Ceccano Palazzo Berardi 350 min

 Storie del Frusinate

 I temuti sconvolgimenti non ci furono. Fu la conservazine a pevalere nettamente.

di Giovanni Ruspandini
Ceccano Palazzo Berardi 350 minLa conquista dello stato pontificio suscitò sconcerto e grande timore negli ambienti clericali e presso quella parte del ceto abbiente spiccatamente filo papalino. ”Dove s’annamo a finì !“ si sentiva ripetere con toni apocalittici .
Ma i temuti sconvolgimenti non ci furono. A parte alcune riforme in campo giuridico e amministrativo e la tendenza a promuovere valori laici in seno alla popolazione bigotta e codina, fu la conservazine a pevalere nettamente.

A Ceccano quando il polverone della retorica patriottica cominciò a diradarsi, apparve chiaro che per la gente comune i benefici erano ben pochi e le speranze in una società più equa e rinnovata presto si dileguarono. I notabili, i possidenti che erano sempre vissuti nell’agiatezza continuarono a godere di rendite parassitarie. Nessuna riforma agraria, nessuna vera politica sociale arrivò con il nuovo regime, nessuna partecipazione dei ceti poveri alla vita pubblica e amministrativa. Ci furono, anzi, leggi e provvedimenti vessatori e impopolari, come la famigerata tassa sul macinato e il temuto servizio militare obbligatorio che allora durava anni.

Non deve destare sorpresa, quindi, che il nuovo stato di cose viene accettato con delusione e con amara rassegnazione, e che anche a Ceccano una parte notevole della popolazione continuerà a sentirsi papalina nell’animo e ad avere rimpianto per lo stato pontificio. Un dato di fatto presente anche in altri comuni e che le autorità prefettizie non mancano di segnalare al ministero dell’interno.

Nella politica di conservazione, di chiusura sociale e di sostanziale immobilismo, i pochi cambiamenti sono quelli mistificatori e di facciata. La sostituzione dei simboli del potere papalino con quelli sabaudi, la realizzazione della fontana in Piazza Municipio con l’acqua condotta nel centro abitato nel ’66 dall’amministrazione pontificia, le nuove denominazioni risorgimentali nella toponomastica della città, costituiscono altrettante occasioni per pubbliche cerimonie, con banda musicale e discorsi celebrativi. Cambia nome la Piazza, che diventa Piazza Vittorio Emanuele. Viene intitolata al Principe Umberto la strada che dal Ponte sale fino alla Madonna della Pace. Arrivano nomi nuovi anche per due vie che hanno acquistato importanza con il nuovo cimitero fuori porta : diventano Via Magenta e Via Solferino. Nomi legati a due vittorie ( peraltro con l’apporto determinante dei francesi ) in un contesto di cocenti sconfitte per l’esercito sabaudo per mano delle forze austriache formate in gran parte da lombardi, friulani, veneti, istriani ai quali la sana ed efficiente amministrazione asburgica non dispiaceva affatto.

Intanto, sotto la spinta della massoneria fortemente presente nelle alte cariche dello stato, comincia anche nel Lazio il processo di secolarizzazione già in atto altrove, con provvedimenti – però non sempre concretamente applicati — contro gli ordini religiosi contemplativi per incamerarne i beni ( nel mirino a Ceccano ci sono i Padri Passionisti della Badia ), e con riforme laiche come il matrimonio civile al quale i giovani ceccanesi cresciuti nella osservanza cattolica antepongono sistematicamente il rito religioso, salvo poi ripetere la cerimonia nuziale con il rito civile per dare validità giuridica alla propria unione.
In nome del deismo massonico, razionale, antitrascendentale, vengono scoraggiate o apertamente contrastate come forme di superstizione e di fanatismo religioso, le processioni di statue e di immagini sacre, i riti e le tradizioni paganeggianti radicati nella cultura popolare.

Perdono così importanza a Ceccano, fino a scomparire, alcune usanze dal sapore antico come quella di piantare ramoscelli propiziatori di ulivo nei campi di frumento nella domenica delle Palme, e quella della posa di ceri accesi ai confini del territorio comunale nella notte dell’Ascensione quando ( così si credeva ) il grano passa dallo stato lattiginoso a quello solido; un rito dal significato salvifico per difendere il raccolto e il territorio da forze ostili e malefiche.

Hanno vita difficile anche vecchie consuetudini popolari, colpite da provvedimenti restrittivi da parte dei reali carabinieri, per i quali l’ordine pubblico è un imperativo categorico. Dopo le undici di sera , quando vengono spenti i lampioni a olio e il paese piomba nel buio ( ce ne sono 46 nel 1871 ), sono vietati schiamazzi e assembramenti ; le tradizionali comitive di giovani in giro per i vicoli e nella Piazza con l’organetto non sono più tollerate. Ma l’usanza rimane. Anzi, con il trasferimento in campagna di una parte della popolazione, l’organetto diventa il fulcro della vita associativa e ricreativa dei contadini.

Al popolo estromesso dall’attività politica e dal potere non vengono lesinati i diversivi e le occasioni di festa, secondo l’antica ricetta del dare panem et circenses . In luogo delle festività soppresse, come quella del 21 giugno (incoronazione di Pio IX ), arrivano nuove ricorrenze. Arrivano la festa dello statuto, l’anniversario della nascita di Vittorio Emanuele, la celebrazione della presa di Porta Pia. Il 20 settembre 1872 si esegue in Piazza l’opera Lucrezia Borgia di Donizetti, un soggetto caro alla propaganda antipapale.

Continuano, a carnevale, le tradizionali mascherate di grandi e di piccoli, i giochi popolari, le sbornie collettive e il lancio di confettini colorati da parte dei signori. Occasionalmente, in un’atmosfera di festa popolare, caotica e improvvisata, ha luogo in Piazza la caccia alla bufala, una sorta di corrida stracciona con un suo rituale sadico e impietoso, nella quale trovano sfogo la sfrenatezza e l’esibizionismo dei giovani. 7

Il popolo accorre numeroso in Piazza quando c’è festa , attirato dalla banda musicale, dagli scoppi di mortaretti, dalle luminarie con le torce a vento, e in alcune ricorrenze, da generose distribuzioni di vino da parte del comune e di pane per i più poveri.
Nell’ultima fase del secolo, nonostante alcune attività imprenditoriali promosse dalla intraprendenza e dal paternalismo di Berardi, si acuiscono i problemi socio-economici di Ceccano per la mancanza di riforme e di interventi pubblici. C’è bisogno di strade e di abitazioni decenti per le centinaia di famiglie che si stanno trasferendo stabilmente in campagna, manca totalmente la rete fognante nel centro abitato con gravi conseguenze per l’igiene e le salute pubblica, mancano le scuole per combattere l’analfabetismo pressoché generale e, con le terre in mano a pochi possidenti, appare urgente e vitale la riforma fondiaria, auspicata ora anche dalla Chiesa, per alleviare le condizioni di miseria della classe sociale di gran lunga più numerosa : quella dei contadini.

Le poche opere pubbliche, come il prolungamento della linea telegrafica dalla Stazione alla Piazza e la sistemazione di qualche strada, sono poco cosa anche rispetto alle realizzazioni dello stato pontificio, notoriamente poco innovatore e poco progressista ma che nel suo ultimo decennio aveva inaugurato la ferrovia Roma — Ceprano, aveva aperto al traffico nel 1862 il nuovo ponte sul Sacco, aveva trasferito fuori porta il cimitero, aveva portato in città la prima acqua e aveva costruito il nuovo ospedale nell’area del vecchio camposanto di San Nicola.

Il clima di tensione e di rivolta, le repressioni, gli arresti, i conflitti sociali che agitano l’Italia da un capo all’altro negli anni ‘90 non risparmiano Ceccano. Nel giugno 1899 una controversia religiosa (la scomunica di una persona) degenera in fatti di sangue tra opposte fazioni e deve intervenire l’esercito per sedare gli scontri e i tumulti che hanno un’ eco anche sulla stampa estera.

E’ il fuoco che cova sotto la cenere, è la rabbia repressa, a Ceccano e nel resto d’Italia, delle classi subalterne, dei ceti sociali più poveri tenuti nell’arretratezza e nell’abbandono, costrette in massa a prendere la via drammatica dell’emigrazione per sottrarsi alla miseria e che però cominciano ad acquisire coscienza delle ingiustizie sociali e ad alzare la testa. Ma per i governi autoritari e conservatori che si susseguono, per le forze politiche che controllano il parlamento, per l’industria bellica, per la casta militare e per i Savoia, le priorità sono altre : sono la politica di potenza dell’Italia, il prestigio della patria e della corona, gli ingrandimenti territoriali, il potenziamento dell’esercito, le guerre, le conquiste coloniali. Sarà così ancora a lungo.

 

 

Di Giovanni Ruspandini

Autori che hanno concesso i loro articoli, Collaboratori occasionali

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