CRONACHE&COMMENTI
Draghi s’è arrabbiato e si è impuntato
di Aldo Pirone
Salvini fa Salvini e non vota il decreto sulle riaperture. L’altra settimana se l’era intestato urbi et orbi dopo che i suoi l’avevano approvato nella cabina di regia del governo. Ieri, dopo appena cinque giorni, l’ha rigettato. Il pretesto: il non allargamento del cosiddetto “coprifuoco” dalle 22 alle 23. Draghi s’è arrabbiato e si è impuntato perché a quel punto in gioco non era l’ora più o in meno della “ritirata” generale, ma chi comandava nel governo. Gli altri, i renziani di Iv e i berlusconiani di FI, che pur avevano appoggiato la richiesta del “bauscia”, hanno fatto marcia indietro.
Perché questo voltafaccia? Perché passare da una vittoria così tronfiamente annunciata a una sconfitta dichiarata? Le ipotesi si rincorrono. Premesso che il “ganassa” anche questa volta ha fatto tutto da solo, la spiegazione più plausibile del suo agire, accreditata da gran parte dei commentatori, è che essendo abituato a muoversi secondo i sondaggi vede che è in calo e che Giorgia Meloni gli sta togliendo consensi incamerando ogni scontento, soprattutto in quella fascia di commercianti e ristoratori sofferenti per le loro attività costrette a riaperture limitate e graduali. Le riaperture annunciate da Draghi secondo il “rischio ragionato” – ammesso e non concesso che questo lo sia – non ha invertito la tendenza al calo della Lega.
Ancora due giorni fa, polemizzando implicitamente con la presentazione annunciata dalla Meloni di una mozione di sfiducia al ministro Speranza, Salvini aveva detto: “Preferisco ottenere risultati, con le mozioni non si ottengono le riaperture”. Naturalmente il “bauscia” meneghino aveva subito dato alle riaperture del 26 aprile il significato di un “libera tutti”, cosa che non è ma che potrebbe essere nei fatti, malgrado tutte i circostanziati protocolli dettati del Comitato tecnico scientifico (quello riformato) che, guarda caso, non era stato formalmente consultato da Draghi sul “rischio ragionato”.
Il rischio, infatti, da ragionato potrebbe trasformarsi in un azzardo perché uno dei pilastri su cui si fonda – l’altro è la vaccinazione ventre a terra – è il rispetto delle regole da parte dei cittadini e gestori delle attività. La maggioranza le rispetterà, ma basta anche una piccola minoranza trasgressiva perché la curva epidemica ricominci a crescere. E i controlli, quando si tratta di milioni di persone e centinaia di migliaia di attività, va da sé che sono sempre inadeguati.
L’altra spiegazione, complementare a quella dei sondaggi, è che mentre crescono le spinte demagogiche, populiste e irresponsabili da una parte – accentuate anche dal cambio al vertice della Conferenza delle Regioni dove il leghista aperturista Fedriga è subentrato al semi aperturista Bonaccini (per dire come è messo il Pd) –, dall’altra la Lega, come tutti gli altri del resto, non riesce a mettere bocca sul Recovery plan la cui elaborazione Draghi si tiene ben stretta, dentro la cerchia dei ministri di sua fiducia. In fondo Salvini, cedendo alle pressioni del nord delle “fabrichette” interpretato da Giorgetti, aveva fatto la finta svolta europeista pur di mettersi a tavola per affondare forchetta, cucchiaio e coltello nelle ricche pietanze degli aiuti europei. Aveva, per questo, anche subìto all’inizio la continuità rigorista sulla pandemia con il Conte2 di Draghi-Speranza mettendo, non più di tanto per la verità, la sordina alla sua canzone preferita: “Tornare alla vita” delle riaperture a rischio sragionato. Fatti due conti, e nonostante le riaperture, s’è accorto che la cosa non va. Le stoviglie rimangono intonse mentre nei sondaggi il calo è continuo e, di conseguenza, anche il condizionamento di Giorgetti diminuisce. E poi, lui, il “bauscia”, non ci si trova proprio nella parte del governante serio, responsabile, in giacca e cravatta, preferisce le felpe e le ruspe dell’odio, della demagogia e del populismo becero: è come il richiamo della foresta.
Travaglio pensa che quella di Salvini sia tutta una tattica per ottenere quello che vuole fra qualche giorno, poiché, dice, è lui il dominus del governo Draghi. Scanzi è della stessa opinione, il giorno prima dello scarto del “ganassa” ha scritto che il governo “si scrive Draghi, si legge Salvini”. Forse non è proprio così, almeno per ora. Tocca a Leu, Pd e M5s, alla loro iniziativa nel governo e nel paese, finora piuttosto debole e difensiva, far sì che Salvini, dopo l’astensione, raggiunga presto la sua competitor Meloni all’opposizione.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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