LIBRI DI DIEGO
Diego Protani intervista Christian Capriello autore di Maschere dal cielo edito da LFA Publisher.
1) Christian come è nata la passione per la scrittura?
Domanda cui rispondo sempre con immenso piacere. Diciamo che, consapevole di quale sia il suo valore pedagogico, unitamente a quello della lettura, di certo non meno importante (anzi!), nel novembre 2015 sfidai me stesso. L’obiettivo era arrivare a scrivere un capitolo, diciamo 10 pagine, a tema fantasy. Era una serata tranquilla, persino serafica. La sfida, molto accesa, verso le mie attitudini non durò l’arco di una serata. Invero, durò 8 mesi.
Ne uscirono 2 libri fantasy, di cui vado molto fiero (“Derek Dolphyn e il varco incantato” e “Derek Dolphyn e l’Enig-Mago”) cui vorrei tanto far seguire un terzo di cui già conosco trama e titolo. Insomma, per fartela breve, da 10 pagine arrivai a 1.100 pagine su 2 volumi. Capii che avevo “qualcosa da dire” e, da allora, ho anche spesse volte mutato il genere da trattare. L’arrivo al genere giallo ha provocato in me un vero e proprio moto ondoso. Mi sono riscoperto avido di gialli e thriller con effetto retroattivo, e sto cercando di recuperare. Tant’è che già sto scrivendo il seguito di quella che, nelle mie intenzioni, vedrà il commissario Luigi Acampora impegnato ALMENO in una trilogia.
2) Chi è il Commissario Acampora e lei a chi si è ispirato?
È una persona assolutamente rivoluzionaria. Tu mi chiederai: perché?? Rivoluzionario nel senso che è una persona incredibilmente normale – quantomeno all’apparenza –; pensate un po’, è sposato, con figli, non beve e odia le sigarette, non abusa di alcool, ama il casatiello ed è molto tifoso del Napoli. La sfida? Far capire che il vero asse portante di un giallo noir deve essere la trama, l’incasellamento di tessere concatenate, l’aggregato di fatti singolari e circostanze, non precipuamente le peripezie personal-sentimentali del tutore della legge. Se c’è una critica che faccio a tanti “colleghi” è di “insaponare” molto spesso le loro opere con le vicissitudini personali dei loro personaggi, talvolta disadattati, talvolta troneggianti non tanto per la storia quanto per le loro anime ferite e i loro cuori infranti. Insomma, per dirtela tutta, nella maggior parte dei casi la storia si compone per la metà dei guai passati dall’uomo di legge, per un quarto dalle reazioni dei personaggi di contorno e, se tutto va bene, dal residuo quarto dalla storia in sé, riservando alle ultime venti pagine la presenza di qualche coniglietto dal cilindro. Schema molto commerciale, ma poco attraente, e alla fine ci si stanca. Io, invece, sono un grandissimo presuntuoso, perché oso da anni portare avanti un principio. Semplice, comprensibile. Anche le persone “normali”, se messe alla prova, possono mostrare “grandi talenti”. A riguardo dei quali non starò qui a spoilerare, perché il commissario ci tiene che apriate il suo libro ed effettuiate i doverosi approfondimenti. La lente di ingrandimento ve la presta volentieri lui. Anche lui non la usa, ha ben altri metodi 😉
3) Si nota già un ottimo riscontro tra i lettori, a cosa è dovuto questo successo?
Ti dirò: per quanto sia a conoscenza che il genere “tira”, mai e poi mai mi sarei aspettato questa ondata di convinto consenso. E’ una grande soddisfazione per me, oltre che immenso stimolo a fare di più e sempre meglio. Molti mi stanno contattando con ogni mezzo per rappresentarmi gradimento ma anche una certa sorpresa. Pare sia molto inatteso che un ingegnere sappia in qualche modo articolare dei noir. La cosa, non te lo nascondo, mi diverte un mondo. Quindi, perché non insistere? E non immaginate nemmeno cosa accadrà nel secondo volume. Se il primo capitolo della “Saga di Acampora” vi farà drizzare i capelli sulla testa o farvi saltare dalla sedia o da quel comodo divano dal quale vi sentite erroneamente protetti, manco avete idea di cosa accadrà nel suo “sequel”…
4) Cosa si prova a partecipare al Premio Scerbanenco ?
Per chi scrive, per noi scriventi – diventare scrittori è vestigia riservata ad un limbo più ristretto e al quale ambisco di pervenire quanto prima -, anche il solo partecipare ad un premio così rilevante e di caratura nazionale è una soddisfazione che può dirsi suscettibile di pochi abbinabili aggettivi. Diciamo che, se esistesse un estratto di felicità, come il “Felix Felicis” di HarryPotteriana memoria, oggi sarei pronto a sospettare che qualcuno me ne abbia versato un mezzo litro nel caffè (si, lo so, è fisicamente impossibile dal punto di vista volumetrico, ma ho appena finito di parlare di magia, e quindi la cosa ci sta!). A questo punto, potrei anche dire: Visto che siamo in ballo, balliamo. Ma sempre con lo spirito di chi adora osservare i passi dei ballerini più esperti per carpirne i segreti, gli assi nella manica, i colpi ad effetto. Solo chi sa di dover sempre imparare dagli altri può continuare a stare in questo ambiente. In caso contrario? Occorre munirsi di paracadute, perché le ali di Icaro sono assai labili al cospetto del Sole della realtà e dell’evidenza….
5) Il covid ha cambiato le abitudini, i social network sono utili per la promozione di un libro? O lei preferisce le presentazioni in presenza?
Domanda assai interessante, alla quale però ho una risposta molto semplice. Più che cambiato, ha solo parzialmente rimodulato alcune abitudini. La presentazione “frontale” è di certo quella migliore dal punto di vista del “messaggio”. Io, poi, sono un gran chiacchierone, quindi figurati. Ma bisogna pur rendersi conto che i social servono, servono eccome. E, devo dire, mi hanno consentito di conoscere e farmi conoscere da platee difficilmente raggiungibili “fisicamente” in tempi contenuti. Tuttavia, possono essere anche molto dispersivi. Insomma, bisogna studiarne potenzialità e limiti. Prima di cimentarvisi, meglio apprendere il più possibile.
Inoltre, una cosa devo dirla. Sento di dover mettere sugli attenti tanti “sognatori”: fatta eccezione per pochi e stimabili professionisti, questo ambiente è pieno di sedicenti ma vacui “promoter”. Incantatori di serpenti anestetizzati o, se preferiamo, fautori e madrine del “fumo a manovella”. Che nessuno si offenda, ma i soldi non crescono sugli alberi, quindi si faccia attenzione e non si mettano costoro nelle condizioni di nuocere alle tasche altrui.
Anzi, ti dirò di più: Se a qualcuno, dopo la lettura di questa intervista le orecchie sono pure fischiate, la cosa non mi dispiacerebbe. Perché saper stare al mondo è arte sacra. E chi non conosce le poche regole del rituale della civiltà, per me deve restare tagliato fuori. E in tempi brevi.
6) Ultima domanda: Qual’è il suo scrittore preferito ?
Nei miei libri cerco di coniugare lo spirito e l’ironia che impiego nel mio quotidiano con la cura estrema del dettaglio, la capacità di ricostruzione storica ed ambientale, la voglia di tratteggiare bene i caratteri. Vale a dire, come amo sempre dire, che se leggi, anche contemporaneamente un libro degli amici Pino Imperatore e Maurizio De Giovanni, rischi seriamente di apprendere molto, e assai celermente, sulle tecniche più efficaci per scrivere un buon libro. Anche Donato Carrisi e Piergiorgio Pulixi sono un mio assoluto punto di riferimento letterario, ed è sempre un vero piacere leggerli.
Autori stranieri? Certo, ma a me piace assai guadare dalla sponda del fiume che bagna i miei lidi natii. La mia nutrita libreria li tiene comunque in grande considerazione, ci mancherebbe, io li adoro; pure se a volte ho la bizzarra sensazione che Stephen King, Harlan Coben, Ken Follett, John Grisham e Frederick Forsyth mi rimproverino di non prestargli la dovuta attenzione. Mentre Agatha Christie se la ride della grossa perché è testimone del fatto che, a circa 10 anni, mi lessi tutto d’un fiato il suo “Dieci piccoli indiani”.
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