AMBIENTE E INQUINAMENTO
Nel pantano della Valle del Sacco. Un dramma che in troppi dimenticano

di Ina Camilli*
Nascita del SIN
Nel 2025 saranno trascorsi 30 anni dal disastro di origine industriale che ha portato alla contaminazione del fiume Sacco che scorre nell’omonima valle. Era la primavera del 2005 ed il Governo intervenne con il decreto: “Dichiarazione dello stato di emergenza nel territorio tra le province di Roma e Frosinone, in ordine alla situazione di crisi socio-economico-ambientale” in vigore fino al 30 aprile 2006 (DPCM 19.5.2005).
Il titolo del decreto non fa riferimento all’aspetto sanitario e ai potenziali impatti sulla salute dei cittadini dei Comuni di Colleferro, Segni e Gavignano (provincia di Roma), ed ai Comuni di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo, Supino, Ceccano e Ceprano (provincia di Frosinone), dove viene accertata la gravissima situazione di inquinamento ambientale, con la contaminazione dei prodotti agricoli, e rilevata la presenza di sostanze organo-clorurate-fitofarmaci nel latte prodotto in talune aziende zootecniche.
Tale situazione, anche per i riflessi sulla catena alimentare, comportò rilevanti pregiudizi di carattere socio-economico alle attività produttive agricole e zootecniche del territorio, con notevoli ripercussioni negative in materia occupazionale, per sostenere le quali verranno adottate misure economiche.
E’ ancora in vigore lo stato di emergenza quando due mesi dopo, il 29 luglio, si verificherà un nuovo drammatico episodio nel vicino territorio di Anagni, dove moriranno 25 mucche che si erano abbeverate nel rio Mola Santa Maria, un piccolo affluente del fiume Sacco.
Un disastro ambientale per la salute umana e per gli ecosistemi di proporzioni tali che porterà il Governo, poco prima della fine dell’anno, ad istituire con legge dello Stato il SIN e la valle del Sacco rientrerà tra i siti di interesse nazionale da bonificare (L. 248/2005) e tre anni dopo verrà approvato il perimetro provvisorio del SIN.
Si attiverà anche la Regione che avvierà i primi monitoraggi e la sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente in prossimità del fiume Sacco.
Negli anni successivi quel disastro arriverà in tribunale e inizierà un processo che si concluderà dopo circa 15 anni. I fatti
dimostreranno che l’intervento postumo della magistratura e i tempi della giustizia sono troppo lunghi e che i controlli e le azioni a tutela dell’ecosistema devono preventivamente essere poste in essere dalle Pubbliche amministrazioni.
Inizia così la bonifica, un percorso lento e tortuoso che coinvolgerà 19 Comuni, diverse responsabilità e amministrazioni e che, partito da Colleferro, ancora oggi è in itinere.
Nonostante il SIN non veda sostanziali interventi di bonifica, Regione e Comuni continuano ad autorizzare impianti alquanto dubbi per la sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente. Ultimo tra gli interventi autorizzati è il cavidotto e la centrale di elevazione del megaimpianto fotovoltaico previsto a Genazzano, ai confini con Colleferro e Paliano e sono in autorizzazione biodigestori a Frosinone, Anagni ed altri impianti industriali a Patrica e Ferentino.
La bonifica
La bonifica è un’attività complessa e per questo necessita di un impegno continuativo e di una forte integrazione tra professionalità di tipo tecnico e giuridico, in quanto finalizzata a garantire un preminente interesse pubblico.
La bonifica è “l’azione di riparazione primaria del danno all’ambiente”. Non è solo una complessa procedura tecnica, un metodo operativo o una autorizzazione, è anche il mezzo per restituire quei territori violentati per decenni ai loro abitanti.
Nel secolo scorso l’industrializzazione della Cassa per il Mezzogiorno ha portato fabbriche e posti di lavoro ma ha lasciato nel territorio una eredità pesantissima, che non è stata abbastanza indagata dal punto di vista dei costi e dei rischi sanitari, ambientali ed economici.
Quando quella fase di rincorsa delle attività industriali per attingere ai fondi pubblici si è arrestata nella valle del Sacco è cominciato il processo di deindustrializzazione, caratterizzato dall’abbandono di siti avvelenati, costi di bonifica elevatissimi caricati sulla collettività, disoccupazione, crisi economica, riaffermazione del potere di ricatto del lavoro rispetto alla salute.
La bonifica si identifica con la storia di una comunità che è cresciuta con la promessa del risanamento e che nel frattempo ha perso fiducia e la possibilità di coltivare la propria terra, dove si continuano a ripetere gli stessi episodi (schiuma, incendi, processi, sequestri, malattie, mortalità) con qualche rara conseguenza a carico degli autori di reati ambientali.
Non sono mancati atti burocratici e minimi interventi di messa in sicurezza, sono mancati i pur minimi segnali reali di cambiamento di rotta rispetto ad una inerzia del sistema politico-economico, che non può e non deve essere sottaciuta. 
Accordo di Programma
Dopo anni di mobilitazioni guidate da associazioni ambientaliste e comitati di tutela del territorio, a marzo del 2019 è arrivato l’Accordo di Programma tra il Ministero dell’Ambiente (oggi della Transizione ecologica) e la Regione Lazio, un protocollo da 53.626.188,68 € per bonifica e messa in sicurezza di alcuni siti, fondi sostanzialmente congelati. Dopo questa prima fase, nel 2021 si è cercato di correre ai ripari rimodulando e aggiornando il testo dell’Accordo, ma senza un calendario e un cronoprogramma degli interventi è un esplicito rinvio sine die.
Qual è lo stato di attuazione degli interventi nel territorio? Sarebbe stato più realistico pubblicare davvero “l’allegato tecnico comprensivo di cronoprogramma degli interventi” (DGR 30.12.2020, n. 1069) e individuare strumenti di minimizzazione del rischio.
Restano inoltre da affrontare in modo compiuto la situazione dei siti orfani da bonificare (il Piano nazionale di ripresa e resilienza, Pnrr, stanzia 500 milioni di € per le aree dove non è individuabile e/o non è solvibile il responsabile della contaminazione) e delle garanzie finanziarie per le discariche, che potrebbero rivelarsi insufficienti a coprire i costosi oneri per la bonifica e il risanamento ambientale. Il tutto si svolge con la permanente assenza delle forze politiche e sindacali locali e soprattutto dei Sindaci, che dovrebbero avere a cuore la tutela del territorio che amministrano e che sono le massime autorità sanitarie a livello comunale.
Legge Cacciatore
Nel 2019 il Consiglio regionale del Lazio approva una nuova legge d’iniziativa del consigliere Marco Cacciatore (LR 19.7.2019, n. 13), con la quale viene delineato un percorso prescrittivo e preventivo con l’obiettivo di disciplinare le aree ad elevato rischio di
crisi ambientale.
Sul piano della prevenzione, e pertanto precedente all’evento, e di minore intensità offensiva del territorio rispetto al danno ambientale già accertato nella valle del Sacco, la legge Cacciatore si prefigge di impedire che le attività pianificate e autorizzate, ma non in esercizio, in zone dove è stata accertata la criticità delle matrici ambientali, non vengano avviate fino al loro completo risanamento, mentre quelle già in essere debbano essere adeguate al piano di risanamento, di monitoraggio e alle indagini epidemiologiche predisposte dalle strutture regionali competenti, a seguito della dichiarazione di area ad elevato rischio di crisi ambientale, per riportare la situazione territoriale in equilibrio.
Un nuovo strumento legislativo-amministrativo che può rivelarsi un utile mezzo per cercare di uscire dal pantano nel quale è rimasto invischiato il SIN bacino del fiume Sacco, mentre si assiste inermi al naufragio senza sopravvissuti del contratto di fiume Sacco, sottoscritto nel 2017 da Regione Lazio, Comuni e stakeholder del territorio.
I territori
In questo quadro di generale rallentamento e disorientamento per tante altre ataviche ragioni di contesto che qui non vengono indagate, cominciano ad arrivare le prime istanze di attivazione della procedura prevista dalla legge Cacciatore, dove sono riscontrabili le condizioni di cui alla LR n. 13/2019, e inoltrate proprio da quei territori che la Regione non è stata in grado di tutelare e risanare,
Fuori dalla valle del Sacco si sono attivate le associazioni e i comitati di Fonte Nuova, Guidonia. Le due associazioni nazionali Codici ed Earth hanno congiuntamente presentato una istanza affinché tutta la zona dell’Inviolata venga riconosciuta area ad alto rischio ambientale. Si è arrivati a questo traguardo dopo ben 11 anni di Conferenze di servizi per la caratterizzazione della discarica attestante l’inquinamento di falda con superamenti dei limiti di legge per metalli pesanti e composti organici rinvenuti da Arpa Lazio anche nell’area del TMB.
All’istanza la Dirigenza regionale ha risposto avviando l’iter e l’Inviolata (Parco Regionale Archeologico Naturale ndr) farà da “battipista”. Il percorso non sarà breve, ma perfettamente delineato dall’articolo 3 della legge Cacciatore, il quale prevede l’adozione di un «piano di risanamento entro sei mesi dalla dichiarazione di area ad elevato rischio di crisi ambientale. Entro i successivi dodici mesi deve essere approvato il piano, con la procedura di cui all’articolo 3, comma 3. Decorso tale periodo i divieti di cui al presente articolo si intendono decaduti».
Anche il Comitato NoInc, che combatte contro la recente riapertura della discarica di Albano, si è avvalso della legge Cacciatore, il quale nel merito afferma: “Ad oltre due anni dall’approvazione di quella legge sono soddisfatto di vedere i primi passi per la sua attuazione ma non canto vittoria, contrariamente a chi brandisce stendardi, senza considerare che ancora i suoi effetti non hanno concretizzato forme necessarie e dovute di tutela dei territori ecologicamente stuprati. Quella legge, parlando di prevenzione e, in presenza di semplici alterazioni delle matrici ambientali accertate da soggetti competenti, determina assoggettamento al risanamento e monitoraggio così come riconduzione a norma dello stato dei luoghi, a spese degli accertati responsabili. Non è un attacco all’impresa, bensì uno stimolo a far sì che si compiano le vere forme di impresa, la cui libertà è garantita dall’art. 41 della Costituzione, nella misura in cui provvedano a garantire utilità sociale. Chiaramente a partire dalle forme di sostenibilità, tutela della vivibilità e della salute pubblica”.
Nella valle del Sacco l’istanza, nei giorni scorsi, è stata presentata dal Comitato residenti Colleferro alla competente Direzione
regionale, dopo che la stessa richiesta, inoltrata all’Amministrazione comunale, appena pubblicata la legge Cacciatore, è rimasta senza risposta per due anni, a fronte della compromissione delle matrici ambientali di aria, acqua e suolo (classe I per qualità dell’aria, cromoesavalente a colle Sughero, esaclorocicloesano nel fiume Sacco, contaminazione acque di falda di colle Fagiorala, presenza di due industrie ad elevato rischio di incidente rilevante, comprensorio industriale denominato “Arpa2”, discarica di Colle Fagiolara, la più grande del Lazio dopo Malagrotta, due inceneritori (ora dismessi), centrale elettrica, cementeria, 7 mila fusti tossici di DDT seppelliti nel sito di “Arpa1”, elevata viabilità stradale, autostradale ed alta velocità, ecc.).
Conclusione
A livello politico si parla con convinzione di transizione ecologica, uno dei settori di intervento del Pnrr, quando in molti casi si dovrebbe parlare di omessa bonifica, di ritardi ingiustificati e di responsabilità della Pubblica Amministrazione.
Il Pnrr non dà l’importanza dovuta ai problemi legati alla bonifica. Infatti, i fondi dell’Unione europea – da utilizzare tra il 2021 e il 2026 – sono indirizzati al settore impiantistico e tecnologico dei rifiuti e non vi è chi non veda un potenziale pericolo nell’ipotesi di insediare nuovi impianti proprio nelle aree compromesse dal punto di vista ambientale.
La bonifica non è ancora riuscita ad assicurare la restituzione dei siti contaminati alla sua comunità che già chi ci governa studia come rimetterli sul mercato immobiliare, riutilizzarli e riusarli con l’argomento che l’utilizzo di queste aree consente di risparmiare sul consumo di suolo. Soprattutto occorre definire un piano urgente ed immediato per intervenire sul fiume, il cui inquinamento è la principale causa di tutti i mali, a partire dalle sponde su cui vivono orti e aziende agricole che producono ortaggi da consumo e allevamenti di bestiame.
Questo significherebbe continuare a gravare su territori già compromessi, scelta fatta dalla Regione Lazio con il Piano rifiuti del 2019, che considera le aree fortemente inquinate come fattore preferenziale per l’installazione di nuova impiantistica industriale.
La valle del Sacco e gli altri territori sotto attacco chiedono una corsia preferenziale per dare effettività all’Accordo sulla bonifica e denunciano la scarsa collaborazione sul piano della trasparenza, della giustizia sociale e della capacità degli Enti di condividere le conoscenze e le esperienze acquisite negli anni con i soggetti portatori di interessi.
Di tutto questo si è visto poco e la bonifica – da ultimo con la procedura seguita per l’adozione dell’Accordo di programma – ha fatto un inutile giro tortuoso per far credere che si stesse realizzando dal basso un processo partecipativo.
*Articolo di Redazione di Ina Camilli
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