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25 NOVEMBRE

Stupri di guerra: ieri come oggi

di Simona La Rocca*
Giornata violenza donne logo 390 minGli stupri e le violenze sessuali nei conflitti rappresentano la peggiore vergogna della storia, la più occultata. Se la guerra può essere considerata il fallimento dell’umanità, lo stupro ne è la negazione. Ieri come oggi, donne, bambini e uomini sono costretti a subire abusi e violenze di inaudita crudeltà.

Terrorismo e conflitti interni agli Stati hanno determinato un peggioramento della pace del mondo; negli ultimi trent’anni, i conflitti sono aumentati, il Rapporto Conflict Barometer 2020 (https://hiik.de/wp-content/uploads/2021/03/ConflictBarometer_2020_1.pdf ) evidenzia un incremento del numero e della loro intensità. Caratteristica dei conflitti moderni è il coinvolgimento massiccio dei civili, circa il 75/80% della popolazione, di questi, un terzo delle persone vittime sono bambini; ciascuna crisi causa persecuzioni, violenze, distruzioni ed esodi forzati con un aumento del numero di persone vulnerabili a rischio tratta o schiavitù.

Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni, secondo l’ultimo rapporto annuale del Global Trends dell’UNHCR pubblicato a giugno del 2021. Si tratta di un aumento del quattro per cento rispetto alla cifra record di 79,5 milioni di persone in fuga toccata alla fine del 2019.
Il lato più “oscuro” dei conflitti armati è quello degli stupri di massa e delle violenze di genere compiute a danno della popolazione civile, per alcuni un evento “ineludibile”, “normale” nelle guerre: da un lontano passato fino ai nostri giorni, gli stupri di massa possono essere considerati un filo rosso che attraversa la storia, tuttavia è una storia occultata, una storia che non viene narrata.
Nei conflitti il corpo delle donne diviene il campo di battaglia, il terreno sul quale si combatte; l’uso simbolico del corpo per offendere, umiliare; tattica, pianificata strategicamente e utilizzata come arma, strumento di affermazione, controllo, comunicazione del potere e prevaricazione maschile; l’obiettivo è quello di terrorizzare, mortificare, assoggettare e annientare le singole donne o bambine, violandone i corpi, infliggendo in questo modo il massimo del danno alla comunità o al gruppo di appartenenza.

E’ accaduto in Italia, in Cina, nella ex Yugoslavia, in Rwanda; accade in Palestina, in Siria, in America latina, nelle Filippine, in Ucraina come nello Yemen. Gli stupri di massa e le violenze sessuali nei conflitti armati interessano tutti i paesi del mondo e tra le persone vittime ci sono donne, uomini e bambini di ambo i sessi; tuttavia, sono dirette per lo più verso il genere femminile (donne e bambine), come evidenziato dalla Convenzione di Istanbul del 2011 e dalle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW; tali violenze, in molti casi, sono il risultato di un’esacerbata ineguaglianza di genere e squilibrio di potere presenti nella società prima delle ostilità che si rafforzano durante e dopo il conflitto (es. Yemen e Ucraina). Lo stupro e le violenze sessuali sono impiegate come armi anche dai gruppi terroristi (Boko Haram, Al Shabaab, Daesh); dai regimi contro gli oppositori politici per limitare i movimenti di protesta, da Videla in Argentina, alle violenze e abusi durante e dopo la cosiddetta “Primavera araba”, alle violenze in Palestina, Siria, Burundi come in Ucraina e in Egitto per mettere a tacere giornalisti, attivisti dei diritti umani e di rivendicazione dei diritti delle donne. Nondimeno, le violenze sessuali sono utilizzate per terrorizzare allo scopo di cacciare gruppi minoritari come accade, ad esempio, per i Rohingya in Birmania dove è ampiamente documentato – dalla missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite (FFM) e dai rapporti delle organizzazioni in difesa dei diritti umani -, l’uso sistematico dello stupro da parte dell’esercito. Inoltre, come non ricordare le atrocità che da mesi stanno avvenendo nel Tigray, una regione nel Nord dell’Etiopia, attaccata dall’esercito etiope con la complicità dell’Eritrea; il conflitto si caratterizza per un duro attacco ai civili e un incalcolabile numero di stupri e violenze sessuali, con dettagli raccapriccianti, da parte dei militari.

Le violenze di genere, durante e dopo i conflitti, possono assumere diverse modalità quali, ad esempio: stupri di massa e violenze sessuali, tratta di donne, riduzione in schiavitù a scopo di sfruttamento sessuale, violenza domestica, matrimoni forzati e spose bambine (fenomeno che interessa, ad esempio, la Sierra Leone e il Niger).
Le conseguenze di questi atti barbarici sono fisiche (es. lesioni invalidanti, malattie sessualmente trasmissibili, problemi ginecologici persistenti) psicosociali e mentali (es. sentimenti di paura, impotenza, tristezza, disorientamento, vergogna, sindrome da stress post traumatico, depressione, disturbi d’ansia, difficoltà a stabilire delle relazioni affettive, abuso di sostanze o dipendenze, suicidio); le violenze sessuali costituiscono delle ferite profonde e traumatiche, per le persone violate e per la stessa comunità di appartenenza, che perdurano nel tempo e rendono difficile la riconciliazione e la pace fra le comunità.

Benché, già nei primi del Novecento vi fossero delle disposizioni che avrebbero permesso di perseguire le violenze sessuali compiute negli anni successivi – ad esempio, il Belgium Humiliation durante la I GM e le cosiddette marocchinate e le meno note “mongolate” avvenute in Italia con la II GM –, queste rimasero pressoché impunite per mancanza di volontà da parte degli Stati.
La disciplina del crimine di stupro nell’ambito del diritto internazionale è andata evolvendosi soltanto nel corso degli ultimi decenni; gli orrori avvenuti durante i conflitti nell’ex Jugoslavia prima e nel Rwanda poi, nonché i movimenti delle donne spinsero la comunità internazionale a riconoscere lo stupro quale fattispecie costitutiva dei crimini di diritto internazionale.

Nel 2000 il Consiglio di Sicurezza Onu adotta la Risoluzione 1325 su Donne, Pace e Sicurezza; la Risoluzione, cosiddetta madre, riconosce esplicitamente l’impatto dei conflitti armati sulle donne, evidenzia il loro ruolo nella soluzione dei conflitti e nella costruzione della pace, nonché delinea una serie di obiettivi da raggiungere mediante il paradigma delle tre “P” ossia prevenzione, partecipazione e protezione delle donne. L’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” è formata da altre 10 Risoluzioni che ne costituiscono il corpus normativo; la 1820 (2008), orientata alla prevenzione e al perseguimento delle violenze, riconosce per la prima volta lo stupro quale strumento di umiliazione e tattica di guerra che può esacerbare i conflitti costituendo una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale; le altre risoluzioni contemplano la nomina di un/a rappresentante speciale sulla violenza sessuale durante i conflitti armati (SRSG); l’individuazione di indicatori atti a misurare l’implementazione delle disposizioni; l’imposizione di codici di condotta; la lotta all’impunità rafforzando i meccanismi di accountability; la necessità di garantire la partecipazione delle donne “piena, efficace e significativa” ai processi di pace e ai tavoli negoziali sin dall’inizio dei conflitti, nonché di favorire l’attuazione degli impegni assunti con la prima Risoluzione e le cosiddette tre “P” mediante la nomina di gender adviser e protection adviser da impiegare principalmente durante le missioni Onu.

A più di Vent’anni dalla Risoluzione 1325 possiamo provare a fare un bilancio della situazione.
A livello internazionale, sono stati compiuti importanti passi avanti; dal punto di vista giuridico, grazie alla giurisprudenza dei Tribunali penali internazionali per la ex Yugoslavia (ICTY) e per il Rwanda (ICTR), nonché al lavoro della Corte Penale internazionale (CPI), i crimini di natura sessuale sono espressamente inclusi nelle categorie di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e tortura considerando la pervasività delle sofferenze fisiche e psicologiche provocate alle vittime. A tal proposito, ricordiamo alcune importanti e recenti sentenze di condanna della CPI quali, ad esempio, quella di Thomas Lubanga e di altri tre leader congolesi per crimini di guerra e crimini contro l’umanità per violenze sessuali su larga scala; la sentenza di condanna del 2019 di Bosco Ntaganda “Terminator”, leader dei miliziani del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo, condannato a trent’anni di reclusione per 18 capi d’accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel distretto di Ituri. La CPI il 9 marzo 2021 ha riconosciuto un risarcimento di 30 milioni in favore delle persone vittime dei crimini di guerra e crimini contro l’umanità per i quali è stato condannato e tra questi stupri e schiavitù sessuale; Infine, ricordiamo la sentenza di condanna di Dominic Ongwen, ritenuto responsabile di 61 crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nel Nord Uganda, la Corte riconosce per la prima volta il reato di “matrimonio forzato” come reato autonomo e compreso nel reato di schiavitù sessuale.

Tuttavia, il cammino è ancora lungo e si ravvisano ancora criticità e zone d’ombra; in particolare, il risarcimento alle vittime è un’eccezione, sono ancora poche le condanne dei responsabili delle violenze a tutti i livelli e manca una effettiva cooperazione e fiducia degli Stati verso la CPI la cui giurisdizione è complementare, suppletiva e di pungolo per gli Stati che non vogliono o non riescono a perseguire i criminali internazionali; concludendo, sono scarsamente considerate le implicazioni di alcuni accordi di cooperazione e del commercio sulle armi.

In Italia, il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU) ha approvato, il 30 novembre 2020 in seduta plenaria, il IV° Piano di Azione Nazionale su DPS 2020-2024 per l’attuazione della risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza Onu.
Il Piano è concepito come un “documento vivente, capace di adeguarsi al mutare delle esigenze e degli ostacoli che ancora si frappongono alla piena realizzazione femminile”; nell’ambito di un seminario di tre giorni di studio del fenomeno, presso la Casa internazionale delle Donne di Roma, sono state presentate una serie di proposte (http://www.udinazionale.org/blog-post-112.html) considerate necessarie anche nell’attuazione del PAN italiano.

L’internazionalizzazione del dolore. Mutuando l’espressione dallo storico Angelino Loffredi, possiamo riassumere le violenze contro le donne in tutte le sue forme e in ogni parte del mondo. Tali violenze costituiscono ancora oggi un ostacolo alla pace e alla vera sicurezza, la risposta deve essere necessariamente anche culturale.

E’ il tempo dell’impegno e della responsabilità. E’ tempo di dire basta alle violenze contro le donne.

 

*Simona La Rocca
Curatrice del libro “Stupri di guerra e violenze di genere”
Ediesse ed, 2015

 

 

 

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