CRONACHE&COMMENTI
Il problema di “salvare l’Italia” la sinistra ce l’ha di fronte, non alle spalle.
di Aldo Pirone
Qualche giorno fa Goffredo Bettini, cui, dice, “non piace il potere” ma “indirizzare gli eventi politici”, ha scritto un lungo articolo di analisi politica su “The Post Internazionale”. Il tema vero è l’elezione del Presidente della Repubblica, l’incipit è la “baruffa” provocata dalla volontà espressa da D’Alema di rientrare nel Pd e dal suo giudizio sul renzismo come malattia del Pd da cui i dem sarebbero guariti come d’incanto. Non intendo addentrarmi nell’articolato ragionamento generale di Bettini, ma cogliere una strana e ricorrente contraddizione-esagerazione riguardo al bilancio da fare sull’involuzione della sinistra post comunista. Dice il king maker del Pd: “La sinistra italiana in larga parte comunista, dopo l’89, non è stata all’altezza della prova tremenda che la fine di un mondo le consegnava. Lo sfaldamento dei partiti di massa e le macerie del muro di Berlino avrebbero comportato la ridefinizione di un nuovo soggetto politico e di una nuova visione critica della società moderna. Su questi due campi non ci sono state elaborazioni sufficienti e neppure azioni conseguenti. Ci si è concentrati, soprattutto, nella conquista del governo”. E, aggiungo, nell’esercizio spregiudicato del potere fine a se stesso. “Questo limitato orizzonte, tuttavia, – prosegue ed è qui la contraddittoria esagerazione – non ha impedito alla sinistra di salvare ripetutamente l’Italia e di conservare un elettorato di una certa consistenza che rischiava di essere spazzato via”.
Ma salvata da che? Dal berlusconismo che con la sua impronta populista ha influenzato la società nel suo insieme, ha spostato nel profondo i rapporti di forza sociali, ribaltato i valori culturali, sdoganato l’indecenza politica e personale? Quel berlusconismo che, tramite il veltronismo plebiscitario prima e il renzismo poi, ha anche pesantemente influenzato l’ultima invenzione politica, il Pd, del gruppo dirigente post comunista? Oppure l’ha salvata dal populismo nazionalista e antieuropeo che prende il 50% del voto operaio, oltre al 40% dell’intero elettorato? L’ha salvata forse dal degrado politico e morale? Dal populismo grillino oppure dal neoliberismo pre Covid? E l’elenco potrebbe continuare a lungo e farsi più dettagliato. Certo poteva sempre andare peggio di così, ma questo è un modo di ragionare astratto volto a mitigare e coprire una sonora disfatta.
Capisco la difesa da parte di Bettini di un gruppo dirigente oggi abbastanza malmesso e disperso impegnato in un passaggio delicato e difficile come l’elezione quirinalizia. Un gruppo che ebbe a suo tempo e in analoghe occasioni un peso ben diverso da quello odierno. Ma non esageriamo con le “salvazioni”. D’altronde nessuno è tanto superficiale da non vedere che lungo una china complessiva di declino sociale, morale, culturale e politico della sinistra vi siano stati in questi lustri anche momenti di soprassalto positivi, come le due vittorie elettorali sul campo di Prodi contro Berlusconi. Il Prodi caduto anzitempo, per altro, per le debolezze e le contraddizioni interne alla sinistra. Oppure – per disgraziate cause di forza maggiore come la pandemia che ha costretto anche l’Europa dei rigoristi ha cambiare musica – la felice eccezione del governo Conte 2 figliato dai fumi alcolici di Salvini al Papeete, ma il bilancio del “trentennio inglorioso” post comunista e del gruppo dirigente figliato dalla svolta della Bolognina, – che Bettini elenca in parte: “Occhetto, Veltroni, Bersani, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Fassino (un grande segretario forse non sufficientemente valutato) (sic! N.d.r.) e tanti altri. E poi, Massimo D’Alema…” sentendosene giustamente parte integrante – se non è catastrofico poco ci manca.
È vero, come dice Bettini, che oggi “Sinistra. Rivoluzione. Riformismo. Conservatore. Populista. Ognuno ne dà il significato che vuole. Siamo in mezzo ad una ‘insalata’ di parole, casualmente ordinate, interscambiabili, prive di pregnanza rispetto alla vita concreta”. Ma questo “consumo di senso” è uno dei danni maggiori che il politicismo dei “salvatori dell’Italia” ha prodotto. Ciò è conseguenza del fatto che la sinistra figliata dal Pci – Bettini stesso osservava: “non è stata all’altezza” – ha lasciato il campo della lotta per la trasformazione sociale progressista prendendo le scorciatoie della “politique politicienne”, abbandonando gli ancoraggi sociali in trasformazione (mondo del lavoro) e la critica alla rivoluzione conservatrice neoliberista per darsi ad altro; per esempio al “libro cuore” del buonismo interclassista. Le sue parole, riforme, progressismo, riformismo, rinnovamento, trasformazione sociale ecc. la sinistra le ha lasciate ammalare di significati impropri e gattopardeschi propugnati dalla destra di vario colore e gradazione. Una, poi, cambiamento delle classi dirigenti, l’ha proprio abbandonata.
Bettini dice che risalire la china è problema di lunga lena e che “C’è bisogno di una rivoluzione culturale”. Già, ma in che direzione? Nella direzione, direi, abbandonata nell’89: di un lavoro concreto per ricostruire i rapporti con le periferie sociali e con i lavoratori. Ricercando e promuovendo forze nuove, di età e concezioni politiche, non gravate dai fallimenti di quelle precedenti che siano idealmente motivate e consapevoli delle nuove “antiche” strade che occorre intraprendere. Il problema strategico per la sinistra che c’è – e per quella che, speriamo, verrà – è come e con quale credibilità e da dove si riprende la strada della rivoluzione democratica propugnata dalla nostra Costituzione, nel mondo di oggi non in quello di ieri.
L’involuzione e la regressione in questo “trentennio inglorioso” sono state pesanti. Il punto per una ripartenza è molto arretrato, ma non impossibile
Il problema di “salvare l’Italia” la sinistra ce l’ha di fronte, non alle spalle.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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