è dunque fatto obliquo e discontinuo, inafferrabile lungo la semplice opposizione lineare, tracciata sugli emblemi e sui distintivi dei partiti e dei movimenti della nostra tradizione politica.

La prova provata

Se si vuole, ci si può avvalere di un esempio tratto dalle cronache locali, concernente l’ormai vexata quaestio della gestione del servizio idrico che ACEA s.p.a. ha ostinatamente concupito e della quale, approfittando dell’indirizzo politico favorevole alle privatizzazioni dell’attuale governo nazionale e regionale (di centrosinistra), intende assolutamente impadronirsi. Al Comune di Cassino, si è recentemente insediato un Sindaco sostenuto da una maggioranza consiliare dichiaratamente di destra. Ma, in ossequio al mutevole gioco delle parti, il Sindaco D’Alessandro sta tentando testardamente – nonostante i cedimenti e le compromissioni della vecchia amministrazione, munita dell’etichetta del centrosinistra d.o.c.- di sperimentare ogni forma di opposizione procedurale tesa alla salvaguardia dell’acqua pubblica, coinvolgendo nella difficile vertenza le associazioni e i comitati di base. Per fortuna, dunque, proprio mentre ci eravamo assuefatti ad una sinistra che porta a compimento i programmi della destra, esiste anche la possibilità che, talvolta, un’amministrazione di destra metta in atto decisioni politiche tipiche della sinistra. In questa strenua difesa di un “bene comune” della città, l’ecumenismo del né-di-destra-né-di-sinistra può infatti valere solo un conciliante paravento che occulta, agli elettori di destra, una presa di posizione che appartiene all’eredità della sinistra. Per il resto, il fatto che l’attuale opposizione consiliare di centrosinistra, con il corteggio della stampa amica, continui a diffondere dubbi e diffidenze preventive sulla riuscita di questo tentativo in extremis rientra appunto nel pirandellismo politico dei nostri tempi.

 
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