
Storie del Frusinate
Storia di mulini, pastifici, frantoi macine, grani e farine e….
di Maurizio Cerroni
È la storia di mulini, pastifici, frantoi macine, grani e farine, aria, acqua, pasta e pane. Parliamo di una parte centrale del territorio di Ciociaria: la valle del Sacco e del suo bacino idrografico.
A Ceccano, nel centro della città dove scorre il fiume Sacco – il cui antico nome era Tolerus, Treus o Tolero, ovvero “portare qualcuno al proprio seno”– fu costruito un moderno molino e pastificio da parte del Marchese Berardi; la costruzione di questo opificio risale probabilmente al 1878, con società a conduzione familiare, da parte dei Marchesi Berardi Adriano e Berardo, ma con una seria visione industriale. Il mulino e pastificio, idraulico con diga lungo il fiume Sacco, dotato di una forza motrice notevole di 50cv, con 30 addetti, è stata una attività importante per la produzione di farine, pasta da minestra e maccheroni.
Con macchinari, mole, gramole, setacci, torchi, trafile in bronzo, essiccatoi. Successivamente, venne fatta una nuova società, “Società Omonima Molino Pastificio”; quindi, l’attività andò avanti, con passaggi tra diversi imprenditori, fino a qualche anno prima della seconda guerra mondiale. Infatti, c’era lo sbarramento presso il ponte di Ceccano, denominato le Portelle, come ricorda Aldo Papetti nella pubblicazione “Il fiume Sacco a Ceccano”:“la guerra non risparmiò questo manufatto, nei continui tentativi di abbattere il ponte, una bomba colpì in pieno la diga lasciando il mulino di proprietà di Tommaso Papetti senza l’acqua necessaria per azionare le turbine. Lo sbarramento, fu una delle prime opere ricostruire dopo la fine della guerra.” Inoltre, l’attività di mulino per cereali e farine, come da testimonianza dello storico locale Angelino Loffredi, è andata avanti sino alla fine degli anni ‘50. Il quotidiano “Il popolo” del 3 agosto del 1924 presenta un articolo intitolato “Igiene pubblica amministrazione a Ceccano”, in cui si parla di un secondo mulino, il pastificio Facciolli. Furono molte le attività di mulino lungo il corso dei fiumi Sacco, Cosa, Liri, e alcuni sono ancora attivi (come il mulino Parente a Ceccano). Il Cosa, importante affluente del fiume Sacco, vedeva la presenza di valchiere, frantoi, cartiere, nella zona tra Guarcino e Collepardo. A Guarcino c’è stata la costruzione di una delle prime centrali idroelettriche di Italia. La presenza di mulini nell’abitato di Frosinone è evidente grazie a paratoie, chiuse e manufatti, così come nei toponimi delle strade e relativi manufatti, mola vecchia e mola nuova.
A Frosinone, lungo il Rio Cannariccio, affluente del Cosa, ci sono due mole di famiglie mugnai, i Fratelli Papetti. Ancora lungo il Cosa, in territorio di Ceccano, fino agli anni ‘70 è stata attiva una mola della famiglia Spaziani detto “Tittino”. Verso Alatri /Veroli la mola Bisleti, la mola delle monache, la mola Trulli, con un canale che attraversa i terreni in questione e alimentava la mola del Marchese Campanari. Danilo Campanari, ex Sindaco di Veroli, mi ha confermato che lungo la dorsale del fiume Amaseno, che nasce da Prato di Campoli, nel piano regolatore di Veroli è presente una norma di salvaguardia detta la“valle dei Molini”, perché c’erano dieci mulini a conduzione familiare.
Lungo il fiume Sacco, oggi si può notare la presenza di antichi manufatti, che avevano il compito di imprigionare le acque;
questi rappresentano una inestimabile presenza di archeologia industriale: molino castello Colonna “Tamocella” a Patrica, mola di Supino, torre di Sgurgola (nel 1900 trasformato dalla famiglia Pacifici per produrre energia elettrica). Lo stesso vale per la parte del fiume Sacco che va in direzione del Liri, con la presenza di sbarramenti, chiuse e mole a Castro, Pofi e Falvaterra. Da un censimento del 1889 emerge una forte presenza di mulini sul territorio. Nel Lazio c’erano complessivamente 602 molini – 132 in provincia di Frosinone- 550 animati da motori idraulici, 25 a vapore o con la forza animale,18 inattivi o stagionali. Una lunga tradizione per le farine è diffusa nella nostra provincia, tanto che con lievito madre e farine di grano tenero si produce ancora oggi del pane veramente buono e profumato. La forma del pane Ciociaro è quella della classica pagnotta rotonda, ma si trovano anche i filoni: il pane dei nostri forni arriva tutti i giorni a Roma: il pane di Veroli, di Fumone, Monte San Giovanni Campano, il pane Ceccanese e una vera bontà come la ciambella Ciociaria!
La storia legata alla pasta, legata al territorio, si perde nella notte dei tempi: terra, acqua e grani autoctoni – i cosiddetti grano duro tipo Senatore Cappelli. In Ciociaria abbondava la coltivazione di grano “cappella”, ottenuto dalla farina dura, base fondamentale per la caratteristica pasta italiana che ha fatto la storia della gastronomia nel mondo. La coltivazione di grano, vista la natura argillosa dei terreni, e cereali, era diffusa anche nel territorio di Ceccano e nei comuni limitrofi. Inoltre, nel circondario di Frosinone erano istituti i comizi agrari, con “Regio Decreto 3452 del 23 dicembre 1866” (con sede nel capoluogo di circondario). Essi avevano il compito di migliorare e innovare l’agricoltura. Le specie di grano più diffuse erano la romanella rosciola, la saravola, il granone, la cappella o cappelli, il gentil rosso, il carosello, il grano forte, il grano bianco. Proprio dalla richiesta interna, poi anche per esportazione, è nata l’industria della pasta nella provincia. Ricordiamo l’imprenditore Pastificio Pantanella Michelangelo detto Michele, nato a Arpino nel 1823 e emigrato con la moglie a Roma, dove inizia l’attività ambulante (tra la zona di Piazza Montanara, che per tanto tempo è stato il ritrovo di tanti ciociari) con pizza di farina rossa. Nel 1861 divenne proprietario del pastificio Pantanella a via dei Cerchi, a lungo il più importante pastificio di Roma.
In un documento di statistica industriale della provincia di Roma del 1903, si legge che a Ceccano c’erano due fabbriche di pasta e minestre con 20 operai, una con motore di 40hp, 3 frantoi da olio con 10 operai, 3 fabbriche di cappelli con 7 operai, 2 fabbriche di carri e carrozze, 1 cartiera con 30 operai e con motori idraulici da 50 hp fondata nel 1882 da Berardi, poi passata alla gestione Ceccacci e quindi alla famiglia Savoni. Lo stesso sbarramento fluviale, a sinistra del fiume Sacco, permetteva l’alimentazione dei mulini del principe Colonna, attualmente Mulino Parente. Quindi, era presente una valchiera 1801, di proprietà della famiglia Angeletti, successivamente trasformato in mulino. In merito, è interessante riproporre un documento dell’archivio Colonna: “Controversia tra il principe Colonna e Stanislao Angeletti che ha trasformato una valca in mola 1812 sul fiume Sacco senza permesso dell’Autorità amministrativa e deviando acqua dal Fiume in pregiudizio della mola di proprietà del principe”; in questo documento appare chiaro che si perpetua una sorte di egemonia nel controllo delle acque del fiume da parte del principe Colonna – e ci fa capire il senso profondo dell’antico proverbio: “ognuno tira l’acqua al proprio mulino”. Nella zona Rio a Ceccano “Rivus Maior”, un corso d’acqua tutt’oggi visibile; nell’anno 2000 sono stati repertati resti di un vecchio mulino del 1600.
Oggi sarebbe davvero utile la valorizzazione delle attività del passato, per salvaguardare e valorizzare la storia della valle del Sacco, anche attraverso progetti intercomunali: percorsi naturali, cammini, piste ciclabili, progetti tra comuni e associazioni di categoria – con un rapporto con il mondo della scuola, istituti agrari e università, sperimentando il recupero di grani e cereali autoctoni, provando a dare vita a nuove imprese agricole. Prodotti locali, sapori, profumi, colori: la storia millenaria della nostra terra può essere l’occasione per determinare un nuovo sviluppo, lento e ecosostenibile, alla portata della persona umana. Un passo indietro, per andare avanti.
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