bruxelles parlamento europeo

bruxelles parlamento europeodi Elia Fiorillo – Demagogia e beghe locali, la politica italiana vista da Bruxelles. La giornata è di quelle splendide come ne ho viste di rado a Bruxelles. Non c’è quell’aria grigia e freddina, non solo per via della temperatura, che t’opprime intristendoti e non facendoti pesare il doverti rinchiudere nei palazzi dell’Europa cosiddetta unita. Meglio stare al chiuso e partecipare alle estenuanti riunioni “mediatorie” che guardano purtroppo più al passato, nella difesa dei singoli campanili nazionali, che al futuro, dove la globalizzazione imporrebbe visioni più unitarie anche a difesa delle singole economie nazionali. Ma si sa il collante per mettere insieme tanti popoli non può essere l’economia con la sua moneta unica, ma la politica che prova a “gestire la polis”.

Alla fermata della metropolitana di Maelbeek, quella vicino alle sedi delle istituzioni dell’UE, non c’è traccia dell’attentato di qualche settimana fa se si esclude un’intera parete dedicata al ricordo delle inconsapevoli vittime. Ci sono fiori, post-it con frasi di ricordo, di dolore, di disperazione…. Eppoi, foto sorridenti e felici di giovani vite che non avrebbero mai pensato di finire in un’esplosione senza senso, che dovrebbe farci riflettere sul bisogno di unità vera, anche per combattere i tanti estremismi che minano il mondo e il nostro futuro. Quel grande murales potrebbe essere l’immagine dell’Unione Europea di oggi. Le speranze di un’Europa unita, costruita a fatica da politici come De Gasperi, Spinelli, Monnet, Bech, Adenauer, Spaak, Schuman, minate dai mille “attentati” a quell’unità tanto desiderata, perpetrati ogni giorno da convinti assertori – spesso in male fede – del ritorno al passato. Un tornare indietro dove, ad esempio, le guerre erano all’ordine del giorno e i divari nelle condizioni di vita tra Paese e Paese erano abissali. E allora non c’era ancora la globalizzazione con tutto quello che ne consegue.

I temi della campagna elettorale del nostro Paese visti da qui sembrano proprio lontani. Il dare addosso all’UE per quello che non fa potrebbe pur avere un significato se, per converso, noi potessimo mostrare le carte in regola per quello che facciamo. Soprattutto per il rispetto delle regole comunitarie sottoscritte e, in alcuni casi, volute proprio da noi. Non sono pochi i soldi che arrivano da Bruxelles per finanziare progetti proposti proprio dal nostro Paese: dai Comuni, dalle Regioni, ma anche da organizzazioni private, ecc.. Eppure, troppo spesso, non siamo capaci di utilizzare quelle risorse che ci sono state concesse: per beghe locali, per incapacità gestionale, per storie d’ordinaria burocrazia; per mille altri motivi che non ci fanno onore. Per non parlare poi delle sentenze della Corte europea di Strasburgo che puntualmente ci condanna, tra l’altro, per il “trattamento disumano e degradante” dei detenuti nelle carceri del nostro Paese. Altro che “italiani brava gente”. Nemmeno Re Giorgio, come qualcuno chiamava l’ex presidente della Repubblica Napolitano per il suo decisionismo, era riuscito sul tema delle carceri a smuovere le acque, ma soprattutto le coscienze dei politici. Il suo unico messaggio alle Camere sul tema venne appena discusso proprio perché non se ne poteva fare a meno. E come si fa a parlare di “depenalizzazione” o di “misure alternative” quando demagogicamente si sono usate certe tematiche per portare a casa voti. Meglio buttar la polvere sotto il tappeto e…andare avanti.

La riunione è finita in anticipo. La voglia di tornare a casa in tempi non proibitivi, visto che è Venerdì, ha accelerato gli interventi sia dei rappresentanti della Commissione che dei vari Paesi. La corsa all’aeroporto di Bruxelles-National per anticipare i voli di rientro inizia non appena il presidente chiude i lavori. Anch’io, con due mie giovani colleghe, cerco di tornare a casa il prima possibile. Ma la fatalità a volte ci si mette per scombinare i tuoi programmi, ma anche per darti delle opportunità inaspettate. Mentre quasi si corre verso il bus per l’aeroporto, ecco un incontro casuale con un funzionario dell’Unione. Ai suoi interrogativi sulle lentezze, si fa per dire, tutte italiane relative alla vicenda della Xylella, il batterio che produce il disseccamento rapido dell’ulivo e che dai primi 8.000 ettari infestati a metà del 2013, in provincia di Lecce, si è passati a 25.000 ettari dei primi mesi del 2015, non sappiamo rispondere. Lui ci comunica che i fondi stanziati per questa emergenza, circa tre milioni di euro, sono stati dirottati per altre emergenze “visto che l’Italia non metteva in atto le misure comunitarie”. Evviva i populismi demagogici nostrani! L’aereo l’abbiamo anticipato, ma che tristezza.

 
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Di Elia Fiorillo

Elia Fiorillo. Giornalista, Docente all'università di Napoli Federico II. Vive a Napoli.

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