TRANSIZIONE ECOLOGICA – AMBIENTE
Il suolo è una componente strategica per la transizione ecologica
di Giuseppe Sarracino*
L’Europa ha stabilito che il 37% dei 750 miliardi di euro stanziati per affrontare la crisi pandemica, deve essere utilizzato, da parte delle singole nazioni, per raggiungere gli obiettivi climatici ovvero ridurre del 55% i gas serra entro 2030 e rendere le economie dei paesi europei ecosostenibili entro il 2050.
L’Italia con la missione 2 “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato quasi 70 miliardi euro, per guidare la transizione energetica. Tale processo dovrà fare uso di energia prodotta da fonti rinnovabili, in modo particolare da fotovoltaico ed eolico e con la messa a dimora di milioni di alberi per la riduzione della CO2 in atmosfera L’insieme delle suddette misure richiederanno enormi spazi liberi.
Il dipartimento d’ingegneria industriale dell’Università di Padova, ha stimato che per raggiungere gli obiettivi richiesti, di circa 50 GW di fotovoltaico al 2030, occorre installare 260 milioni di pannelli fotovoltaici che occupano circa 260 km2 cui occorre aggiungere, secondo Enel (2020), altri 365 km2 destinati a nuovi impianti eolici. Certamente le aree da utilizzare dovranno riguardare in via prioritaria i tetti degli edifici, le aree dismesse (industriali o discariche) o i parcheggi ma, occorrerà necessariamente utilizzare anche aree agricole.
Il PNRR prevede un investimento di 1,50 miliardi di euro per l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici a utilizzo produttivo nei settori agricolo, zootecnico e agroindustriale e 1,10 miliardi di euro per la misura inerente allo sviluppo d’impianti di agri-voltaico aventi medie e grandi dimensioni di 1.04 GW su terreni dedicati all’agricoltura.
Si calcola che per l’installazione di tali impianti occorrerà occupare il 2% della superficie agricola italiana non utilizzata, non è tanta ma in mancanza di una precisa normativa nazionale entro cui operare si possono verificare forti speculazioni. In un paese dove il consumo di suolo ha raggiunto livelli non più sopportabili, destinare ulteriore terreno ad attività non agricole, se non bene concertato, potrebbe comportare rischi seri per la stessa produzione di cibo. Indubbiamente si tratta d’interventi che riguardano soluzioni molto innovative per la nostra agricoltura, ma non bisogna sottovalutare che tali impianti possono determinare la perdita di fertilità del suolo e forti impatti sul paesaggio, compromettendo gli stessi obiettivi previsti dal piano.
I dati forniti dall’ISTAT, (VI Censimento dell’agricoltura), mostrano una diminuzione di superficie agricola utilizzata (S.A.U.) di 5 milioni di ettari, che ha interessato i terreni fertili e posti in pianura, e quelli limitrofi alle città ricche d’infrastrutture e di facile accesso, provocando un forte calo delle produzioni agricole, vale a dire prodotti di base dell’alimentazione degli italiani quali: pane, pasta, riso, carne, verdure, latte. Altro aspetto importante legato all’utilizzo del suolo, su cui riflettere, riguarda la messa a dimora di milioni di alberi per contribuire alla riduzione della CO2 in atmosfera e migliorare le condizioni ambientali. La domanda da porsi riguarda la reale possibilità di piantare 1000 miliardi di alberi sull’intero pianeta. Naturalmente non è solo questione di tempo, solo per piantarli andremmo molto di là dal 2050, ma anche di disponibilità di terreno.
Calcoli fatti da alcuni studiosi, anche italiani, dicono che moltiplicando il numero degli alberi, in condizioni di piena attività fotosintetica “si arriva a un fabbisogno pari a 113.000.000 milioni di CHILOMETRI quadrati (non ettari ma chilometri)”. Ora se si considera che l’Italia ha una superficie di 301.304 chilometri quadrati, se ne ricava che per 1.000 miliardi di alberi fotosinteticamente al meglio delle loro potenzialità, servono indicativamente 375 Italia, oppure, se preferite 11,31 Canada (cioè poco più del 75%delle terre emerse) ”.
Sono cifre forse esagerate ma che pongono seri dubbi sulla serietà e validità di certe proposte. Il problema quindi non riguarda la quantità di alberi da piantare ma piuttosto la qualità degli interventi e il materiale vegetale da utilizzare. Sarebbe necessario impegnare risorse economiche del PNRR nella ricerca di specie arboree o arbustive resistenti al caldo e che facciano poco uso di acqua o sostenere i comuni nell’utilizzo di manodopera qualificata e professionalmente preparata nella cura degli alberi nel tempo. I dati dimostrano che esiste uno stretto rapporto tra l’utilizzo di fonti rinnovabili e aree libere.
Il suolo quindi rimane una componente strategica per la transizione ecologica e questo è tanto più importante nelle aree urbanizzate dove assistiamo alla costruzione, non sempre necessaria, di nuovi edifici, infrastrutture, insediamenti commerciali, logistici, produttivi e di servizio e da altre aree a copertura artificiale. A tale processo non si è sottratto il territorio della provincia di Frosinone, infatti, il rapporto presentato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), evidenzia come nel 2019 si sono consumati 22.135 ettari di suolo di cui il 29% ha interessato il capoluogo, con un consumo procapite di circa 453 m2/ab. Le città maggiormente colpite da tale fenomeno sono: Frosinone meno 1.360 ettari, Cassino meno 1.200 ettari, segue subito Anagni con 1.180 ettari, Alatri 960 ettari, Veroli 883 ettari, Sora 798 ettari, infine Ceccano con 773 ettari (dati Ispra 2016). Si tratta di città che presentano un’alta densità abitativa, basti pensare Frosinone con una densità di 1000 ab. /Kmq o Cassino con circa 440 ab. /Kmq, mentre la media provinciale è di 110 ab. /Kmq. L’installazione d’impianti fotovoltaici a terra su vaste aree agricole in queste zone pone seri dubbi circa la valorizzazione del settore primario nonché la tutela del paesaggio. Non mancano casi, dove gli agricoltori sono contattati da grandi attori per la realizzazione di questi impianti e con promesse di rendite a vita con l’energia prodotta e smettere di produrre beni agricoli. Di fronte a tale fenomeno le Regioni italiane stanno adeguando le normative in materia di fonti rinnovabili, come “L’Emilia Romagna che ha deciso che le aziende agricole possono dedicare solo il 10% dei loro terreni a questi impianti”. La Regione Lazio dal 2011 si è dotata di una legge in materia ambientale e fonti rinnovabili, modificata attraverso l’art. 75 “Disposizioni collegate alla legge di Stabilità regionale 2021”. L’art.3.1 (Localizzazione d’impianti fotovoltaici in zona agricola) demanda ai comuni, nelle more dell’entrata in vigore del Piano Energetico Regionale (PER), l’individuazione delle aree non idonee per l’installazione degli impianti fotovoltaici a terra entro il 30 giugno 2022. Si tratta di una funzione importante delegata ai comuni che conoscono da vicino le singole realtà, contro tale provvedimento si è levata la protesta della principale Associazione del settore elettrico italiano, la quale in una lettera inviata Presidente del Consiglio Regionale Lazio dichiara, “non si condivide la scelta di demandare ai Comuni l’individuazione delle aree non idonee all’installazione degli impianti rinnovabili” e aggiunge di nutrire forte preoccupazione per la sospensione delle nuove autorizzazioni d’impianti eolici e fotovoltaici di grandi dimensioni in attesa dell’individuazione delle aree e dei siti non idonei per la loro installazione da parte dei Comuni. Certamente il mondo dell’energia e quello dell’agricoltura possono e devono dire le stesse cose poiché il fotovoltaico può dare un forte vantaggio a tutti, ma occorre partire dal presupposto che siamo alla presenza di un territorio agricolo limitato e quello che abbiamo occorre trattarlo con cura. Come si vede le fonti rinnovabili, in modo particolare l’agri-voltaico e l’eolico, pongono seri problemi circa l’utilizzo razionale ed efficiente del suolo, che va tutelato poiché risorsa non rinnovabile. Occorre partire dal territorio dove abitiamo, riutilizzando e riqualificando l’esistente e il patrimonio costruito, puntando sull’elevata qualità ecologica e paesaggistica, sulla tutela della biodiversità, sulla conservazione e sul ripristino degli spazi naturali interni ed esterni alle città, affinché assicurino servizi ecosistemici indispensabili anche al benessere sociale ed economico, se vi vuole fare della transizione ecologica un nuovo modello di sviluppo e non un’occasione di speculazione o un fenomeno di greenwashing. Da anni è fermo al Senato della Repubblica un disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo, una legge caduta nell’oblio delle forze politiche e che il Governo si era formalmente impegnato ad approvare con l’invio del PNRR alla Commissione Europea. Sarebbe quindi urgente e necessario che tale impegno fosse mantenuto per vincere la sfida posta dalla crisi climatica.
*Giuseppe Sarracino, Dott. Agronomo
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