di Danilo Collepardi – Quando si parla, spesso a vanvera, di “jobs act” e art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, si debbono conoscere alcuni elementi di partenza senza i quali tutti i ragionamenti potrebbero risultare falsati.
Attualmente, su 100 assunti in Italia, 85 vengono assunti al di fuori delle garanzie dell’articolo 18. E’ così da tanti anni e nessuno si è mai stracciato le vesti per combattere tale stato di cose, tutti l’hanno accettato ormai come un dato di fatto immodificabile. Gli ultimi dati disponibili ci dicono inoltre che su 7.000 complessivi ricorsi al giudice del lavoro per ingiusto licenziamento, in 3.000 hanno perso la causa, dei 4.000 restanti, 2.000 hanno firmato un accordo extragiudiziario (si sono presi una buonuscita), solo 2.000 sono stati riassunti. Non si sa però quanti di questi lavoratori siano rimasti in azienda negli anni successivi, probabilmente molto pochi. Questa è la situazione di partenza.
La cosa che troppo spesso si tace è che la marea dei co.co.pro. e assimilati e quella, ancora più grande, delle partite IVA fasulle che nascondono i lavoratori dipendenti in falsi lavoratori autonomi, rappresentano la quasi totalità degli assunti tra i giovani delle ultime generazioni. Vale a dire giovani lavoratori (occorre aggiungere anche fortunati rispetto all’oceano dei disoccupati) condannati alla precarietà a vita e ad un lavoro sottopagato. Tutti questi contratti con il “jobs act” scompariranno per essere trasformati nel contratto di assunzione a tempo indeterminato (lavoro così detto fisso per intenderci) a tutele crescenti. Se questo sia un passo avanti oppure un passo indietro per i lavoratori italiani, sta a voi giudicarlo.
Ultima considerazione. I posti di lavoro non si creano con le chiacchiere o le lamentazioni, occorrono capitali da investire, pubblici, che sono oggettivamente scarsi rispetto alla bisogna, più ancora privati. In un Paese come l’Italia, che ha un debito pubblico tra i più alti del mondo, in aggiunta a norme dell’ Unione Europea estremamente restrittive in proposito (ne sa qualcosa Tsipras) e a una tassazione già ai livelli massimi, trovare capitali pubblici, specie se ingenti, è praticamente impossibile. D’altro canto non si può fare più ricorso alla continua svalutazione della “Liretta” che salvava sì la competitività delle imprese ma impoveriva il Paese rendendolo inoltre più debole nell’avanzamento tecnologico. L’unica possibilità che si ha per dare speranza e lavoro ai giovani italiani, è perciò riposta nella capacità di stimolare le imprese a credere nell’Italia e ad investire capitali per creare nuovo lavoro. Tutto il resto sono pie illusioni, spesso e volentieri elargite a piene mani che non fanno, però, una proposta politica seria, ma solo propaganda demagogica.
Frosinone 28/2/2015
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