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30 aprile 1982: Pio La Torre insieme a Rosario Di Salvo è assassinato da un comando mafioso

di Ermisio Mazzocchi
PioLaTorre 350 260Il 30 aprile 1982 Pio La Torre insieme all’uomo della sua scorta, Rosario Di Salvo, fu assassinato da un comando mafioso per ordine di alcuni capi dell’organizzazione criminale tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Uomo politico e sindacalista, aveva aderito dal 1945 al Partito comunista italiano.
Sin da giovane si era impegnato, prima nella Confederterra, poi nella Cgil, a favore dei diritti dei braccianti e aveva scontato per queste sue lotte anche il carcere.

Era stato consigliere comunale di Palermo, membro dell’Assemblea regionale siciliana, deputato alla Camera.
Da Enrico Berlinguer era stato chiamato a fare parte della segreteria nazionale del Partito comunista.
Nel 1981 aveva chiesto ai vertici del PCI di riassumere la carica di segretario regionale del partito in Sicilia.
Tutte le sue energie erano state rivolte a sconfiggere la criminalità organizzata.
Sue erano state le proposte di legge per colpire le risorse finanziarie dei mafiosi, per l’introduzione del reato di associazione di tipo mafioso, per attivare disposizioni in materia di appalti e dirette a colpire il segreto bancario.
Solo dopo la sua uccisione e quella di Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuta appena cento giorni dopo, fu approvata il 13 settembre 1982 la legge di “Associazione mafiosa e sulla confisca dei beni”.
Da quel momento in poi essere mafiosi è reato.

La strada tracciata da La Torre oggi costituisce un percorso sicuro per intensificare la lotta alla criminalità organizzata che si rileva ancora radicata nella società italiana.
La relazione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) nel primo semestre del 2021 rileva che “le organizzazioni criminali si muovono secondo una strategia tesa a consolidare il controllo del territorio, fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e condizione imprescindibile per qualsiasi strategia criminale di accumulo di ricchezza. L’immediata disponibilità dei capitali illecitamente acquisiti dalle mafie potrebbe incidere, mediante le attività di riciclaggio, sulla capacità dei sodalizi di inquinare l’economia e di infiltrare la pubblica amministrazione per intercettare le risorse pubbliche immesse nel ciclo produttivo”.

Preoccupante la situazione nel Lazio.
La stessa DIA denuncia che in questa regione “la distribuzione, la struttura e le modalità d’azione delle organizzazioni malavitose nel Lazio si presentano eterogenee, ma in gran parte del territorio tale presenza è comunque forte e pervasiva”.
Le ragioni di fondo della lotta di La Torre rimangono ancora valide se si valutano attentamente le considerazioni della DIA la quale ritiene che “nel Lazio le organizzazioni criminali hanno saputo sviluppare un proprio illecito “potere relazionale” che ha consentito di dialogare con strati diversi della società, tendenzialmente non “inquinati” – amministratori locali, imprenditori, commercianti – e di stimolare trame diffuse di compartecipazione corruttiva agevolata dal complesso apparato burocratico”.
E’ evidente che la situazione non è per nulla rassicurante e che occorre una maggiore decisione nel fronteggiare la criminalità organizzata.
La prima risposta e la più decisiva per contrastare questo delittuoso fenomeno è nel superare quelle condizioni che producono una lacerazione della società, introducendo garanzie di sviluppo per il lavoro, sostenendo la cultura, intensificando i servizi per l’intera comunità.
Il momento critico che attraversa il Paese e la stessa Unione Europea con la guerra russa – ucraina accentua le difficoltà socio-economiche.

Siamo giunti a un punto molto critico che richiede scelte coraggiose e incisive da attuarsi da parte di quelle forze più progressiste e democratiche in grado di presentare una prospettiva certa di cambiamento.
Si registrano su questo fronte ancora troppe incertezze e ritardi che rivelano un marcato disinteresse, ma che devono essere superati per sconfiggere e impedire “l’espansione territoriale” della camorra.
Si pone un problema di coscienza civile per quanti sono impegnati nelle istituzioni e nei partiti a dare un futuro diverso a questa provincia con un chiaro segnale di lotta alla criminalità organizzata.
Di fronte a tale fenomeno, da tutti conosciuto e deprecato, e che costituisce un pericolo subdolo e devastante del tessuto sociale, non c’è dubbio che aleggia troppa indifferenza.
Questo non significa che non ci sono forze sensibili e accorte che rivolgono la loro attenzione e il loro impegno a fronteggiare e sconfiggere la mafia.
Le nuove generazioni potrebbero essere una risorsa preziosa da investire nella lotta contro la criminalità organizzata per obiettivi di crescita sociale ed economica.
C’è ancora molta strada da fare ed essa deve essere percorsa dai partiti, dai sindacati, dalle istituzioni con la convinzione che è in gioco il futuro di una società moderna e civile.
Il paese è sano, il suo è un popolo laborioso.
Su questa peculiarità deve fare affidamento una politica democratica e progressista.

Ritengo che le stesse istituzioni a tutti i livelli, le forze politiche e sindacali non abbiano ancora posto al centro della rinascita del paese la lotta senza quartiere alla corruzione, alla criminalità mafiosa.
Tale carenza potrà essere superata se si avrà la capacità di un cambio nelle politiche riformiste poste sull’asse del lavoro, mettendo insieme le soggettività del lavoro con quelle ambientaliste e con i movimenti per i beni comuni e i diritti civili.
Sono condizioni essenziali per costruire una coesione sociale e suscitare una forte reazione per la lotta alle mafie italiane e straniere che sono andate aumentando in questi ultimi anni.

Lottare contro le mafie, oggi ancora più di ieri, significa affrontare una questione nazionale in una realtà globalizzata, entro la quale le organizzazioni mafiose si muovono facilmente tanto più che il loro mondo è privo di regole.
La politica attraverso le sue rappresentazioni sane e democratiche deve riposizionare la sua funzione, liberata da compromessi e prepotenze, facendosi garante della legalità, della trasparenza, dei diritti democratici dei lavoratori, di tutti i cittadini.
Un impegno coraggioso come lo fu quello di La Torre che comporta una esortazione alla società e alla forze politiche di oggi a combattere e sconfiggere la mafia.

A lui si dovrebbe dedicare una via o un immobile sottratto alla mafia e l’occasione potrebbe essere offerta, per quanto riguarda la provincia di Frosinone, dai beni sequestrati ad Amaseno e a Cassino.
Sarebbe un significativo gesto con il quale si riconoscerebbe quanto La Torre ha fatto per tutto il paese.
Uomo deciso e di pace, promotore di una campagna a favore del disarmo con la raccolta di un milione di firme per impedire la costruzione della base missilistica americana a Comiso, egli costituisce per la sua lotta contro la mafia e le sue iniziative per la pace un riferimento costante e un esempio per tutti.

Ermisio Mazzocchi
28 aprile 2022

 

 

 

 

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Di Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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