di Carlo De Crisotfaro – (Poesia Ventiquattro dicembre) Scrissi questi versi la vigilia di Natale del 1996, avevo 48 anni e avevo ancora la fortuna di lavorare al Terzo liceo artistico dove insegnavo Letteratura italiana, una delle scuole dove mi sono trovato meglio. Da due anni avevo lasciato la casa natia di Via Mecenate ed abitavo in Via Angelo Poliziano, una parallela di Via Mecenate, assieme a mio fratello. Non ero, quindi, ancora stato sradicato dal quartiere della mia infanzia e del mio rapporto con i miei genitori già morti.
Allora non sapevo che 6 anni dopo avrei dovuto abbandonare quella casa e quel quartiere per aiutare mio fratello che si era cacciato, per sua colpa e per la stupidità della società, in un guaio, non sapevo neanche che non vi sarei più tornato e che mio fratello, pur restandoci, si sarebbe ammalato seriamente e vi sarebbe morto, come, in fondo, aveva sempre voluto. Nella società della globalizzazione, dove nessuno ha radici e tutti viaggiano da Levante a Ponente, mio fratello non concepiva neppure l’idea di cambiare quartiere di abitazione e diceva sempre che preferiva morire piuttosto che andarsene, e così è avvenuto, pagando il prezzo di non essere proprietario di casa. Mio fratello, però, non era un “compagnone” e la scuola, soprattutto durante le feste natalizie, era assente e quindi più facile era l’emergere della solita malinconia.
Essa veniva ricordata e acuita soprattutto dal fatto che nei giorni immediatamente precedenti le feste tutti correvano a far regali, tutti si facevano gli auguri, tutti si preparavano a festeggiare “in famiglia” il Natale. Tutto ciò mi rammentava che non avevo più una famiglia, tranne un fratello che, come me, detestava le feste comandate. Gli “auguri” altrui erano altrettante lame di coltello nel mio cuore, per questo preferivo appartarmi con la mia compagna più assidua, la malinconia. Qualche amico, spesso, mi invitava a passare il Natale con la sua famiglia e i suoi parenti, talvolta lo facevo, ma sempre più per rispetto dell’amico che del Natale. Comunque mi sentivo fuori posto, perché il Natale o è una festa religiosa, e come tale non mi appartiene, o è una festività da trascorrere in famiglia, e allora ancora come tale non mi appartiene.
L’amico non può chiedermi sempre di fare qualcosa che non mi appartiene. Solo una follia amorosa, ormai impossibile a 66 anni, potrebbe da oggi in poi convincermi a non passare da “solo”, come sono, la mia “festa familiare”, solo con i miei morti. E’ quello che dice Dossi nella citazione posta prima della poesia, con la differenza che io sto con i miei morti a casa, anziché andare al cimitero. E’ evidente che l’esibizione natalizia della famiglia acuisce la mancanza di chi non ha più una famiglia o non l’ha mai avuta. Oltre a quanto già detto, che scorre lungo la via della vena malinconica, nella poesia c’è la polemica anarchica verso le “feste comandate”. Religiose o laiche che siano le feste e le ricorrenze, dal Natale alla Pasqua fino al giorno della Memoria della Shoah o delle Foibe e anche fino alla festa della mamma, del papà e della donna, sono sempre espressione di un potere sociale che ha inquadrato le menti e i corpi delle persone, i calendari sono espressione della sottomissione sociale attraverso il tempo, cioè sono misura del tempo secondo l’ordine e la repressione, in questo ha ragione l’anarchico John Zerzan: “Il tempo, controllato da una potente élite, venne usato direttamente per controllare la vita di un gran numero di uomini e donne. I signori dei primi calendari, con il loro corredo di tradizioni, ‘divennero una casta sacerdotale separata’..
Il tempo e l’addomesticazione della natura avanzavano senza rivali..l’orologio non è solamente un mezzo per il conto delle ore, bensì un modo per sincronizzare la vita umana” (J. Zerzan – “Primitivo attuale”). Nelle “feste comandate” ogni uomo ha il dovere di fare la stessa cosa, è una sorta di inquadramento militare che lo società o coercitivamente in modo esplicito o coercitivamente in modo implicito mette in atto, impedendo al singolo di essere se stesso e, talvolta, perfino di rifiutare quel tipo di ricorrenza. Mi colpì negli anni Novanta come alcune trasmissioni erotiche mandate in onda a tarda sera venissero interrotte in occasione del Venerdì santo. Era cristiano anche chi le mandava in onda? Perché di per sé una trasmissione erotica e il Venerdi santo non hanno nulla da spartire e allora non si capisce neppure perché interromperle. Per non turbare l’animo dei fedeli cristiani in quei giorni “santi”? Ma allora il calendario stava palesemente facendo una violenza ai non cristiani. Il calendario, quindi, sostiene con ragione Zerzan, è esso stesso l’espressione di un potere: contadino, religioso, laico. Io detesto le “feste comandate”, sono espressione di forme militarizzate della società, di cui la stessa “numerazione” è il segnale, possono piacere ai carabinieri perché sono un “comando”, ma non ad un anarchico: un anarchico non è tale se “obbedisce”.
Le “feste comandate” sono la conseguenza del potere sociale: così come questo potere si forma perché nello stare “insieme” l’individuo debole e servile ritiene di trovare la “salvezza”, allo stesso modo le “ricorrenze”, che impongono comportamenti fissi e prestabiliti e l’obbligo di “stare insieme”, sono il risvolto, quasi da esercitazione, di quello “stare insieme che salva” vincolante che si chiama società, di cui il potere politico-economico è l’interessato gestore. Proprio qui si trova l’inconciliabilità tra la visione politica del borghese e del socialista, da una parte, e la visione “apolitica” dell’anarchico, dall’altra parte. Le citazioni, aggiunte dopo, prese da un autore della Scapigliatura, cioè Dossi, più narratore che poeta, e da un poeta del primo Novecento, cioè Jahier, evidenziano solo il lato malinconico del Natale o della festa. La poesia è un’eccezione perché non è in rima.
“‘Il Natale de’ tomi scompagnati’ – cioè dei celibi, delle sentinelle,
dei conduttori di omnibus e di ferrovia, de’ poveri, ecc…
Io, a Natale, amo recarmi a trovare e portar fiori a’ miei morti”
(C. Dossi – “Note azzurre” – 5092)
“Vogliono sempre impedirmi di essere triste”
(P. Jahier – “Poesie”)
E’ il ventiquattro dicembre,
stanno tutti, insieme,
pensando ai regali;
io, solo,
sto pensando alla morte.
Che pensieri distanti!
Vivere solo, forse,
è il mio destino:
dipende dalla distanza:
rattrista sentirsi lontani.
Come possono capirmi?
Come posso capirli?
Festeggiano la ricorrenza,
la regolarità del numero:
superstizioni matematiche.
Non li invidio. Però,
più aspra m’appare
la mia solitudine.
Da solo l’assenza, forse,
sopporto più facilmente.
E’ un rito “l’insieme che salva”.
Ah salvezza imbrogliona!
Riesci solo a farmi
sentire più triste.
Forse è perché son triste,
che penso ai miei morti:
questo devo al Natale,
maschera del nulla,
che accomunando vorrebbe
scongiurare la fine.
Gli uomini stanno insieme
per fuggire se stessi
e il loro destino,
“l’insieme salva”:
nel comune ognuno
si crede immortale.
Nell’insieme, si pensa,
non ci sia la morte:
una preghiera e possiedo
l’anima di tutti,
un trapianto e possiedo
il corpo di tutti.
Ah salvezza!
Meretrice imbrogliona!
Stanno insieme le persone,
ma muoiono come me,
di me forse più sole, di me
che, solo, penso alla morte.
(Carlo De Cristofaro – 24/12/1996)