Voto 390 min

IL VOTO 2022

Da subito progressisti e democratici facciano opposizione in Parlamento

di Aldo Pirone
Voto 390 minNon è un caso se la destra di Giorgia Meloni, che ha le sue radici storiche nel fascismo, abbia vinto in presenza della più bassa affluenza alle urne nella storia delle elezioni politiche repubblicane: 9 punti in meno (63,91%) delle precedenti. Il vero primo partito in Italia è, tenuto conto della nostra storia democratica, il partito degli astenuti.

E questo non è per niente un fatto secondario, anche se politici di sinistra e progressisti e commentatori vari se ne sono già scordati. Se non viene mutato da una riconquista da parte delle forze progressiste e democratiche di quelle persone sfiduciate, appartenenti soprattutto ai ceti popolari, non ci sarà rivincita democratica e antifascista.

Per il resto se un antifascista dovesse commentare il risultato – che vede prevalere la destra post fascista a cento anni dalla “marcia su Roma” di Mussolini – con uno sfogo, dovrebbe usare una sola parola: maledetti. Maledetto chi non ha saputo unirsi contro la destra, venendo meno a ogni deontologia antifascista. L’elezione della fascista Isabella Rauti a Sesto San Giovanni contro l’ebreo dem Emanuele Fiano dà il senso più profondo di una sconfitta generale, ignominiosa e senza scusanti.

Ma gli sfoghi appartengono ai sentimenti, mentre ora, proprio in ragione di un evento ampiamente annunciato e potenzialmente catastrofico per l’Italia e per i lavoratori, resistibilissimo se a guidare il fronte antidestra non ci fossero stati degli scervellati che non sanno nemmeno far di conto, occorre affidarsi alla razionalità politica per fronteggiarlo e, in prospettiva, rovesciarlo.

L’errore madornale è stato, vista la pessima legge elettorale lasciata da Renzi-Rosato, non unirsi nei collegi uninominali, nonostante gli appelli contrari provenienti da più parti. La destra con il suo 43.78% non è maggioranza nel paese mentre lo è, almeno potenzialmente, il fronte avverso antidestra con il 51.41.

Il responsabile principale di questa disunione è certamente il PD di Letta. Di tutto il Pd, perché l’impostazione della campagna elettorale dem è stata approvata all’unanimità dalla segreteria e dalla direzione e, sostanzialmente al di là dei flebili lagni, anche da Articolo Uno. Per cui i distinguo che cominciano a posteriori sono quanto meno moralmente riprovevoli.

Il Pd non è stato il solo responsabile. Nella sua sofferta conferenza stampa di ieri mattina Enrico Letta ha detto che la responsabilità è del M5s di Conte perché ha fatto cadere Draghi. Ma non era fatale che a quell’errore Letta rispondesse con un errore ancora più grande ed esiziale assumendo come cartina al tornasole per le alleanze elettorali la fedeltà a Draghi e alla sua agenda, per altro inesistente a detta dell’interessato. Così come occorre aggiungere che Conte si è ben guardato dal proporre lui l’unità delle forze democratiche e progressiste contro la destra. Ha preferito recuperare una parte dell’elettorato dandosi un profilo più nettamente e credibilmente progressista. Tattica che per altro gli ha giovato, ma non ha giovato allo scopo di battere la destra di Meloni.

Sull’analisi particolareggiata dei risultati, sui flussi e riflussi, ci sarà tempo. Così come sull’analisi dei motivi degli abbagli dem. Sulle conseguenze politiche nel gruppo dirigente e nel Pd, pure. Per ora Letta ha annuciato un Congresso. Il problema per loro sarà di uscire dall’impianto fondativo interclassista del Lingotto. Ce la faranno? Da soli non credo. Dubito che abbiano la forza morale e materiale: uomini e gruppi dirigenti non solo centrali ma anche, e soprattutto, periferici. Come non ce l’hanno fatta finora, oscillando dentro quell’impianto fra le punte estreme del renzismo e del sostegno al Conte 2. Sono stati, per parafrasare Gramsci, un aspetto non secondario della dissoluzione e del declino sociale, culturale e politico della sinistra. Ma a sinistra le elezioni dicono che qualcosa di nuovo e di materialmente consistente è in via di formazione per vie inusitate: M5s, Sinistra verde, altri gruppi. E questo processo potrebbe essere influente, dirompente e benefico per il Pd.

Il problema è che da subito il mancato fronte progressista e democratico faccia opposizione in Parlamento e, in particolare, nel paese, avviando un processo di convergenze unitarie su battaglie ed elementi programmatici comuni.

In Parlamento e nel paese, non solo nei talk show.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Di Aldo Pirone

Aldo Pirone. Vive a Roma

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