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25 APRILE

7 martiri ripani e le stragi dimenticate. Intervento di Angelino Loffredi

settemartiriripi 350 260Inizio questo intervento, evitando fraintentimenti e prevenendo equivoci affermando con convinzione che mi trovo d’accordo con le posizioni assunte in questo periodo dall’ANPI e dal suo presidente. Tali prese di posizione costituiscono la conferma di una linea che viene da lontano, è la riproposizione di importante soggettività, quando altre organizzazioni oscillano, sono incerte e assorbite dall’industria delle armi.

L’ANPI come sempre mostra indipendenza di giudizio e di essere in grado di confrontarsi con altre posizioni. L’attacco all’ANPI è stato sempre ricorrente ma ora è diventato maggiormente violento ed addirittura insultante. Ed ingannevole, se pensiamo che ci stanno storici improvvisati che pretendono di mettere sullo stesso piano la Resistenza italiana con la difesa dell’esercito ucraino nei confronti dell’invasione russa. Da questo punto di vista mi trovo perfettamente d’accordo con Ermisio Mazzocchi, autorevole dirigente del PD ciociaro, ricercatore, storico affermato, un intellettuale che è stato in grado di coniugare lealtà verso il suo partito e ed indipendenza culturale. Mazzocchi, infatti qualche giorno fa ha scritto un articolo per il giornale elettronico UNOeTRE.it affermando con molta nettezza che “Quella della Resistenza italiana è una storia irripetibile, unica, non traducibile in una diversa realtà”.

Mazzocchi ai nuovi interessati diffamatori dell’ANPI vuole dire: studiate, studiate, studiate. Amici, cittadini di Ripi, per tanti anni, quando si ricordavano le vicende resistenziali, la narrazione riguardava solamente gli episodi di lotta armata fra i nazifascisti ed i combattenti inquadrati nel Comitato di Liberazione Nazionale. Si trattò di un limite, certamente, ma costituirono un’attenzione ed un impegno necessari, sicuramente difensivo, per salvaguardare tale esperienza quando, dopo il 18 aprile 1948, le forze governative, attraverso indotte iniziative giudiziarie, per tanti anni provarono a “processare” la Resistenza. Successivamente, in particolar modo dopo la pubblicazione del libro di Alessandro Natta, già segretario del PCI ”L’altra Resistenza”, vennero aperti nuovi orizzonti di ricerca ed approfondimento riguardanti il sacrificio e la detenzione nei Campi di concentramento in Germania e Polonia di oltre 600.000 militari che non vollero aderire alla Repubblica Sociale italiana, obbediente agli ordini di Hitler.

Oggi qui a Ripi non intendo ricordare ed approfondire queste esperienze ma aprire invece uno spiraglio di osservazione attorno ad un tema presente in ogni realtà del nostro territorio, ma purtroppo poco conosciuto e che con il tempo rischia di essere completamente dimenticato: mi riferisco alle uccisioni nazifasciste di civili, che non avevano niente a che fare con la guerra, con l’attività resistenziale e che persero la vita per difendere i propri beni dalla rapina tedesca.

Nel libro “Il dolore della memoria” pubblicato nel 2016 insieme a Lucia Fabi abbiamo provato ad avviare tale ricostruzione ed i risultati sono stati orribili e sorprendenti. Tanto da rovesciare e mettere in discussione il mito del soldato tedesco ritenuto, spesso fra le nostre popolazioni, buono, affidabile e comprensivo. Anche se non è stato possibile minuziosamente enumerare le tante requisizioni, le rapine di generi alimentari, di foraggio, di attrezzi agricoli o di quelli artigianali, di prodotti di varia natura, né a contabilizzare il numero dei rastrellamenti, la depredazione degli impianti industriali e militari avvenuti in Ciociaria, i dati ricavati, pur frammentati e provvisori, risultano essere non solo terribili e crudeli ma quantitativamente inimmaginabili.

Questa sera, sommariamente, provo ad indicarli. L’esercito nazista infatti oltre ai due massacri effettuati nel comune di Vallerotonda, ai due di Vallemaio a quelli di Patrica, Boville Ernica, Viticuso, Piglio, Colle Carino (contrada in territorio di Arpino, Sant’Andrea del Garigliano, ed alle 17 fucilazioni effettuate fuori dal Forte di Paliano compie oltre duecento uccisioni di civili inermi, spesso contadini che avevano il solo torto di difendere il loro bestiame. Secondo altri ricercatori, come il professor Tommaso Baris, il numero sale addirittura a 334 vittime.

Cosa succede a Ripi? A Ripi i nazisti uccidono 7 persone. Un numero di assassinati superato solo dal secondo massacro di Vallerotonda (quarantaquattro), quello del 28 dicembre 1943. Questo è quanto trovato e che certamente merita di ulteriori arricchimenti e precisazioni in quanto sono consapevole che esistono ulteriori notizie per completare e definire il fatto che questa sera provo a ricordare.

Tutto inizia dopo le ore 20,00 del 25 febbraio 1944 quando due soldati croati appartenenti ad una batteria incorporata nell’esercito germanico si recano nella casa di Antonio Cervini per obbligare il genero, Angelo Recine, a portare a spalla una pecora fino al loro presidio. Avendo il Recine rifiutato di trasportare l’animale, uno dei soldati tenta di colpirlo con la baionetta, costringendo così il suocero ad intervenire in sua difesa. Nella conseguente colluttazione, il militare aggressore, viene prima ferito e poi condotto dai due contadini nella casa di Domenico Porretta. Subito sopraggiungono, chiamati dall’altro militare, una ventina di soldati in assetto di guerra che, picchiate le donne presenti, si recano in casa Porretta. I tedeschi prendono prima in consegna il Cervini e il Recine, poi passando di casa in casa prelevano anche altri contadini che nulla hanno a che fare con l’accaduto: Angelo Passelli, Arcangelo Imperioli (venditore della pecora) e suo fratello Giovanni, il figlio di questi Domenico e Pietro Cervini che abitava nell’ultima casa colonica della contrada.

Tutti, durante la notte del 26, vengono condotti a Vallicella, località distante 3 chilometri dalle loro abitazioni. Sono costretti a scavare la fossa nella quale, dopo essere stati mitragliati vengono gettati e seppelliti. Gli arrestati nella notte del 25 febbraio, in verità, furono nove perché fra questi oltre ai sette fucilati, c’erano anche Amerigo Imperioli, quattordicenne, rilasciato dopo essere stato selvaggiamente picchiato e il padre Luigi, il quale con la complicità del buio riuscì a fuggire e salvarsi pur essendo stato oggetto di una scarica di fucile mitragliatore. L’altro dato che merita essere ricordato riguarda il fatto che I familiari non seppero niente di tale assassinio, tanto che per diverso tempo continuarono una disperata ricerca. Solo nel successivo 23 aprile i cadaveri furono ritrovati da alcuni contadini mentre dissodavano un terreno. Raccontarono che padre e figlio furono trovati abbracciati. Vano era stato l’impegno delle stesse autorità collaborazioniste: podestà, GNR e Carabinieri, tenute dai tedeschi all’oscuro dell’accaduto.

Nel novembre del 1944 con una specifica delibera l’amministrazione comunale di Ripi intitolò ai sette caduti la Piazza Sette Martiri. Credo sia importante conoscere i nominativi del sindaco e degli assessori che deliberarono tale scelta in quel novembre del 1944.

Sconcertante nello stesso tempo, è il fatto che in tante realtà comunali, di tanta crudeltà dell’esercito nazista, troviamo poche tracce: una lapide, una via, una targa che ricordi i massacri e gli assassini di tanti cittadini di questo territorio. Sembra che queste tragiche storie non siano mai esistite e prevale la sensazione di vivere in una comunità senza radici e senza storia. Per alcuni aspetti tale rimozione ha riguardato anche la stessa Resistenza la quale, pur con i limiti entro cui ha operato nella provincia, trovandosi di fronte una forte presenza militare tedesca, non è stata approfondita e valorizzata adeguatamente. Non è stata esaminata nei suoi aspetti volti a conoscere le cause di tali limiti ed il ruolo che, pur in tale proibitivo contesto, è riuscita ad avere.

Non dimentichiamo che durante l’inverno e la primavera del 1944 in Ciociaria rispetto al resto d’Italia è concentrato il maggior numero di soldati tedeschi. Per quanto riguarda l’attenzione verso le uccisioni naziste credo che un particolare riconoscimento vada rivolto agli amministratori del comune di Paliano. Il sindaco Enrico Giannetti, infatti sin dal giugno 1944 recupera i resti dei fucilati dai tedeschi in località Le Mole, dando una degna sepoltura nel cimitero cittadino. Due anni dopo, sempre nella località Le Mole, viene eretta una piccola cappella con un sacello su cui vengono riportati i nomi dei fucilati. Nel 1976, inoltre, sindaco Ignazio Mazzoli, nel centro della città viene eretto il Monumento ai 17 Martiri, in esecuzione di una delibera riguardante la realizzazione del Monumento ai caduti di Paliano approvata negli anni precedenti dall’amministrazione diretta da Adriano Coccarelli. Merita di essere precisato che l’indicazione 17 Martiri non è riferita solo ai cittadini di Paliano ma a tutti coloro che vennero uccisi nel territorio cittadino e in momenti diversi. Il Monumento infatti vuole ricordare 5 cittadini di Paliano ucciso alle Fosse Ardeatine, 5 di Piglio, 3 di Castro dei Volsci, 2 di Ceprano, 1 di Alatri e 1 di Messina.

Prima di terminare credo sia opportuno rilevare che gli avvenimenti accaduti, hanno messo a nudo una verità che a lungo è stata celata e talvolta mistificata, mi riferisco al mito del tedesco buono. I fatti riportati infatti denunciano una realtà completamente diversa, considerando che si sono verificati, fortunatamente pochi, anche tentativi di violenza e di stupro. Si sono avuti una lunga serie di singoli omicidi che non avevano alcuna motivazione militare, anche quando non esisteva alcuna attività partigiana. Ad analizzare bene ci accorgiamo che tali gratuite uccisioni non rappresentavano un contrasto o una difesa ma avevano una funzione “preventiva“.

Sono d’accordo con Tommaso Baris quando scrive che i tedeschi colpivano e uccidevano per affermare un dominio sulle cose e sulle persone. L’uccisione era la loro brutale risposta al fatto di non sentirsi sostenuti dalla popolazione. Alcuni fatti lo confermano. Ci sono 2.000 prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia nei territori circostanti che vengono ospitati o aiutati a passare il fronte dai contadini. Su 6.960 cittadini preventivati per il lavoro obbligatorio, addetti a sostenere i tedeschi nella costruzione della linea Gustav o di altre opere difensive, solo 765 si rendono disponibili. Su 8.000 iscritti alla leva, tra i nati nel 1923, nel 1924 e nei primi mesi del 1925, il famigerato Bando Graziani, solo 400 aderiscono all’esercito della Repubblica Sociale Italiana e 100 alla Guardia Nazionale Repubblicana. Per qualche mese i fascisti nella nostra provincia non riescono a trovare un Questore. I dati dunque sono eloquenti per dimostrare che gran parte dei cittadini ciociari viveva per aspettare la fine della guerra e delle tante privazioni.

Sul comportamento dei nazisti incidevano inoltre altri fattori: il disprezzo verso gli stessi Italiani, secondo loro considerate persone in qualche modo inferiori, come gli slavi, gli ebrei, i rom. Incideva in particolar modo l’ostilità verso una popolazione che si sottraeva allo scontro ed era quindi sospettata di simpatizzare con gli alleati. Ecco perché attorno a tali situazioni la ricerca deve estendersi ulteriormente, essere sostenuta. Le popolazioni ciociare dopo un lungo periodo di rimozione (ricordare le terribili esperienze è sempre doloroso), è necessario che avviino un’opera di scavo, di continua ricerca per approfondire ulteriormente e far conoscere.

L’Anpi infatti è attiva anche in questo settore.

 

 

 

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Di Angelino Loffredi

Angelino Loffredi: nato il 2 Luglio 1941 è collaboratore di Edicolaciociara.it dal 2000. Diplomato presso l'Istituto Superiore di Educazione Fisica del L'Aquila, è stato dirigente del Pci fino al suo scioglimento con i seguenti impegni nelle Istituzioni: Consigliere Provinciale dal 1970 al 1981, consigliere comunale a Ceccano dal 1970 al 1993, Sindaco di Ceccano dal 1981 al 1985.

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